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Lamezia Terme - In tempi di Coronavirus all’emergenza sanitaria notoriamente diffusa, fanno da “corollario” anche aspetti legati a fenomeni di natura psicologica che, non da meno, rappresentano anch’essi una spia di malessere prioritaria in un contesto già segnato da vicissitudini di vario genere, economico, sociale e culturale. A Lamezia, ad occuparsi di questi aspetti e cercare di offrire sostegno, dal mese di marzo il Centro di salute mentale dell’Asp, diretto dalla responsabile, Rossella Manfredi ha ricevuto molte richieste di intervento attraverso l’attivazione di un numero telefonico dedicato. Con la dottoressa Manfredi, abbiamo fatto il resoconto di questo determinato periodo soffermandoci sulle attività del Centro.

“A seguito delle misure restrittive messe in atto su tutto il territorio nazionale e regionale per la prevenzione e gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19 il Centro di salute mentale di Lamezia - racconta al Lametino.it la dottoressa Manfredi - ha subito una contrazione di molte delle attività specifiche con la chiusura del Centro diurno per l’impossibilità di portare avanti le attività terapeutiche di gruppo riabilitative di tipo cognitivo, manuali e di socializzazione specifiche per i pazienti, e delle attività ambulatoriali specialistiche non urgenti di presa in cura (Cup dipendente rimanendo attivi per l’emergenze ambulatoriali e territoriali (domiciliari ) dei pazienti psichiatrici gravi per ricoveri in regime Tso, somministrazione delle terapia Depot mantenendo pertanto il Servizio aperto ai bisogni clinici e psico-sociali. Secondo un piano sottoscritto da da tutti gli operatori che costituiscono l’equipe del Centro ( 6 medici , 1 psicologa , 2 assistenti sociali, 5 infermieri+1Oss, 1 tecnico di riabilitazione.psichiatrica in turno sulle H12 da lunedì a venerdì e sabato sulle 6 ore. Per il procrastinarsi del tempo di quarantana nell’ultima settimana di marzo abbiamo registyrato un incremento dei ricoveri in Tso circa 4 in pochissimi giorni ed alcune nuove prese in carico. Il dato segue la tendenza nazionale che ha visto in tutti i territori regionali un aumento dei ricoveri dei pazienti con disturbi psichiatrici gravi (Schizofrenia, disturbo bipolare e gravi depressioni con idee suicidarie)”. 

Attivazione numero telefonico volto alla popolazione generale fuori dal circuito psichiatrico

“Per essere presenti in questa fase durissima e difficile per i cittadini di tutto l’ambito territoriale , costretti a vivere uno stato di isolamento forzato, di paura anzi di angoscia di contagio, di malattia - prosegue la dottoressa Manfredi - abbiamo attivato una linea telefonica aperta ogni giorno per quattro ore e per tutta la settimana a disposizione di quei cittadini bisognosi di un contatto, sostegno psicologico, di condivisione e di rassicurazione. In considerazione di quanto è emerso in corso di altre epidemie (di Sars, iniziata in Cina nel 2003 e poi diffusasi ad altri Paesi) ci siamo preoccupati, in collaborazione con i colleghi del Servizio psichiatrico ospedaliero, di predisporre anche una Task force per interventi di sostegno, di supporto psicologico rivolti al Personale Sanitario che ne farà richiesta (Medici di Medicina generale, medici ed infermieri Pronto soccorso, 118, medici e infermieri Reparto di Anestesia e Rianimazione, Pneumologia e Medicina) che sono in front line nella gestione dell’emergenza sanitaria Covid-19 su tutto il nostro territorio lametino e che sono ad alto rischio di sviluppare ansia, depressione, frustrazione e disturbo post-traumatico da stress

L’attivazione del numero telefonico di supporto psicologico-clinico

“Per quanto riguarda l’attivazione del numero telefonico di supporto psicologico-clinico - evidenzia altresì la dottoressa Manfredi - abbiamo visto un graduale incremento man mano che si è protratto il tempo del “Lockdown” anche se le aspettative sul numero di telefonate era maggiore; le telefonate sono state circa 50 spalmate su circa 50 giorni di quarantena un dato questo che è stato stigmatizzato anche da altri Centri in Italia che hanno offerto il medesimo servizio. Il dato delle telefonate è stato analizzato e percentualmente così rappresentato: il 10% pazienti già in cura che pur disponendo di specifici percorsi telefonici e di accesso diretto al Servizio lo hanno utilizzato come un’ulteriore voce di supporto e di informazione probabilmente nel bisogno di amplificare il valore delle rassicurazioni e rafforzare i “legami terapeutici“ già esistenti e forse ancora nella fantasia di essere considerati parte dei cittadini “cosiddetti normali”; 12% operatori sanitari, medici, infermieri professionali in prima linea molti dei quali hanno denunciato storie di solitudine e di angoscia senza alcun sostegno a volte privi dei dispositivi protettivi sovraesposti ; la paura di infettare familiari figli coniugi e se stessi guardati con sospetto quali possibili “untori” dai vicini di casa. Il 78% sono state persone che non hanno mai avuto contatti con i nostri servizi tra questi: il 28% hanno chiesto informazioni sulla diffusione, resistenza e trasmissione del Virus sull’efficacia delle misure di contenimento del contagio messe in atto, altre richiedevano suggerimenti su come utilizzare il tempo libero a disposizione. Il 50% persone che hanno chiesto aiuto, ascolto per sintomi di ansia, disturbi dell’umore disturbi del sonno accompagnati da vissuti di angoscia d’impotenza di smarrimento. In poche circostanze è stato richiesto un trattamento farmacologico o un riesame della terapia ansiolitica già prescritta e/o che la persona stava già assumendo. Per il dato di specie: 70% donne e 30% uomini”.

L’analisi dei dati

“Come dicevo - afferma la dottoressa Manfredi nell’analizzare i dati - ci saremmo aspettati una maggiore richiesta ma dobbiamo considerare che pur essendo stata una delle prime iniziative in tal senso ad essa hanno fatto seguito quasi in contemporanea numerose altre iniziative di solidarietà sociale volte ad aiuti più concreti di bisogni primari (spesa, farmacia per le persone sole e fragili) anche iniziative di altri ordini professionali psicologi-assistenti sociali; sicuramente lo stigma che sempre riguarda i servizi e gli operatori della salute mentale hanno fatto la loro parte. Inoltre soprattutto nella prima fase delle misure, il nostro servizio è stato attivo seppure con delle restrizioni, i pazienti che si sono rivolti direttamente a noi hanno potuto beneficiare di visite psichiatriche urgenti, un controllo attivo telefonico di sostegno. I pazienti con disturbi mentali gravi per un certo tempo hanno mostrato una buona resistenza, l’isolamento le difficoltà relazionali sono esperienze abituali per il paziente psicotico grave; lo stare a casa in quarantena ha rappresentato una “tana” una sorta di guscio “protettivo” in cui rinchiudersi e sentirsi protetti dalle minacce esterne compresi il coronavirus. Molti colleghi di altri servizi come il nostro hanno riportato questo dato “non c’è stato un innalzamento della gravità della psicopatologia, non è aumentato il numero delle richieste di intervento psichiatrico soprattutto nella prima fase quando si sono alternati messaggi allarmistici e quelli rassicuranti , quando l’Italia si è unita nel coro comune “Sto a casa ed andrà tutto bene” i concerti sui balconi hanno dato un senso di solidarietà, l’idea di un tempo determinato di sacrifici che sarebbe presto finito se tutti avessimo camminato insieme; l’adesione individuale a sistemi di difesa collettivi all’angoscia. Per molti questo tempo ritrovato è stato sfruttato in vari modi ripulire le case cucinare “tante cose apparentemente indispensabili hanno perso la loro urgenza e ci siamo tutti scoperti capaci di fare a meno del parrucchiere dell’estetista dello shopping”. Ma ora che il tempo dell’incertezza della imprevedibilità è diventato più lungo di quanto avessimo immaginato, le prospettive di un pericolo scampato ancora lontano ed il futuro gravato da problematiche economiche di recessione, ritorna la “paura” di non farcela, l’incubo del Virus invisibile, la quotidianità scandita da rituali di file interminabili, mascherine che ci rendono anonimi, qualcuno ha scritto: “Siamo partiti per uno scatto sui 100 metri e ci siamo trovati a fare una maratona”. Per molti di noi - conclude Rossella Manfredi - significherà fare i conti con spazi di vuoto , di silenzio e di impotenza” ma anche di rabbia e solitudine. Noi pensiamo che “lo stress cronico” che questa pandemia ha determinato significherà un aumento dei disturbi d’ansia, e fra questi il disturbo post-traumatico da stress, e disturbi depressivi. Ci stiamo già preparando alla “Fase 2” a rimodulare tutte le nostre attività secondo quanto prevede”.

Antonio Cannone

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