
San Pietro a Maida – "Essere liberi non significa fare ciò che si vuole, ma avere il coraggio di non fare ciò che gli altri ti impongono". È da questa frase che ha preso avvio l'incontro "Il coraggio della libertà", svoltosi il 10 luglio e promosso dalla comunità parrocchiale di San Pietro a Maida guidata da don Andrea Latelli. Non una conferenza tradizionale, ma un dialogo autentico tra i giovani e il Procuratore della Repubblica Camillo Falvo, costruito attraverso domande, testimonianze, cinema, musica e memoria. Una serata che ha scelto di affrontare il tema della mafia senza retorica, mettendo al centro il valore dell'educazione, della responsabilità personale e della speranza.
Ad aprire l'incontro è stato don Andrea, sottolineando come la serata fosse il risultato di un percorso iniziato settimane prima con un gruppo di ragazzi, protagonisti di numerosi incontri durante i quali hanno scelto temi, costruito la scenografia – ispirata ai salotti degli anni Settanta e Ottanta – e preparato ogni domanda. L'incontro si è aperto con un intenso monologo, accompagnato dalle note di "Pensa" di Fabrizio Moro. Attraverso parole ispirate alla testimonianza di Tommaso Buscetta, è stato raccontato il crollo dell'illusione degli "uomini d'onore", sostituita dalla brutalità della mafia stragista. "Io non sono un eroe – concludeva il monologo – ho soltanto dato le chiavi per aprire la porta della verità. Il resto del lavoro spetta a voi".
Da qui è nata la prima domanda dei ragazzi: come sviluppare un pensiero critico capace non solo di condannare il male, ma anche di offrire una possibilità di cambiamento a chi sceglie di abbandonarlo? "In questi anni abbiamo arrestato migliaia di persone. Ma gli arresti da soli non bastano". Per il Procuratore, la vera battaglia si gioca soprattutto sul piano culturale. "Se arrestiamo duecento persone e il giorno dopo altri duecento ragazzi sono pronti a prenderne il posto, significa che non abbiamo inciso sul tessuto sociale". Da qui la scelta, maturata nel corso della sua carriera, di incontrare continuamente studenti e giovani. "La cosa più bella del mio lavoro è parlare con voi". Riprendendo il messaggio della canzone di Fabrizio Moro, Falvo ha ricordato che gli occhi servono per vedere e le orecchie per ascoltare. "La mafia vive di paura. L'omertà nasce quando si sceglie di voltarsi dall'altra parte". Ha quindi citato Sant'Agostino:" La speranza ha due figli: l'indignazione e il coraggio". Prima occorre indignarsi davanti all'ingiustizia; poi trovare il coraggio di contrastarla.

I ragazzi hanno quindi affrontato uno dei temi più attuali: la trasformazione della criminalità organizzata. La mafia oggi è sempre più un sistema economico e imprenditoriale. Lo Stato possiede ancora gli strumenti per combatterla? Falvo ha spiegato come oggi le organizzazioni criminali sappiano adattarsi rapidamente ai cambiamenti tecnologici ed economici. "Noi rincorriamo continuamente l'evoluzione della criminalità, che spesso cambia più velocemente degli strumenti investigativi". Ha raccontato l'esperienza della Direzione Distrettuale Antimafia di Potenza, territorio posto tra l'influenza della 'ndrangheta, della camorra e della Sacra Corona Unita, dove la collaborazione tra le diverse organizzazioni criminali rende ancora più complesso il contrasto. Ma il Procuratore ha anche sfatato un luogo comune. «Qualcuno dice con orgoglio che la 'ndrangheta è la mafia più potente del mondo. In realtà è proprio questa forza ad aver impoverito la Calabria.» Mancanza di investimenti, fuga dei giovani, assenza di prospettive: secondo Falvo, il dominio mafioso produce soltanto sottosviluppo.
Tra i momenti più intensi della serata, il ricordo di Lea Garofalo e delle tante donne vittime della mafia." Lea Garofalo non aveva mai commesso reati. Aveva soltanto deciso di dare ai propri figli un futuro diverso". Falvo ha ricordato anche Maria Concetta Cacciola, Titta Buccafusca e tante altre donne che hanno pagato un prezzo altissimo per aver cercato di sottrarre i figli alla cultura mafiosa.
Ha però evidenziato anche i limiti del sistema di protezione. "Quando finisce il processo, molte di queste persone restano sole. E la solitudine è uno dei rischi più grandi".
Una parte significativa dell'incontro è stata dedicata alle vittime innocenti. I ragazzi hanno chiesto quale ruolo possano avere famiglie come quella di Dodò Gabriele e figure come don Pino Puglisi nella costruzione di una società diversa. Falvo ha ricordato l'impegno delle cosiddette "Mamme Coraggio", donne che hanno trasformato il proprio dolore in un percorso di testimonianza civile. «Il primo modo per aiutarle è ascoltarle e stare dalla loro parte.» Ma soprattutto ha insistito sul ruolo dell'educazione. Ha raccontato come, anni fa, in alcuni territori dominati dalla mafia, alcuni genitori impedissero ai figli perfino di partecipare agli incontri con magistrati e forze dell'ordine. «Chi cresce in certi ambienti fatica perfino a immaginare che esista una vita diversa.» Per questo scuola, famiglia, Chiesa e associazioni diventano fondamentali.
I ragazzi hanno portato in scena una breve rappresentazione teatrale tratta dal romanzo Ciò che inferno non è di Alessandro D'Avenia, scrittore che da adolescente fu alunno di don Pino Puglisi. La scena, intensa e toccante, racconta l'incontro tra padre Puglisi e il piccolo Francesco, un bambino di appena sei anni cresciuto nel quartiere Brancaccio di Palermo. Attraverso i suoi gesti e le sue parole emerge tutta la forza della mentalità mafiosa già radicata nell'infanzia: un modo di concepire il bene e il male completamente capovolto, in cui la violenza diventa normalità, il rispetto coincide con la paura e la sopraffazione viene scambiata per forza. Di fronte a quella mentalità, don Puglisi non risponde con rimproveri o condanne. Si ferma, ascolta, dedica tempo a quel bambino e, con la pazienza dell'educatore, prova ad accendere in lui una domanda, una curiosità, il desiderio di scoprire che oltre i confini di Brancaccio esiste un altro mondo, fatto di libertà, dignità e speranza. È da questa rappresentazione che nasce una delle riflessioni più profonde della serata. I ragazzi hanno osservato come l'assenza di punti di riferimento credibili – nella famiglia, nella scuola, nelle istituzioni e talvolta persino nella comunità educante – lasci spazio a modelli sbagliati che finiscono per plasmare il modo di pensare dei più piccoli. Se un bambino cresce avendo come esempi i mafiosi, rischia di interiorizzare una scala di valori nella quale l'onore coincide con il dominio, il rispetto con la paura e la giustizia con un ostacolo da combattere. Da qui la domanda rivolta al Procuratore: quanto sono importanti persone come don Pino Puglisi, capaci di credere nei ragazzi, di avere pazienza e di accompagnarli con l'esempio, mostrando loro che esiste una strada diversa? Falvo ha risposto raccontando un episodio personale. Anni fa fu invitato a parlare di legalità in una scuola primaria. Pensava che bambini di otto o nove anni non potessero comprendere certi argomenti. Accadde l'opposto.

Le domande si susseguirono per oltre due ore e, al termine dell'incontro, molti bambini dissero di voler diventare magistrati o poliziotti. «È lì che ho capito quanto possa essere potente un esempio.» Ancora oggi, ha raccontato, riceve lettere da ragazzi che hanno scelto di studiare Giurisprudenza dopo aver partecipato a quegli incontri. Il Procuratore ha poi affrontato un altro tema molto sentito dai giovani: la rappresentazione della criminalità nei film e nelle serie televisive. Ha messo in guardia dal rischio di idealizzare il boss mafioso. "La vita del criminale non è quella raccontata nelle fiction. È una vita fatta di carcere, paura e perdita della libertà". Ha spiegato come chi entra nelle organizzazioni criminali contragga un debito che non potrà mai estinguere. "Con loro nulla è gratuito. Ogni favore prima o poi si paga". Le scorciatoie, ha ricordato, non conducono mai alla libertà. Tra le domande più difficili, quella dedicata al confine tra omertà e paura. Falvo ha scelto di rispondere partendo dal film I cento passi. «Peppino Impastato ci insegna che la mafia vive anche di simboli.» Ha ricordato la battaglia contro gli inchini delle processioni davanti alle abitazioni dei boss, i baciamano e tutti quei gesti che alimentano il consenso mafioso. Poi ha raccontato la storia di un tabaccaio del Vibonese che ebbe il coraggio di denunciare gli estorsori. All'inizio il negozio era pieno di persone solidali. Poi, lentamente, tutti smisero di andarci. «Non dobbiamo lasciare soli quelli che denunciano.» È proprio l'isolamento, infatti, a rappresentare una delle armi più forti della criminalità organizzata. Falvo ha infine sottolineato l'importanza dell'informazione. Raccontare gli arresti, le operazioni antimafia e il lavoro delle istituzioni non serve soltanto a informare. Serve soprattutto a restituire fiducia ai cittadini.
"Quando lo Stato colpisce la criminalità, la gente deve saperlo". Perché conoscere ciò che accade significa sentirsi meno soli e più forti. Al termine della serata don Andrea ha consegnato al Procuratore il Premio Fiore del Carmelo, riconoscimento destinato a chi testimonia la fede attraverso il servizio quotidiano. «Con profonda gratitudine a un figlio della nostra terra, per il costante impegno profuso nell'affermazione dei valori di legalità e giustizia. Esempio di equilibrio e saggezza giuridica, indipendenza, coraggio, dedizione e competenza. Instancabile difensore dei diritti fondamentali della collettività, ha fatto della giustizia una missione di vita.» Più che una conferenza, è stato un dialogo tra generazioni.
I ragazzi non si sono limitati ad ascoltare: hanno interrogato, approfondito, messo in discussione, cercato risposte. E il Procuratore ha restituito loro un messaggio tanto semplice quanto impegnativo: la mafia non si sconfigge soltanto con processi e arresti. Si sconfigge costruendo coscienze, educando alla libertà, sostenendo chi trova il coraggio di denunciare e offrendo ai giovani modelli credibili. Perché, come ha ricordato più volte durante la serata, la criminalità organizzata cresce dove regnano paura, indifferenza e silenzio. La libertà, invece, nasce ogni volta che qualcuno sceglie di non voltarsi dall'altra parte.
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