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Lamezia Terme – In una lettera aperta, una paziente racconta la sua esperienza al pronto soccorso dell’ospedale "Giovanni Paolo II".

“Quando è arrivato il mio turno e sono entrata – racconta la lettrice - mi si è aperto uno scenario surreale. Sembrava di essere in una scena dei film di guerra, dove si vedono quelle pseudo tende mediche fatiscenti, in cui i soldati feriti sono accampati in giacigli di fortuna. Si sentivano lamenti, pianti, urla e un continuo vociare in sottofondo. Non avevo il coraggio di guardarmi intorno, perché percepivo così tanta sofferenza nell'aria, che ho avuto paura ad incrociare gli sguardi di chi lo emanava tutto quel dolore. Con gli occhi bassi, ho seguito l'infermiera e mi sono sdraiata sul lettino.

Ma è stato mentre il dottore mi visitava, che ho creduto di vivere un brutto sogno; Il ragazzo al di là del separè, si lamentava nonostante stesse dormendo in quanto sedato, un bambino non so dove urlava disperato mentre lo ricucivano per un taglio in testa, un uomo in lontananza continuava a urlare "aiuto, aiutatemi" nonostante fosse circondato da medici e infermieri. Non so quanto tempo io abbia realmente trascorso lì dentro, ma per me è stato comunque troppo, ho assorbito troppa sofferenza tutta insieme, è stato bruttissimo”.

E, prosegue la paziente nel suo racconto: “una volta uscita da lì, mi sono chiesta: Ma come fanno medici e infermieri? Come fanno a sopportare tanto dolore ogni giorno, senza che questo ricada sulla loro salute e su quello delle loro famiglie? Come fanno a lavorare in strutture che cadono a pezzi, cercando di fare i miracoli con i pochi e pessimi strumenti che hanno a disposizione? Facendo avanti e indietro, sbattendo di qua e di là come palline di un flipper, cercando di mantenere la calma in mezzo ai pazzi. Stipati tutto il giorno, tutti i giorni, in spazi logisticamente ristretti, luoghi angusti invasi da degenti, a sopportare il peso di ogni singolo malato che varca quella porta. E nonostante questa bolgia infernale, hanno avuto tutti una parola gentile, un sorriso percettibile anche dietro la mascherina, quel "non ti preoccupare" che detto da chi ha un camice è come se valesse un po' di più, ammettiamolo. Forse se sta povera gente venisse messa in condizioni lavorative migliori, non ci sarebbero ore e ore di attesa, non subirebbero le violenze di chi, esausto e arrabbiato, arriva a sfasciare un pronto soccorso a pugni. Io vi auguro – conclude - di non doverci passare mai, ma se vi dovesse capitare, ripensate a quello che avete appena letto e diteglielo che li ammirate per quello che fanno, perché davvero questa gente merita ogni lode”.

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