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Lamezia Terme - Riscoprire il ruolo sociale dell’avvocatura, questo l’obiettivo del convegno “Il Ruolo della donna nella criminalità organizzata”, curato dal Comitato Pari Opportunità del Foro di Lamezia e dall’Ordine degli avvocati nei locali del Chiostro Caffè Letterario. Conoscere meglio il fenomeno della criminalità, indagarlo, per agire di conseguenza ed in modo preventivo sulla società. Combattere la criminalità non significa solo attuare azioni repressive, ma principalmente avere l’urgenza di attuare una vera e propria rivoluzione culturale. Al centro del dibattito, moderato da Mariannina Scaramuzzino, consigliere comitato pari opportunità del foro di Lamezia, un’attenta analisi sul ruolo apparentemente secondario della donna nelle organizzazioni criminali: un tempo depositaria dei valori (o per meglio dire disvalori) delle famiglie malavitose, era relegata a perpetrare quel tipo di cultura alle nuove generazioni, educando i figli secondo i principi di onore e disonore. Oggi, seppur mantenendo un ruolo che sembra ancora subalterno, ricopre, all’interno del clan, anche compiti di primaria importanza. 

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“Il ruolo della donne criminali è ancora oggi sottovalutato, questo fa si che venga garantita loro una certa impunità. Di conseguenza vengono attribuiti loro posizioni sempre più rilevanti all’interno delle famiglie criminali”- dice Dina Marasco, presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Lamezia. Di pari passo con il mutamento della società, con l’emancipazione del genere femminile, anche la criminalità organizzata ha dovuto ricostituire il proprio assetto organizzativo. A spiegarlo è stato il docente di Sociologia Generale dell’Università Magna Graecia di Catanzaro Emilio Gardini, con il quale il CPO di Lamezia ha stipulato un protocollo d’intesa per una serie di attività didattiche e culturali, che ha analizzato, attraverso un excursus storico dal medioevo ad oggi, il mutamento del sistema famiglia come unità organizzativa base della società.

 Si parla dunque di un’emancipazione, in questo caso in negativo, che ha portato alla criminalità organizzata parecchi vantaggi. “La giurisdizione, questa volta, attua un pregiudizio al contrario, - ha fatto notare Gabriella Reillo, magistrato della corte d’Assise e d’appello di Catanzaro, consigliere del Comitato Pari Opportunità e vicepresidente dell’Associazione Donne Magistrato Italiane - si tende a declassare il ruolo della donna criminale: le stesse condotte poste in essere da un uomo sono considerate reati, per una donna no. La donna da sempre è considerata come madre, è sempre stata usata come merce di scambio per accrescere la potenza criminale delle famiglie, o sedare faide attraverso matrimoni di comodo. Oggi prende le parti del marito quando viene arrestato ed ha un ruolo fondamentale nelle operazioni di natura estorsiva.”

Alla luce di queste analisi, bisognerebbe attuare un diverso approccio al problema e, come ha spiegato Luana Loscanna, giudice della sezione penale, prima di tutto “superare lo stereotipo che le organizzazioni criminali abbiano un profilo prettamente maschile”.
Ma molte di queste donne, sono prima di tutto madri e, in alcuni casi sono proprio loro ad avere il coraggio di tirare fuori i propri figli da un vortice che altrimenti sarebbe senza via d’uscita, denunciando, aprendosi a richieste d’aiuto alle autorità.
A parlare della questione dei minori, in videoconferenza, è stato il giudice Roberto Di Bella presidente del tribunale dei minori di Reggio Calabria.
Conosciuto come il giudice che dà una seconda opportunità ai figli dei boss, ha attuato un sistema di tutela dei ragazzi legati alla criminalità che permette loro di essere “liberi di scegliere”, questo il nome del progetto. Attraverso dei provvedimenti temporanei che terminano al compimento della maggiore età, questi giovani, seguiti da operatori, vengono allontanati dalle loro famiglie di origine per sperimentare orizzonti culturali diversi dal loro contesto di provenienza e poter così vivere un’altra vita e scegliere il proprio destino. “Non contemplano un’alternativa di vita perchè non sanno che esiste un’alternativa. - ha spiegato Di Bella. - Negli anni ci siamo accorti che ci trovavamo a giudicare i figli di quelli che avevamo condannato negli anni novanta. E abbiamo capito che qualcosa doveva cambiare. Che le azioni punitive non potevano essere sufficienti.”

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Il sistema repressivo, dunque, mostrava alcune falle. I figli della ‘ndrangheta rimanevano criminali, anche dopo aver fatto il carcere, concepito da essi come un’esperienza di cui fregiarsi, da appuntare sul petto. Solo se trapiantati in un contesto diverso riuscivano a tirare fuori delle potenzialità incredibili, inaspettate. “La maggior parte dei ragazzi per i quali viene attuato il provvedimento di allontanamento riprendono a studiare, si sposano e scelgono poi una vita normale. I risultati vanno al di là delle nostre aspettative. Non serbano rancore verso di noi, anzi, tornano poi a ringraziarci per ciò che abbiamo fatto per loro”. - conclude Di Bella. Giunto poi quasi al termine dei suoi 25 anni di mandato, ha deciso di consegnare alle pagine di un libro la sua esperienza umana e professionale, intitolato “Liberi di scegliere. La battaglia di un giudice minorile per liberare i ragazzi della ‘ndrangheta” edito Rizzoli, scritto a quattro mani con la sceneggiatrice Monica Zapelli. Presente al convegno anche il neo sindaco Paolo Mascaro che nel prendere la parola sull'argomento del convegno precisa: "Dobbiamo sconfiggere la criminalità innanzitutto attuando un cambio di mentalità, ci vuole prima di tutto una vera e propria rivoluzione culturale, non possiamo esultare solo quando ci sono le maxi-operazioni".

D.C.

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