
-di Maria Arcieri.
Lamezia Terme - “Con il proliferare della legislazione in materia di criminalità organizzata sia di tipo mafioso che di tipo terroristico sono state introdotte delle norme sia di carattere processuale che sostanziale. Queste consentono di distinguere se vogliamo un iter processuale procedimentale prima inteso come fase delle indagini preliminari e processuali poi, inteso come dibattimento, che segna alcune differenze importanti che distinguono il dibattimento e ancor prima l’investigazione di criminalità organizzata rispetto a quella afferente ai cosiddetti, reati ordinari”. Queste le parole di Salvatore Curcio, Procuratore della Repubblica al Tribunale di Lamezia Terme nel suo intervento al convegno Aiga (Associazione italiana Giovani Avvocati) sul tema “Il regime della prova nei provvedimenti di criminalità organizzata,” che si è tenuto nell’aula Garofalo.
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“Questo perché il legislatore - per Curcio - ha preso atto delle maggiori difficoltà per gli uffici di Procura, quindi per il P.M. (Pubblico Ministero) di imbastire un’attività di indagine avente a oggetto fenomeni di criminalità organizzata, rispetto a quella che è un’indagine di tipo tradizionale per i reati cosiddetti ordinari. Per cui, attraverso una serie di interventi legislativi, che affondano nel lontano 1991, - ha sottolineato nel suo intervento – perché è negli anni ‘90, che si registra la maggior parte di questi interventi legislativi che hanno assicurato ai pubblici ministeri soprattutto quelli della Direzione Distrettuale Antimafia, una serie di strumenti tali che, ancora oggi, costituiscono l’ossatura dell’investigazione in tema di reati di mafia e nella trattazione di dibattimenti di reati di mafia che - ha concluso - agevolano in qualche modo l’attività del Pubblico Ministero prima, e del giudice dopo”.
“Correità significa, concorso nella esecuzione di un determinato reato. Il correo è colui che ha eseguito un reato insieme a un'altra persona all’interno del gruppo criminale”. Sulla chiamata in correità sulla valutazione in dibattimento si è incentrata la relazione di Maria Teresa Carè, Presidente della Sezione Penale del Tribunale di Lamezia Terme.
La sua relazione ha avuto a oggetto la valutazione della prova quando questa è costituita dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. “E’ un fenomeno, quello dei collaboratori di giustizia, che ancora interessa i nostri tribunali, in particolare il circondario di Lamezia Terme, che presenta ancora questo fenomeno in maniera piuttosto rilevante. Il Tribunale spesso si trova a dover deliberare le proprie decisioni sulla base delle dichiarazioni di queste persone, che sono sottoposte a un programma di protezione da parte dello Stato. E, proprio perché essendo quasi sempre persone che hanno vissuto dall’interno le vicende della criminalità organizzata, che sono in grado di fornire delle notizie riguardo al modo in cui questi gruppi criminali operano sul territorio”. “E, naturalmente, - per il Presidente - offrono anche delle notizie riguardanti reati specifici che sono stati commessi, evidentemente, - ha spiegato - da persone che insieme a loro hanno fatto parte dello stesso gruppo criminale. Ecco, perché si parla di chiamata in correità. E lo Stato si sta preoccupando di disciplinare questa ipotesi”. Per Mario Murone, professore aggregato di procedura penale all’Università Magna Graecia di Catanzaro, nel suo intervento sul doppio binario probatorio alla luce dei principi convenzionali e costituzionali, ha detto che “Si tiene conto della necessità di adeguare determinati istituti a quella che è l’emergenza criminalità. Si tratta - per Murone - di stabilire se questa emergenza fronteggiata dal relatore con una serie di interventi a singhiozzo, abbia raggiunto o meno il suo risultato e se effettivamente si possa parlare di doppio binario”. Il responsabile del programma formativo penale “Il venerdì Aiga” è Giuseppe Murone, avvocato.
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