
Lamezia Terme - La quarantena come viaggio nel proprio vissuto, come osservatorio sul mondo, come occasione di bilancio e di sfida di fronte ad un futuro nuovo da costruire, raccogliendo le proprie certezze nella concretezza della quotidianità: è questa la traccia di “Fra me e me, fra me e il mondo. Diario di una quarantena”, nuovo libro del giornalista Salvatore D’Elia, che dopo essersi sperimentato come coautore insieme ad Antonio Saffioti nel fortunato “Respirare” ci presenta per la prima volta un’opera tutta sua, raccontandoci la propria personale esperienza di lockdown lungo un periodo che si snoda dal 25 marzo al 25 aprile di quest’anno, con uno stile cristallino capace di soffermarsi sui problemi e sulle prospettive del proprio vivere di ogni giorno senza mai perdere di vista il resto del mondo, offrendo così l’immagine di un essere umano perfettamente calato nel proprio tempo, pronto a condividerne le difficoltà senza mai cedere all’impulso – facile in questo periodo – di ritagliarsi una dimora di carta per estraniarsi.
Invece, D’Elia, fa spesso del suo diario uno strumento per affondare la penna nelle tematiche sociali e politiche che hanno tenuto sveglia l’opinione pubblica in questi mesi, e per interrogarsi su questioni eterne, di interesse quanto mai vivo durante la pandemia: la fede in Dio, il valore della libertà che si intreccia a quello della responsabilità individuale, la necessità di vivere le difficoltà in maniera solidale, l’umanità delle relazioni. Il tutto risulta perfettamente integrato in un orizzonte di esperienze vissute e narrate con trasparente semplicità: quelle di una persona giovane, se pure già matura e capace di visioni analitiche, che sa divagare raccontando aneddoti, delineando ricordi di figure importanti nel proprio percorso, facendo sorridere o commuovere il lettore con delicatezza di stile, senza mai dimenticare il tono misurato della testimonianza e sognando una società futura in cui gli esseri umani sono capaci di compassione. Il libro, in pubblicazione nelle prossime settimane per la casa editrice “Grafichéditore”, contiene fra l’altro un articolo dell’autore uscito su il Lametino, e sarà arricchito da una nota di presentazione della giornalista Lina Latelli, da una prefazione di Francesco Polopoli, docente e membro del Centro Internazionale di studi Gioachimiti e da una postfazione della blogger Ippolita Luzzo.
Da cosa nasce l’esigenza di tenere un diario in tempo di Covid-19?
"In un tempo di pandemia, ciascuno di noi, più o meno consapevolmente, è posto di fronte ai due nemici “peggiori” dell’uomo: la solitudine, dovuta al lockdown, e la paura della morte. In questo periodo ciascuno di noi ha riflettuto sulla propria vita, sul passato, sul presente, si è posto domande su un futuro che ancora oggi è una grande incognita. E si è anche interrogato su ciò che sta avvenendo intorno a noi da tutti i punti di vista. Il diario è lo strumento attraverso il quale tutto questo mondo interiore viene fuori, attraverso la scrittura, e acquista una sorta di immortalità. Le pagine scritte con le riflessioni, le preghiere, le lacrime e le speranze di questi giorni di pandemia non potranno essere mai cancellate. E poi un diario riesce a farti trovare, anche quando sembra non esserci, un filo conduttore tra i pensieri, i giorni, gli eventi di un tempo unico come quello che stiamo vivendo".
Come mai hai scelto di ritagliare il periodo fra il 25 marzo e il 25 aprile?
"Il 25 marzo è il giorno dell’Annunciazione del Signore. L’icona dell’Angelo che porta l’annuncio a Maria è emblema della comunicazione per eccellenza: la notizia, una “cosa nuova” che cambia e sconvolge la vita. Il 25 aprile segna la conclusione cronologica dei trenta giorni dall’inizio del diario. Un tempo sufficiente per “leggersi” e tirare fuori attraverso la scrittura. Poi il diario si chiude e si ricomincia a camminare nella vita. Sempre attingendo alla scrittura quello slancio per guardare le cose più a fondo e non restare in superficie".
Quali sono stati i tuoi Maestri di stile in ambito letterario?
"Le pandemia, in particolare la peste, ha sempre rappresentato un motivo letterario per i grandi autori del passato. Neppure oso fare il paragone. Se dovessi scegliere due riferimenti, andrei all’attualità. Mi ha colpito molto il libro di Nadia Toffa, scomparsa un anno fa, che raccoglie i pensieri che la giornalista aveva scritto in ospedale al Pc e che poi sono stati poi pubblicati dalla madre dopo la sua morte. Ho colto in quelle riflessioni il grande potere della scrittura anche in un momento come quello che Nadia stava vivendo, nella consapevolezza che quegli scritti avrebbero potuto rappresentare il suo “per sempre”, la sua eredità. E poi un riferimento tutto “lametino”. La docente e blogger Ippolita Luzzo che ha curato la postfazione. Dal suo stile, così immediato e al tempo stesso capace di scavare a fondo delle cose, ho appreso tanto".
Giulia De Sensi
© RIPRODUZIONE RISERVATA