
Lamezia Terme - Da un po' di tempo in città gira un "angelo" in camice bianco, così è visto e considerato dalle tante testimonianze che giungono da più parti. E tutte provenienti da persone sofferenti, che hanno bisogno quotidianamente d'aiuto in questo tempo di pandemia che, purtroppo, ormai ci accompagna da un anno. Attestati di stima, affetto e riconoscimento arrivano nei confronti di un giovane medico di 27 anni, originario di Catanzaro ma che su Lamezia sta investendo tutto il suo tempo, la sua passione, la sua dedizione e l'amore verso chi soffre a causa del Covid-19. Si chiama Enrico Antonio Errico e lavora con le Usca, le Unità speciali di continuità assistenziali. L'ultima testimonianza, in ordine di tempo, è quella di un signore che preferisce rimanere nell'anonimato: “Ha trattato mia mamma come se fosse sua mamma” racconta con un filo di voce rotta dall’emozione. “È una persona fuori dal normale, molto squisita”. Per conoscerlo meglio, siamo andati anche noi sul territorio a "scovarlo" sul campo, "rubando" qualche minuto al suo prezioso lavoro. Ci incontriamo e Antonio fa subito capire di essere la persona descritta nei tanti messaggi giunti presso la redazione de il lametino.it. Chiarisce subito: “possiamo darci del tu”. E per una volta con piacere veniamo meno a quelli che sono i canoni tradizionali delle interviste.
E allora, che effetto fa leggere commenti d'affetto e stima nei tuoi confronti?
"Ringrazio tutti per le belle parole e gli attestati alla mia persona, ma devo dire che qua siamo tutti bravi. Il lavoro è duro. Questo è un fatto. Tanto che facciamo orari di 12 ore e molto spesso anche oltre. Il nostro turno dovrebbe finire alle 20 ma le persone stanno male anche di sera tardi. E mi sembra pure giusto prendersi carico di una persona anche dopo l'orario effettivo di lavoro".
Da quanto tempo lavori con le Usca?
"Sto lavorando da molti mesi. Nell'ultimo mese devo dire che le cose stanno iniziando a funzionare molto meglio in ambito interno, anche perché le Usca, essendo nate da poco con la pandemia, inizialmente abbiamo avuto problemi a rapportarci col Dipartimento, con l'Asp, ma non per una mancanza loro, più che altro perché - e credo in ogni ambito non solo in quello medico - ci si è trovati a far fronte ad un qualcosa a cui nessuno era preparato. Nessuno se lo aspettava fino a due anni fa. Io non avrei mai pensato di trovarmi oggi a desiderare così tanto di andare a fare una colazione al bar".
E adesso come vanno le cose?
"Bene. Il Dipartimento di igiene con il dottor Caparello, la dottoressa Longo sono il nostro braccio destro. Così come l'Asp, il dottor Amendola e il dottor Alessi sono il nostro braccio sinistro. Adesso le cose stanno funzionando alla grande perché abbiamo iniziato a collaborare su tutti i fronti e il lavoro è anche più facile".
Ti sei laureato da poco e subito ti sei trovato a dover operare sul campo. Com'è stato l'impatto con i pazienti?
"Mi sono laureato sette mesi fa. Questo è il mio primo lavoro. Guardi, io odio dover parlare di pazienti. Le persone che vado a visitare, e dico loro di non darmi del lei o del voi, sono persone, non pazienti. Non mi piace definirli pazienti perché in quel momento si mette già in risalto la malattia...".
È come mettere una barriera, una distanza che a volte può avere risvolti negativi?
"Esatto. Le persone che andiamo a visitare molto spesso hanno problematiche respiratorie, ma in tanti casi ci sono altre problematiche come il senso di abbandono, di depressione che provano perché non escono da casa da tre mesi e non hanno mai ricevuto una visita perché magari le istituzioni non sempre agiscono nel modo migliore. Quindi, molto spesso basta anche un po' di umanità per farli stare meglio anche a livello fisico. Tante volte anche una chiamata, una telefonata può bastare perché il senso di ansia e di angoscia fa peggiorare le situazioni".
Quante persone incontri al giorno? Quante sono le richieste di sostegno?
"Abbiamo un territorio di 70mila abitanti. In questo momento non ho contezza esatta. Durante il giorno sono davvero tanti. Posso fornirti il dato del mese di dicembre. La nostra Usca ha effettuato quasi 700 accessi domiciliari. Quelli di gennaio ancora non abbiamo i dati".
Come avviene l'intervento?
"Di norma ci attiviamo tramite scheda del medico di famiglia. In certi casi, per pazienti che ho già visto, diamo i nostri numeri e interveniamo direttamente".
Qual è il tuo pensiero sulla vaccinazione?
"Io ho fatto la seconda dose una settimana fa. E spero che questo sia il primo passo per riuscire a venirne fuori. Gli studi ci sono, noi ce li siamo letti tutti. Al momento il vaccino della Pfizer è molto efficace. Penso però che bisognerebbe incentivare la campagna di promozione, perché non è stato raro andare a visitare persone che molto spesso ci dicevano: il Coronavirus non esiste io non ho niente, non voglio stare chiuso a casa, voglio uscire. Troppa disinformazione e poi le conseguenze le pagano tutti. Sia chi non crede alla malattia, sia chi non si vuole vaccinare e sia chi effettivamente rispetta le regole. Bisognerebbe quasi giornalmente inviare un messaggio forte pro-vaccini. È assurdo che ci siano persone che non credono all'esistenza della malattia. Ne ho avuto la prova io che ho visitato persone con la polmonite, che non credevano fossero affetti da Coronavirus".
Un messaggio ai giovani?
"Sono anch'io un giovane che si è trovato ad essere grande. Da studente universitario a medico in prima linea. Ogni ragazzo deve assumersi le proprie responsabilità. Soprattutto adesso, in questi giorni che siamo tornati in zona gialla e bar e locali sono abbastanza affollati. Mi viene da dire, cerchiamo di resistere ancora un po'. Ai ragazzi dico: in questi mesi restate a casa in modo che la prossima estate vi divertiate. Dobbiamo avere responsabilità, tutti. Abbiamo dei genitori, dei nonni, dei familiari e quindi non bisogna pensare al proprio orticello, al divertimento. Le rinunce che facciamo adesso possono tornarci utili domani. Anche ai giovani che vanno a scuola dico di tenersi sempre la mascherina e qui, il coltello dalla parte del manico ce l'hanno i professori. È giusto che loro stessi riescano a trasmettere questo senso di responsabilità e il buon esempio, così come anche i genitori".
Programmi? Quali sono le tue prospettive future?
"Non saprei rispondere ora. Avendo iniziato da poco ovviamente le idee sono un po' confuse. Sicuramente mi piacerebbe rimanere sul territorio e non all'interno di un ospedale, senza nulla togliere alla sanità ospedaliera ovviamente. Ma restare sul territorio è una cosa che per me non ha eguali".
A.C.
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