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Lamezia Terme - La chiamata in correità si verifica ogni volta da parte di chi è accusato di un reato che venga indicata come complice una seconda persona. Per formare il proprio convincimento, il giudice procede a delimitare tra i fatti allegati quelli controversi, e dunque bisognosi di prova, mediante l’esame degli atti processuali nonché attraverso il libero interrogatorio delle parti (thema probandum). Questi sono stati i temi della lezione del corso di difensore d'ufficio che si è tenuto nell'aula Garofalo del tribunale di Lamezia Terme, "La chiamata in correità tra regole di valutazione della prova e libero convincimento del giudice", organizzato dalla scuola territoriale della Camera penale che ha visto la docenza di Maria Teresa Carè, presidente della sezione penale del tribunale, l'organizzazione di Francesco Pagliuso, avvocato penalista e responsabile della scuola territoriale e la presentazione di Pino Zofrea, presidente della Camera Penale e penalista.

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Intervista a Maria Teresa Carè, presidente sezione penale del tribunale di Lamezia Terme

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La sua lezione presidente Carrè, affronterà la normativa sui collaboratori di giustizia. In cosa consiste?

Sarà incentrata sulla normativa sui collaboratori di giustizia e in particolare sulla giurisprudenza che si è formata in punto di valutazione della prova. Valuteremo come il collaboratore viene ammesso al programma di protezione. E quindi le ragioni che lo hanno spinto a collaborare con la giustizia che non sono necessariamente diciamo, delle ragioni di tipo morale, nel senso, che noi parliamo impropriamente di pentiti, in realtà al giudice non interessa che ci sia stata una reale conversione morale dell'individuo. Il giudice deve solo valutare che vi sono delle ragioni che in teoria potrebbero essere anche interne alla stessa organizzazione criminale”.

In che senso, mi scusi?

Nel senso, che ad esempio, molto spesso il fenomeno del pentitismo è legato anche alla lotta tra organizzazioni criminali, e cioè che all'interno di uno stesso gruppo criminale, può verificarsi che ci siano degli screzi, degli sgarri, per dirlo nei loro termini, che determinano l'isolamento di uno degli associati, rispetto agli altri. Quindi, quando l'associato sente di essere in pericolo, e sente in qualche modo che la sua vita o anche la sua posizione di potere all'interno del gruppo, sta per essere sovvertita, potrebbe anche decidere di collaborare con la giustizia. O comunque può decidere di collaborare quando la sua situazione processuale è diventata così difficile che la collaborazione è l'unico modo per avere dei benefici di pena”.

Lo fanno in molti?

Beh, direi assolutamente di sì, perchè comunque l'ammissione al programma di protezione, può anche essere determinata dalla necessità di regolamentare la propria posizione processuale. Le ragioni possono essere le più varie. Non si può dire quali siano le ragioni di ciascun collaboratore, però certamente al giudice compete anche cercare di valutare per quale motivo la persona ha deciso poi di collaborare con la giustizia”.

In questa città c'è la notizia che ci sia il più alto numero di pentiti d'Italia. Secondo lei, come mai?

Ovviamente anche in questo non penso si possa fare, diciamo, un ragionamento unitario. Le ragioni possono essere molte. Tra cui, verosimilmente il fatto che non ci sia in realtà una pax totale tra i gruppi criminali. E quindi probabilmente ci sia anche un conflitto tra vecchio gruppo di potere, emergenti, eccetera. Questo naturalmente non sono in grado di dirlo, perchè di questo è molto più a conoscenza la Procura della Repubblica e in particolare della DDA. Non sono in grado di darle su questo delle specificazioni. Però mi sento di poter dire che potrebbe essere questa la ragione".

Cosa pensa sulla norma delle responsabilità civili sui magistrati?

E' un discorso complesso questo che richiederebbe troppo tempo”.

Il suo pensiero?

"Il mio pensiero è questo. Per quanto riguarda le ferie da un lato le devo dire che non sono mai riuscita a fare le ferie. Per esempio lo scorso anno ho lavorato l'intero periodo feriale qui a Lamezia. Ancora ho le ferie dell'anno 2014 che non ho fruito. Quindi non mi meraviglia che mi dicano che, non posso prendere 40 giorni, perchè non li ho mai presi nella mia vita, quindi non sposta nulla nella dinamica della mia vita. Le dico però che il lavoro del magistrato, soprattutto quando è fatto con molto impegno, è estremamente logorante. Per cui i 45 giorni all'anno, sono, secondo me una garanzia anche per il cittadino, perchè è anche vero che nessun di loro vuole di fronte un giudice frettoloso, che deve sbrigarsi a tutti i costi probabilmente, invece, il cittadino sarebbe alla ricerca di una giustizia di qualità, che ormai è sempre più difficile garantire se non con sforzi sovraumani. Diciamo, i due lati della medaglia. Analogamente per la responsabilità civile, sicuramente, questa è una normativa che ci porta in Europa”.

In che senso?

"Nel senso che ci alleniamo alle normative europee, però l'Italia è un paese particolare. Molto diverso dalla civilissima Germania, per cui è uno strumento che dato in mano a persone senza scrupoli, potrebbe rivelarsi estremamente deleterio, per la giustizia in generale".

Perché?

"Così come, assistiamo alla cosiddetta medicina difensiva, rischiamo di avere una giustizia difensiva. E ancora le ricadute di questa legge, noi li vedremo nei prossimi anni. Mi auguro che sia una legge positiva per il cittadino, perchè così è nata, per andare incontro alle esigenze del cittadino. Non vorrei che come finora è sempre successo in Italia che ogni legge vada invece esattamente a pregiudicare solo il cittadino”. 

Maria Arcieri

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