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di Antonio Cannone

Lamezia Terme - La notizia della riapertura delle indagini per cercare di fare luce a distanza di 35 anni sul duplice omicidio di Francesco Tramonte e Pasquale Cristiano, i due netturbini caduti sul lavoro il 24 maggio del 1991 e confermata dal procuratore della Dda, Salvatore Curcio, è stata accolta con grande interesse e sollievo, oltre che dai familiari delle vittime, anche dall'intera comunità lametina, eccezion fatta per chi di quella strage fu esecutore e mandante. Riaprire un'indagine così importante e complessa, presuppone che ci siano nuovi elementi da approfondire, frutto di prove fondate sulle quali sostenere l'accusa e poi arrivare all'individuazione di un colpevole nei vari gradi della giustizia.

La parole di Curcio

"Ci sono stati degli elementi ulteriori che sono stati acquisiti nel corso di questo ultimo anno, e che hanno consentito la riapertura delle investigazioni attraverso alcuni atti che sono stati trasmessi alla Direzione distrettuale antimafia dalla procura della Repubblica di Lamezia Terme". Queste le parole del procuratore Curcio dalle quali si evince che l'indagine parte da Lamezia e approda alla Dda di Catanzaro poiché gli elementi raccolti - e questo è sempre stato chiaro fin dall'inizio - sono elementi riconducibili ad un delitto di mafia. Ad un delitto voluto dalla mafia, o meglio dalle cosche di 'ndrangheta locali per gli interessi che ruotavano attorno all'appalto della nettezza urbana.

Il servizio nettezza urbana a partire dal 1988

Va ricordato, per dover di cronaca, che nel dicembre del 2022, i familiari dei due netturbini, presentarono un esposto alla Dda di Catanzaro, fornendo elementi comunque già noti nell'intento di contribuire, insieme ad un’apposita petizione, alla riapertura dell'indagine. Ne parlò in un'intervista (QUI) al nostro giornale, Francesco Cristiano, fratello di una delle vittime.

Di seguito alcuni estratti di quell'esposto

Nel 1988 l’Amministrazione comunale di Lamezia aveva indetto una gara pubblica per dare in appalto ad aziende private il servizio di raccolta e trasporto dei rifiuti solidi urbani perché non era in grado di gestirlo direttamente a causa dell’insufficienza dell’organico del personale e dell’inadeguatezza dei mezzi di trasporto. Con delibera di Giunta n. 1750 del 23.08.1988 veniva indetta la gara a licitazione privata e approvato il disciplinare di appalto per la raccolta dei rifiuti solidi urbani dai cassonetti, lo spazzamento dello spazio di posa degli stessi ed il successivo trasporto in discarica dei rifiuti.

Si stabiliva anche il prezzo del servizio in 330.000.000 di lire per un periodo di tre mesi, dal 01.10.1988 al 31.12.1988, con obbligo dell’appaltatore di manutenzione dei mezzi di proprietà del Comune. Le motivazioni di tale privatizzazione del servizio in realtà venivano smentite categoricamente poco tempo dopo dalla Commissione di accesso e dalla Corte dei conti, in quanto il Comune disponeva di 14 mezzi per la raccolta ed il trasporto dei rifiuti e di quarantanove operai. L’appalto veniva aggiudicato dall’Associazione temporanea di Imprese C.I.S.E. Nonostante la scadenza prevista al 31.12.1988, il servizio veniva mantenuto dalla C.I.S.E. fino al 31.03.1990 con successive proroghe e aggiudicazioni con ribassi ed esclusione di altre imprese per mancanza di requisiti o vizi di forma.  Dal 01.04.1990 al 30.09.1990 il servizio veniva espletato direttamente dal Comune per poi essere nuovamente riappaltato ai privati fino a giugno 1991. In questo caso la ditta vincitrice era la S.E.P.I., che, in parte, era la stessa C.I.S.E. Le condizioni prevedevano che una parte dei mezzi meccanici rimaneva a carico dell’impresa e una parte dei dipendenti rimaneva a carico del Comune.

Quanto ricostruito nella Sentenza della Corte di assise

Giova ricordare quanto ricostruito nella Sentenza della Corte di assise di Catanzaro: “è stato opportunamente messo in luce che l’assetto contrattuale relativo al servizio della nettezza urbana si risolse in una ingiustificata locupletazione (arricchimento ingiusto) dell'impresa appaltatrice in quanto: - l’onere finanziario del Comune, per i corrispettivi da pagare agli appaltatori, fu di L. 2.581.813.720 fino al 24.06.1991 e di L. 253.539.000 per i pochi mesi residui; alla C.I.S.E. e alla S.E.P.I. furono sufficienti per espletare il servizio solo 15 operai, mentre nelle deliberazioni dell’Ente si affermava che il personale comunale (che si accertò essere di ben 39 operai) era insufficiente; del tutto non veritiera risultò l’affermazione dell’inadeguatezza dei mezzi, posto che il Comune fornì all’impresa i mezzi di trasporto (completamente sino al 31.3.1990 e in parte nel secondo), e il contratto non fu se non un semplice appalto di manodopera; i sei mesi di gestione diretta (1 aprile-30 settembre 1990) dimostrarono che il Comune era in grado di attivare in proprio il servizio, senza ricorrere a terzi; contrariamente alle norme di capitolato, le spese per il carburante, la manutenzione e la riparazione dei mezzi (ammontanti a 700 milioni) non furono sostenuti dall’impresa ma dal Comune, né mai questo procedette al recupero delle stesse; altri 558.856.000 di lire furono liquidati alle ditte I.G., P.F. e R.G. per lavori di risanamento igienico eseguiti tra l’agosto '88 e il marzo '89, su disposizioni verbali dell’assessore competente…”.

“Codesti macroscopici favoritismi attuati mediante evidenti violazioni di legge non potevano non rendere il settore della nettezza urbana del Comune di Lamezia Terme terreno di conquista di spregiudicati operatori mafiosi. E l’egemonia del gruppo facente capo prima alla CISE e poi alla SEPI non tardò a subire gli assalti di chi con ferocia e con metodi mafiosi perseguiva il chiaro fine di scalzarlo o di prenderne il posto…” (Corte di assise di Catanzaro, Sentenza n. 11/93).

Per il duplice omicidio veniva sospettato Isabella Agostino, persona rispondente alle caratteristiche descritte dal terzo netturbino rimasto vivo, Eugenio Bonaddio. L’Isabella veniva quindi rinviato a giudizio dinanzi alla Corte di assise di Catanzaro. Nel corso del processo venivano sentiti diversi testimoni, tra i quali il collaboratore di giustizia Antonio Fiorentino, affiliato alla Sacra Corana Unita, detenuto nella casa circondariale di Lamezia Terme nel periodo della custodia cautelare dell’Isabella. Fra gli elementi dell'accusa: il riconoscimento dell’imputato da parte del Bonaddio, la descrizione fornita con corrispondenza dei tratti somatici dell’assassino con quelli dell’Isabella, la presenza di tracce di polvere da sparo sulle mani dell’imputato; l’assenza dell’imputato in casa sin dalle sei del mattino; un presunto depistaggio ad opera di una donna, i presunti legami dell’imputato con esponenti della criminalità organizzata e le dichiarazioni del collaboratore Fiorentino. Elementi, però, che non convinsero la Corte di assise di Catanzaro che pronunciò sentenza di assoluzione per non aver commesso il fatto. Alla sentenza seguiva un appello da parte del Pubblico ministero presentato fuori termine e pertanto dichiarato inammissibile.

Lo scioglimento del Consiglio comunale

Ricostruzione che già due anni prima era stata anticipata nel Decreto del Presidente della Repubblica del 20.09.1991 di scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni mafiose. L’omicidio dei due netturbini deve infatti essere inserito in un contesto più ampio che deve tenere necessariamente conto della situazione politica e criminale che stava vivendo la città in quegli anni.

Tra il 1990 e il 1991 la città fu scossa da ben dodici omicidi. Il 12 e il 13 maggio 1991 si tenevano le elezioni amministrative. La Democrazia cristiana otteneva il 41% dei voti, con 18 consiglieri comunali eletti, il Partito socialista il 33 %, con 14 consiglieri. Sindaco veniva eletto il democristiano Franco Anastasio. Il risultato ottenuto dai due partiti maggiori “stava infatti ad indicare un evidente condizionamento mafioso del voto: nelle liste dei due partiti infatti venivano candidati ed eletti personaggi del tutto estranei alla vita politica cittadina. Il risultato di tali elezioni fu l’arrivo della Commissione d’accesso ed il successivo scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni mafiose: “il Consiglio comunale di Lamezia Terme, rinnovato nelle consultazioni elettorali del 12 e 13 maggio scorsi, presenta fenomeni di infiltrazioni e di condizionamento di tipo mafioso rilevati dalla relazione del Prefetto di Catanzaro del 20 settembre 1991, dell’Alto Commissario per il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa, degli organi locali di Polizia e dai provvedimenti dell’Autorità Giudiziaria…”. (Decreto del Presidente della Repubblica del 20.09.1991).

Il quadro politico dell'epoca

Nel decreto di scioglimento si evidenziavano collegamenti diretti o indiretti di consiglieri comunali Dc e Psi con esponenti della criminalità organizzata. Alcuni componenti della Giunta in carica prima di quella diretta da Anastasio erano stati rinviati a giudizio per avere “distratto pubblico denaro dalle casse comunali” a favore dei titolari di un’impresa cui era stato affidato l’appalto per la raccolta dei rifiuti solidi urbani “pur avendo l’ente anche come personale addetto la capacità organizzativa per gestire direttamente il servizio”. L’indagine sull’appalto dei rifiuti si concentrava infatti sulla regolarità delle procedure in base alle quali era stato affidato l’appalto per la nettezza urbana all’impresa C.I.S.E. nonostante l’ente comunale fosse dotato di mezzi e personale adatti a gestire direttamente il servizio (Procedimento n. 8/89 Reg. Gen.)

Cosa aspettarsi dalla nuova inchiesta?

Si parte dalle affermazioni di Curcio "...elementi ulteriori che sono stati acquisiti nel corso di questo ultimo anno". Ebbene, si possono fare solo ipotesi legate comunque ad aspetti consequenziali ai fatti accaduti quella mattina del 24 maggio di 35 anni fa. Un primo elemento potrebbe essere legato a chi materialmente commise quella azione omicidiaria. Tenuto conto dell’assoluzione all’epoca dell’unico indagato, poi deceduto, e di prove tutte “bocciate” nel processo. Ergo, si è sempre parlato in questi anni di speranza (e questo è stato anche l'auspicio dei familiari delle due povere vittime) che qualche collaboratore di giustizia, pentito, o confidente, insomma, potesse rompere il muro del silenzio e "parlare".

È accaduto questo?

I "nuovi elementi acquisiti" sono riferibili all'indicazione di un nome nuovo che sparò la mattina del 24 maggio 1991? All'arma usata? Ricordiamo, un kalashnikov che in quegli anni fece la comparsa in diversi fatti di sangue nel corso della guerra di mafia. Perché è evidente che solo di fronte a fatti nuovi legati all'esecutore materiale del duplice omicidio si può riaprire di nuovo un'indagine. C'è già qualche indagato? Sono stati fatti già eventuali riscontri? Comparazioni? Se l'inchiesta è passata dalla procura ordinaria alla Dda, probabilmente si è abbastanza avanti con quanto ipotizzato e si è in attesa delle giuste e necessarie conferme per poi procedere. Un altro aspetto che appare significativo, è che ad aprire l'indagine sia stata prima la procura lametina. Anche qui, rimaniamo nel campo delle ipotesi, si potrebbe presumere che i "nuovi elementi acquisiti", possano riguardare persone e fatti prettamente lametini. Infine, parlando sempre di "nuovi elementi acquisiti" si può ipotizzare che questi elementi possano riguardare anche i mandanti?

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