
Lamezia Terme – Una vera e propria odissea tra uffici sanitari e amministrativi e medici di base quella raccontata da una donna di Lamezia – Stefania M. – e del figlio di 13 anni, entrambi positivi al Covid. “Il 23 ottobre scorso io e mio figlio di 13 anni – racconta la donna - avvertiamo i primi sintomi, ma pensiamo si tratti di una semplice influenza. Il 25 ci mettiamo in quarantena volontaria assieme alla piccola di 8 anni, la quale non presenta comunque alcun sentore del virus. Il 26 viene attivata la procedura per eseguire i tamponi. Il 2 novembre, dopo mille solleciti telefonici, arrivano i sanitari a casa e ci sottoponiamo ai test. Poco dopo mi arriva una telefonata dall’Asp di Catanzaro, durante la quale ci ordinano la quarantena obbligatoria in quanto avevo avuto contatto con mio zio che si trovava ricoverato nel capoluogo avendo ricevuto esito positivo. Da allora – riferisce - inizia il nostro abbandono”.
“Inizio quindi a fare mille telefonate al Dipartimento di Prevenzione di Lamezia Terme per conoscere l’esito dei tamponi: il telefono squilla ininterrottamente, ma mai nessuno che risponde! Compongo a questo punto il numero dal quale ero stata contattata il 2 novembre e alla mia richiesta di avere informazioni circa l’esito dei nostri test, mi viene risposto con tono scorbutico: "Signora, se sono passati 4 giorni e non abbiamo comunicato l'esito vuol dire che siete negativi". Al che rispondo: "Ok, grazie, ma mi serve un documento ufficiale da consegnare a scuola per il rientro dei miei figli". Secca la risposta: "Io non posso farci niente, questo non è un problema mio". Ad ogni modo, sia perché non mi sento bene sia in quanto la faccenda non mi convince, decido di mia spontanea volontà di restare a casa con i bambini. Ma provo a contattare il sindaco Mascaro esponendogli tutta la vicenda e chiedendo un aiuto visto che mi ritrovo abbandonata in questa situazione e non so come agire. Mi risponde quasi subito dicendomi che purtroppo l’Asp è in ritardo con i tamponi ma, cessato il periodo indicato, la quarantena può considerarsi finita. Il 6 invio una mail all’ASP e il 9 ricevo una risposta in cui mi viene confermato l’esito positivo mio e di mio figlio: non oso immaginare cosa sarebbe successo se non fossimo restati a casa e avessi fatto tornare i bambini a scuola. L’11 anche il mio medico curante mi comunica la mia positività. Poi tutto tace: svariate telefonate al Dipartimento di Prevenzione di Lamezia, ma nessuna risposta. Così il 13 delego una persona a recarsi direttamente in mia vece presso detto Dipartimento dove viene riconfermato, ma sempre e solo a voce, il risultato positivo mio e di mio figlio. Il personale aggiunge che si sarebbe occupato di avvisare chi di dovere e che il 15 mi sarebbero stati inviati i sanitari a rifare il tampone a me e ai miei 2 figli. Ma da lì, buio totale: il Dipartimento non ha mai comunicato né alla pediatra né al Comune il nostro esito. Dopo tanti e continui solleciti presso il Dipartimento di Prevenzione di Lamezia, finalmente il 23 ci chiamano per andare a fare i tamponi presso l'ospedale della città. Ci viene promessa una risposta telefonica entro 3-4 giorni da parte del dottore che esegue il test. Ma non ricevo alcuna telefonata. Allora chiamo io il dottore ma non mi sa dare alcuna risposta. Successivamente mi contatta la scuola dei bambini per domandarmi perché l’ASP non avesse comunicato all’Istituto alcun esito positivo. Siamo rimasti esattamente 39 giorni chiusi in casa abbandonati dalle istituzioni locali, sono disperata. Giorno primo dicembre racimolo i soldi necessari e faccio eseguire i tamponi a pagamento. Quindi il 2 mi presento al Dipartimento, ormai ho poco controllo di me ed alzo la voce per difendere i miei diritti di cittadina e di mamma: come per magia sono riappaiono dai “meandri segreti” dell’ufficio tutti i risultati, sia quelli vecchi che i nuovi”.
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