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Lamezia Terme - Maria Ester ha vinto la sua battaglia contro il Covid-19 ma ora sta lottando per ritornare a essere la donna forte e combattiva di sempre. Ha lottato da sola, lontana dalla sua terra e dalla sua famiglia per quasi tre mesi, e ora, lei che quel “mostro terribile”, così lo definisce, lo ha conosciuto e superato ha deciso di raccontare la sua esperienza per sensibilizzare sull’importanza di usare la mascherina e seguire le regole anti-contagio. Fa fatica ancora oggi a parlare ed esternare la sofferenza che ha patito: “Non è vero che chi guarisce fisicamente guarisce anche mentalmente. Non si può spiegare la sofferenza e il dolore che ho provato. Non riesco a pensarci senza star male. Per me sono stati mesi di lotta contro un mostro fortissimo che rubava ogni mia energia e speranza. Fisicamente sono guarita - anche se ho riportato un problema alla gola che pare non riesca a risolversi - ma è come se ancora vivessi quell’incubo, con la paura che ti rimane addosso. Ti trovi a combattere con un “mostro” sconosciuto per il quale non c’è una cura precisa. Ora la mia battaglia è sensibilizzare le persone a usare mascherina e seguire le regole, perché il virus c’è e questo è l’unico modo per evitare contagi e ridurre le morti. Noi ne siamo testimoni...”. 

Maria Ester ha 38 anni ed è originaria di Martirano, paesino dell’hinterland lametino. Da circa 8 anni vive e lavora in Inghilterra, a Portsmouth. È li che, dopo un meeting nell’hotel dove lavora come senior receptionist, ha scoperto di aver contratto il virus. Lei aveva già deciso di mettersi in isolamento perché, anche se in Inghilterra ancora non si parlava di pandemia, le notizie che le arrivavano dall’Italia (e non solo) erano preoccupanti. A seguito di un incidente, in passato, ha riportato danni al polmone e anche per questo, racconta a il Lametino.it “ho avuto da subito paura del virus”. “Siccome sono una che mangia tanto, per paura di dover uscire ho fatto tantissima spesa”. Era il 18 marzo. “Una settimana dopo ho iniziato ad avere tosse, stanchezza. Inizialmente ho sperato, mi aggrappavo all’illusione che fosse solo una terribile influenza, ma i sintomi non alleviavano nonostante le medicine che stavo prendendo. Avevo anche la febbre”. La paura del virus iniziava così a essere fondata. Inoltre6, ha poi saputo che alcune persone con le quali aveva avuto l’incontro di lavoro prima di mettersi in isolamento volontario erano risultate positive al coronavirus. 

“Giorno dopo giorno avevo meno appetito. Iniziavo a stare sempre peggio. La terapia antibiotica non aveva sortito nessun miglioramento. Una sera stavo proprio male. Mi sono messa sotto la doccia ma non sentivo il profumo del bagnoschiuma e ho capito che c’era qualcosa che non andava. Poi ho avuto una crisi respiratoria. I sintomi peggioravano e ho chiamato il numero per emergenza Covid. Mi hanno fatto un colloquio per telefono per capire le condizioni di salute. Ricordo che, tra le altre domande che mi hanno fatto, mi hanno detto di contare. Non sono riuscita nemmeno ad arrivare a sei. Mi mancava il respiro e allora quel medico mi disse che l’ambulanza sarebbe arrivata a minuti. Arrivati a casa, i medici hanno subito capito si trattava di Covid. Mi hanno portata via con loro e trattenuta in ospedale tutto il giorno. Non sono stata però ricoverata, in ospedale mi hanno fatto gli esami del caso, come il test sul sangue e delle radiografie al torace perché allora era proprio l’inizio e non facevano tamponi a tutti ma solo in pochi casi. Non sono mai stata intubata, questa la mia unica fortuna. Ma ve l’assicuro non essere intubata e non essere ospedalizzata non vuol dire avere semplicemente un’influenza. È stato drammatico”. Ancora fa fatica a parlarne ma è fortemente convinta che raccontare la sua esperienza possa essere di aiuto. Così si è fatta coraggio e ha deciso di esternare le sofferenze patite in oltre due mesi. Diversi i sintomi che aveva, nausea, mancanza di appetito, mal di testa, tosse e dolori lancinanti al torace. Si sentiva così stanca che non riusciva ad alzarsi dal letto. Accanto a lei, il suo compagno che l’ha sostenuta durante questa lunga sofferenza. Anche lui ha contratto il virus ma ha avuto solo sintomi lievi. I primi tamponi negativi sono arrivati solo il 26 maggio. 

Alla sua famiglia che vive a Martirano: “l’ho detto quasi subito. Vivendo fuori sentivo tutti i giorni i miei, sono la mia forza più grande e vera. Mia mamma aveva già capito che non stavo bene, dalla voce. Non sapevo cosa sarebbe successo e non potevo non dirglielo e poi sparire per giorni. Era l’inizio di questo virus qui in Inghilterra, sapevo dall’Italia che c’erano persone che morivano”. 

“Ho capito che non bastava essere forte”

Maria Ester è una donna forte, determinata e solare ma questo virus l’ha cambiata profondamente. “È stato il primo caso nella mia vita in cui non riuscivo a trasformare la forza in coraggio ma solo in terrore. Non volevo morire lì da sola. Sapevo anche di giovani che non ce l’avevano fatta. Io ci provavo ma non riuscivo a essere forte. Avevo paura perché nonostante le tantissime medicine io non miglioravo. Mi dicevano: deve essere il tuo corpo a lottare e a vincere”. Ricorda con dolore tutta la sofferenza e le pene fisiche di altre persone affette da Covid proprio accanto a lei mentre era in una struttura sanitaria per le cure. E non dimenticherà mai chi, come lei, era infetta e purtroppo non ce l’ha fatta a vincere sul “mostro”. Ripensa agli sguardi carichi di paura e di impotenza nei volti dei medici e degli operatori sanitari che l’hanno assistita. Aveva paura per sé stessa ma anche per gli altri. “Non ho pensato di venire in Italia a curarmi, non avrei mai voluto infettare gli altri e sapevo che sarebbe stato impossibile viaggiare in quelle condizioni anche se lì mi sarei sentita più sicura, non perché non avevo fiducia nella sanità inglese. A volte anche solo essere vicino a casa può essere una forza. Ma sapevo che per questo virus non c’era una cura. Hanno provato diverse terapie ma sembravano non funzionare. Ma siccome proprio non riuscivo a stare meglio a volte temevo che non ricevevo le giuste cure. In questi mesi di lotta è stato prezioso il supporto umano e professionale del dottor Giovanni Paola che seppur lontanissimo fisicamente da me e cioè dall’Italia ha seguito il mio caso dandomi preziosi consigli su come provare a gestire la situazione e la malattia”. 

Ogni giorno era una lotta. Il 2 maggio però, lo ricorderà per sempre: “era il mio compleanno. Il compleanno più terribile della mia vita dove non c’era proprio nulla da festeggiare...  Stavo molto male e di forza per lottare e speranza di sopravvivere non me ne era rimasta più. Ho chiamato di nuovo il numero per l’emergenza Covid e hanno mandato ancora una volta l’ambulanza con il personale sanitario. Era la terza volta che venivano. Quel giorno - ricordo anche che quasi insieme a loro ho ricevuto un mazzo di fiori arcobaleno per il mio compleanno - i paramedici mi hanno fatto l’assistenza a casa e aumentavano le dosi dei medicinali dicendomi di continuare a lottare che ce l’avrei fatta. Una dei paramedici, anche lei vittima sopravvissuta del Covid, diceva che era dura ma di avere forza, coraggio e pazienza. Credo che hanno visto la disperazione nei miei occhi e hanno provato a darmi speranza. La dottoressa mi diceva che lo capiva che ero distrutta fisicamente ma loro non potevano aiutarmi più di come stavano facendo ed era pericoloso ospedalizzarmi perché con i valori bassi che avevo ero soggetta a prendere altre infezioni. Post-Covid ho infatti avuto una tonsillite acuta davvero molto forte, sicuramente una conseguenza del virus. Loro hanno provato tre terapie che venivano usate pure in Italia. Purtroppo per il Covid non c’è una cura generale che funzioni, deve essere solo il tuo corpo a lottare. Io stavo reagendo e lottando da oltre un mese. Ho capito che non bastava essere forte, non gestivo più il mio corpo”. 

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“La fede in Gesù mi ha accompagnata in questi mesi difficili”

Dal 19 maggio ha iniziato a stare meglio ma la sua battaglia non è ancora finita. “La mia paura più grande era che potevo infettare gli altri. Non avrei mai voluto essere il veicolo  di trasmissione di questo mostro. Non uscivo mai di casa, anche se i medici dicevano che era necessario che facessi delle passeggiate, dovevo respirare aria fresca ma io avevo troppa paura. Anche dopo, quando stavo meglio, non riuscivo a uscire”. Fa fatica a ripercorrere quei momenti. Poi, finalmente, la conferma di essere uscita da quell’incubo chiamato coronavirus: “Mi hanno spedito un primo tampone da fare a casa, in Inghilterra facevano così, dei tutorial ti spiegavano come farlo. Ho fatto due tamponi a casa a distanza di qualche giorno. Ho avuto i risultati il giorno dopo. E sono stati negativi. Ecco quello è stato uno dei regali più belli avuto nella vita. Dopo mi hanno fatta andare in un centro per effettuare altri tre tamponi a distanza di qualche giorno. Solo quando sono stata sicura di non essere più positiva e infettiva, ho deciso di tornare in Italia, dalla mia famiglia, nella mia terra, ne avevo proprio bisogno. Poi ho avuto un problema alla gola perché era molto irritata e sono stata operata. Solo a metà giugno sono riuscita a tornare in Italia, con l’aereo. Era la prima volta che uscivo di casa. Ero solo uscita per andar in ospedale e per provare a fare delle passeggiate. Durante tutto il periodo del Covid erano amici, colleghi e volontari che andavano a casa a portarle la spesa o le medicine. “La fede in Gesù – sottolinea ancora - mi ha accompagnata in questi mesi difficili” e, proprio grazie a questo Maria Ester sta prendendo in mano la sua vita e presto conta di tornare al suo lavoro in UK, a Portsmouth.

La gioia nel rivedere la sua famiglia e ritornare nella sua Martirano 

E, precisa ancora “dopo che sono tornata, siccome avevo viaggiato, ho voluto fare la quarantena se anche non era obbligatoria. La mia famiglia è venuta a prendermi all’aeroporto, mi hanno lasciato la macchina e li ho visti da lontano. Ma erano stupendi più del solito. È stato strano. Solo Dio e il mio cuore sanno la gioia che ho provato. Ma avevo paura di riabbracciarli e non l’ho fatto se non con il cuore. Per i primi giorni non ho visto nessuno. Poi, passate le due settimane di quarantena, ho iniziato a provar a riprendere le redini della mia vita volendo far qualcosa che potesse aiutare qualcun altro e quindi ho pensato di donare il plasma, lo volevo donare nella mia terra. Per essere d’aiuto a qualcuno della mia zona. Al centro trasfusionale di Lamezia ho fatto il percorso. Però non l’ho potuto dare perché in passato ho avuto delle trasfusioni e per l’intervento che ho avuto post Covid alla gola. La prima cosa che ho chiesto ai medici di Lamezia è stata se io fossi ancora infettiva. Solo quando mi hanno detto che non lo ero sono stata davvero felice: finalmente potevo rivedere i miei cari e i pochi amici che mi sono stati vicini ed ero più tranquilla. E quello, senza dubbio, è stato uno dei giorni più belli della mia vita. Anche in paese, tra la ‘mia gente’ è stato strano. Alcune persone avevano paura di me, lo percepivo. Ma so che era pure lecito. Le uniche volte che sono uscita sono andata in Chiesa. Vedevo che alcune persone con me erano restie a intrattenersi anche per un saluto fugace. Ma ripeto, è lecito avere paura. Voglio che tutti sappiano che io sono uscita di casa e stata tra la gente solo quando ho avuto i risultati dei tamponi negativi e quando i medici mi hanno confermato che io non ero più infettiva. Non avrei mai messo a rischio la vita di nessuno”.

Altro tema sul quale Maria Ester vuole puntare l’attenzione, è l’uso delle protezioni: “Io penso che la mascherina è necessaria per proteggere se stessi e tutelare gli altri. Gli asintomatici sono più pericolosi perché chi sta male non esce, sta a casa o si sta curando. Chi non ha sintomi e non sa di averlo è il problema. Indossare una mascherina buona, può proteggere te stesso e tutelare gli altri, importante anche lavare spesso le mani, mantenere le distanze e tutti gli altri semplici accorgimenti”. 

“In tanti si credono immuni e supereroi, questo mi fa paura”

È estremamente importante seguire le regole anti contagio: “Non si può fermare la vita - dice ancora - perché per avere il vaccino ci vuole tempo”. “Uno dei motivi che mi impedisce di tornare alla vita di prima è vedere in giro tante persone rilassate che credono di essere immuni. Si credono supereroi e non capiscono che prendere il virus è una cosa che prescinde da te. Che non si contagiano solo gli stupidi. E non è vero che chi ha avuto il Covid sviluppi l’immunità. Non Tutti. Io non l’ho sviluppata”. Maria Ester ha vinto la sua lunga e difficile battaglia e ora combatte per far capire agli altri che si tratta di un mostro terribile e fare i supereroi serve a poco. Ha ancora paura ma voler condividere la sua esperienza è stato un primo piccolo passo per riprende le redini della sua vita perché, citando una frase di Coelho a lei cara: “la barca è più sicura nel porto, ma non è per questo che le barche sono state costruite…”. Importante, infine, ricordare che il virus non è andato in vacanza, è ancora in circolazione e dobbiamo imparare a conviverci. Proprio per questo, Maria Ester, così come i molti che sono guariti, spera di vincere la paura di stare tra la gente e di ritornare presto alla sua vita con serenità. Il suo desiderio più grande è che presto potremo di nuovo “abbracciarci, baciarci e accarezzarci come facevamo un tempo senza la paura di ammalarci”. 

Ramona Villella

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