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di Claudia Strangis.

Lamezia Terme – A sei anni dal suo arrivo a Lamezia, il primo dirigente Antonio Borelli partirà per Macerata dove andrà a ricoprire la carica di vicario del Questore. Sei anni di servizio, uno degli incarichi più longevi, durante il quale ha avuto modo di conoscere Lamezia, il territorio e le sue dinamiche che aveva tastato anche nei suoi incarichi precedenti. Una città che, come ci ha spiegato, lascia diversa, seppur vada fatto ancora qualche passo in avanti. Ed è proprio quello che ci ha spiegato nel corso di questa intervista prima del suo trasferimento.

Quando è arrivato a Lamezia, solo il giorno prima c’era stato un omicidio. Una “accoglienza” sicuramente di impatto. Questa è la Lamezia che ha trovato ma qual è la Lamezia che lascia?

“Quella che lascio è quella in cui gli omicidi non ci sono più, gli elementi più importanti di tutte le cosche di Lamezia sono tutti in carcere, e c’è stato un minimo di risveglio sociale, con una decina di imprenditori che hanno collaborato alle nostre indagini. All’epoca era impensabile, che tutti i Torcasio, tutti i Giampà, tutti i Iannazzo fossero n carcere. Quelli che sono rimasti fuori, è vero, continuano ad operare, ma non sono neanche più i capi storici, sono i reggenti, e spesso utilizzano una manovalanza fatta di tanti ragazzi, quelli che loro chiamano i “deboli”. Credo, quindi, che sia cambiata molto, lascio una città diversa da come l’ho trovata. Vent’anni fa, quando ero a Catanzaro, facevo indagini sulla criminalità organizzata lametina, facemmo operazioni sui Torcasio, sui Daponte, ma non si poteva parlare di ‘ndrangheta, di pizzo, già dal 2011, se ne parla anche attraverso Trame, ma soprattutto i grossi capi della criminalità organizzata sono tutti in carcere e credo che questo sia un risultato eccezionale e impensabile rispetto a qualche anno fa”.

Ha parlato dei “deboli”, della manovalanza della criminalità organizzata. In che modo bisogna intervenire ?

“Questi ragazzi sono quelli deboli in tutti i sensi. Sfruttati dalla criminalità organizzata, e per qualche grammo di droga, o un biglietto da cinquanta euro, finiscono in carcere e da lì entrano nella spirale, si “accoscano”, come dice il procuratore Bombardieri, si avvicinano alle cosche e ne restano vittime, perché sono quelli che in realtà non godono di nessun privilegio. All’inizio del 2016 ci fu una sequela di intimidazioni, avevamo un indiziato e quando questo ha cominciato addirittura a sparare, abbiamo deciso di fermarlo perché poteva diventare pericoloso. D’altronde, lo stesso ragazzo, Giuseppe Galluzzi, che è uno dei deboli, si era reso responsabile di tredici intimidazioni. Poi è avvenuta la grave intimidazione al Fornaio e per fortuna non vi è stato qualche morto.

Se in quel momento fosse passato un ragazzo o una macchina, sarebbe potuto accadere il peggio. Vanno bloccati subito. Il grande senso della responsabilità della Procura di Lamezia e della Distrettuale, hanno fatto in modo che si procedesse ad una ordinanza di custodia cautelare. Questi ragazzi li stavamo seguendo per un caso altrettanto grave: entrare in casa di una signora di 80 anni, e picchiarla per un tentativo di furto, è un fatto gravissimo. E aver trovato in poco tempo la risoluzione del caso, ci ha dato sicuramente soddisfazione ma ha anche dato fiducia alla popolazione, che ha capito che non brancolavamo nel buio.

Possiamo vigilare sui ragazzi ma non è un compito che spetta soltanto a noi. Spetta alla società civile, alle scuole e alle famiglie. Perché è chiaro che quando vengono a mancare molti degli accoliti, la criminalità organizzata si appoggia anche a questi ragazzini. Occorre trovare gli anticorpi in uscita per far capire che, avvicinandosi ad una cosca, si può finire in carcere e si può anche finire male. Questo è un rammarico che ho, di non aver potuto fare, sotto il profilo dell’educazione alla legalità, tutto quello che sarebbe stato possibile fare. Fermo restando che noi dobbiamo fare altro: scuola, famiglia, chiesa, istituzioni devono creare una rete in cui far stare bene i ragazzi a Lamezia Terme. Fin quando ci saranno ragazzi “sbandati” assoldati per compiere atti intimidatori, per mettere una bottiglietta, una bomba, per spacciare droga, sarà difficile debellare il fenomeno”.

In questi anni ha portato a termine diverse operazioni, oltre ad aver risolto importanti casi. Quanto è stata fondamentale la squadra che ha avuto?

“Quando sono arrivato qui mi chiesero se gli uomini bastassero quantitativamente. Io risposi che mi interessava la qualità e qui ci sono uomini di qualità straordinaria. D’altronde, penso ad alcuni casi di omicidio, risolti grazie alle capacità investigative di questi uomini. Sono state fatte grandi operazioni, penso a “Piazza pulita”, “Strike”, “Village”, “Tenaglia”, “Disinnesco”, “Drug family”, “Affari di famiglia” che hanno avuto tutte un riscontro positivo anche perché sono arrivate le condanne. Tutto ciò ci ha però dimostrato che molti di questi ragazzi vivono con la droga e che a Lamezia c’è una grande domanda ed una grande offerta.

Devo ringraziare il personale del commissariato di Lamezia Terme per quello che mi ha dato in questi sei anni. Bisogna ragionare in termini di squadra. Qui la squadra era buona, magari anche l’allenatore capiva qualcosina e insieme abbiamo ottenuto grandi risultati. Ma se non c’è la squadra, da soli, in polizia come nella vita, non si fa niente.

Tra i tanti casi che le sono capitati in questi anni, ce ne fu uno, quello dell’omicidio di Adelina Bruno che colpì la comunità lametina.

“Era il 31 ottobre del 2011. Ancora lo ricordo. Per le modalità, è stato senz’altro uno dei fatti più incresciosi che mi siano capitato nella mia ormai venticinquennale attività in polizia. Davanti a questo tipo di reati non c’è rischio di assuefazione. Un fatto sconvolgente, soprattutto poi verificare quali siano state le conseguenze a livello familiare. Penso allo strazio dei genitori, ai funerali, o alle cerimonie di commemorazione per Adele. Sono stati veramente un tuffo al cuore. Non c’è stata nessuna soddisfazione nel risolvere questo caso”.

Lei in una intervista si era definito un uomo di azione, è ancora così?

“Sono un uomo d’ufficio, di azione, di ordine pubblico. Penso che un ufficiale di polizia debba saper fare tutto. Ritengo anche che a Lamezia Terme non si possa guardare solo l’andamento dell’ufficio e che sia necessario dare un taglio operativo all’attività perché è il territorio che lo richiede. È chiaro che bisogna fare anche lavoro d’ufficio perché non dimentichiamo che, dietro l’attività operativa, c’è molto lavoro burocratico. Altrimenti nessuna operazione sarebbe possibile se non ci fosse chi aggiusta le macchine, chi veste il personale, chi cura l’armamento. Sono legate l’una all’altra”.

Si può ritenere soddisfatto di questi anni di lavoro qui a Lamezia e si sente di dire qualcosa alla cittadinanza lametina?

“Sono molto soddisfatto di tutto il lavoro. Alla cittadinanza posso dire che lo Stato ha fatto squadra: tutte le forze dell’ordine, polizia, guardia di finanza, carabinieri insieme alla Procura di Lamezia e alla Distrettuale, hanno lavorato assieme, ma adesso c’è bisogno che anche i lametini facciano squadra, perché se restano a fare il pubblico sempre, noi da soli non ce la faremo. In sei anni, e mi costa personalmente, è indubbio che lo Stato sia stato presente sul territorio, adesso c’è bisogno che sia presente la cittadinanza. Non bisogna avere paura e creare falsi miti.

Se un imprenditore viene chiamato dalla polizia e gli viene detto che sappiamo che paga il pizzo mentre lui nega, beh, questo è molto deludente. Anche se la situazione è cambiata, come ho detto prima, stiamo sempre parlando di dieci imprenditori mentre credo che il tessuto imprenditoriale di Lamezia ne conti qualcuno in più. Il fatto che ci siano questi continui avvertimenti, però, vuol dire anche che è un segnale di debolezza della criminalità organizzata. Prima non ce n’era bisogno. Prima la gente pagava. Ad ogni modo, i continui arresti da una parte e dall’altra hanno creato degli equilibri particolari per cui molti imprenditori non sapevano più a chi pagare. Il fatto grave è però che ci siano imprenditori che cerchino chi pagare mentre in uno Stato democratico l’imprenditore non deve farlo. Ma questo deve capirlo prima di tutto lui”.

Si trasferirà a Macerata, una situazione sicuramente diversa rispetto a Lamezia.

“Cambia tutto: la zona così come il ruolo. Sarò il questore vicario, ciò significa occuparsi dell’organizzazione, del servizio d’ordine pubblico, dell’organizzazione interna, dell’attività ispettiva, dei servizi. Certo, è un passaggio fondamentale per la nostra carriera, però, chiaramente, perderò molto dell’attività operativa”.

Le piacerebbe tornare, magari in un futuro?

“Si vedrà, poi lascio un pezzo di cuore qua a Lamezia e la mia famiglia qui in Calabria. Credo che, però, un funzionario sia completo quando scopre tutte le faccettature del lavoro. Sicuramente il problema della criminalità organizzata non sarà così sentito a Macerata e, magari, ci saranno più problemi di ordine pubblico, problematiche diverse, vedremo. Sinora sono stato sempre in Calabria: alla scientifica, alla squadra mobile, al Commissariato di Gioia e di Lamezia. Ma dopo sei anni penso sia anche giusto per la struttura, può succedere che si perdano gli stimoli, è giusto cambiare per impegnarsi di più.

Sono stato mandato qui a Lamezia come reggente, e di questo devo ringraziare l’amministrazione per il grande atto di fiducia. Sulla base di questa reggenza sono stato promosso a Lamezia, dove sono rimasto e dopo quattro anni e mezzo ho avuto una grande gratificazione da parte del Ministero perché il vicariato significa che il tuo ufficio sta valutando positivamente le tue qualità. E’ sicuramente una grande soddisfazione dal punto di vista lavorativo, anche se con tristezza lascio Lamezia. Mi sono affezionato a questo personale, che, come ho detto, è davvero eccezionale e non è facile trovarlo ovunque. D’altronde, se i risultati ci sono stati, il grosso merito è loro. Con questo tipo di persone si potrà continuare a fare qualcosa di buono”.

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