
Lamezia Terme - Ci si prepara alla fase 3, che ci permetterà di circolare liberamente in tutta la penisola con qualche accortezza e si intravedono i primi significativi cali di contagi in tutta Italia, iniziano di contro ad essere evidenti gli effetti post Covid sull’economia. A farne le spese, come spesso succede, sono stati in primis gli esercenti: soprattutto i piccoli imprenditori, che hanno lamentato, nella maggior parte dei casi, di non essere riusciti ad ottenere i sussidi previsti per l’emergenza dal Governo e dalle Regioni. Così, per non affogare nei debiti accumulati prima del lockdown a cui si sono sommate le spese per sanificazione e prodotti monouso, necessarie per la riapertura, si sono visti costretti al ritocco dei prezzi. É il consumatore, dunque, l’ultima ruota di questo ingranaggio, vessato dall’inflazione. Nonostante gli aumenti si siano fatti sentire anche in città, a Lamezia la nuova fase è iniziata tutta in discesa: complice il bel tempo, il bollettino regionale dei contagi azzerato da diversi giorni e tanta voglia di tornare alla normalità, i locali del centro si sono riempiti senza subire brusche frenate. Intevistando i protagonisti della movida notturna, però, si evince che un’uscita serale può venire a costare fino al 15% in più rispetto a prima, ma che evidentemente non incide più di tanto sul bilancio familiare in vista delle ferie estive a km 0.
“La voglia di uscire è tanta - ha confessato Francesco La Ferla, imprenditore agricolo e ristoratore che gestisce una storica azienda della piana lametina - . Ho riaperto il 2 giugno e ho avuto un buon riscontro, ma dal giorno in cui la presidente Santelli ha annunciato il via libera all’apertura dei locali, mi sono dovuto attrezzare per mettermi a norma, sanificare i locali e fare formazione al personale per informare tutti sulle nuove norme che devono essere seguite scrupolosamente. Tutto questo ha un costo di gestione non indifferente”.
Resta invariato, in controtendenza nazionale, il costo di caffè e cornetto nella maggior parte dei bar della città. Aumenti dai 2 ai 5 euro invece, per un taglio di capelli: i parrucchieri sono obbligati a sanificare postazione e strumenti ad ogni cambio cliente e a fornire asciugamani e camici monouso perché considerati settore a rischio"medio-alto". Per quanto riguarda i trasporti, per le compagnie di autolinee che effettuano corse interregionali, i rincari arrivano anche a toccare il 30% a causa del numero di corse dimezzate e dell’obbligo di distanziamento dei posti prenotabili. Minimi invece gli aumenti su treni e aerei. Aumenti di prezzi generalizzati si sono registrati anche nei supermercati. Nei mercati rionali, dove la crisi si è fatta sentire, i prezzi sono stati aumentati, ma di poco: fare la spesa dai piccoli produttori risulta ancora molto conveniente. “La gente ha pochi soldi, - ha raccontato una signora che ha il banco di ortofrutticoli al mercato centrale di Nicastro - se alziamo troppo i prezzi rischiamo di non vendere proprio nulla”.
Da un’indagine a livello nazionale, svolta dal Codacons, infatti, si è stimato che a causa del rincaro prezzi ogni famiglia spenderà in più circa 536 euro. A subire un’impennata nella nostra penisola, non solo il caffè al bar, il cocktail o le prestazioni dal parrucchiere e dall’estetista, ma anche i beni di prima necessità: l’Istat aveva registrato, già a partire dal mese di aprile, un aumento medio dei prodotti alimentari del 2,8%. La filiera agricola, ad esempio, soprattutto nel sud Italia sta pagando lo scotto della carenza di manodopera straniera.
Dora Coscarelli
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