
Lamezia Terme - Una figura a tutto tondo di intellettuale, di uomo, d’artista capace di stupire ancora e di restare impresso nella memoria storica dei suoi concittadini: questa l’immagine resa dalle testimonianze di quanti hanno conosciuto Tonino Iacopetta, e hanno voluto ritrovarsi nell’incontro organizzato presso il Centro culturale Samarcanda, per parlarsi, sorridere, piangere, ricordare insieme, a quasi due anni dalla scomparsa di uno degli ultimi maestri capaci di trasmettere messaggi di valevole intensità alle nuove generazioni di Lametini. Ad introdurre l’incontro, moderato dal giornalista Salvatore D’Elia, le voci di Barbara e Manuelita Iacopetta, rispettivamente la figlia e la nipote del poeta scomparso, che insieme alla dottoressa Michela Cimmino ne hanno recitato a più riprese le liriche, contenute nelle 4 raccolte pubblicate, al sottofondo della canzone “Vorrei” di Luigi Tenco, regalata in 45 giri alla nipote dallo stesso Iacopetta, segnandone il percorso individuale. Liriche minimaliste di ispirazione dadaista e futurista, come i collage, alcune perfino in forma di haiku, cosa che secondo lo studioso Francesco Polopoli prefigurerebbe una connotazione avanguardistica della sua opera. Ma soprattutto affiora la sua immagine di padre, e Barbara ricorda d’aver pensato più volte “la poesia me lo ha tolto”, ricordando l’attaccamento quasi fisico ai libri e alla penna, visti come “un prolungamento del suo corpo”.
Un attaccamento che in seguito all’incidente dal quale non si sarebbe più completamente ripreso gli si era negato: “l’inerzia forzata che lo ha tenuto lontano dalla sua poesia lo ha ucciso” ha detto ancora d’aver pensato Barbara, usando parole forti e commosse. Ma è stata sottolineata anche la serenità della sua morte, avvenuta nel sonno così come aveva più volte detto e scritto di desiderare. Una morte presentita, come è stato ricordato dallo scrittore e amico Pasquale Allegro, alla quale Iacopetta si preparava da una vita, pure esorcizzandola con l’arte e coi versi, e di cui si sarebbe detto che era riuscito a non avere paura. “La sua semplicità era uno scavo profondo – continua Allegro – la sua poesia non era pessimismo ma uno strumento per affrontare il dolore.” Ne ricorda la figura di intellettuale malato di libri e “non assoggettato al potere” anche Gioacchino Tavella, mentre la giornalista Valeria D’Agostino cita le sue parole tratte da un’intervista comparsa integralmente sul blog Manifest: “Nelle cose minime ci può essere lo straordinario” spiega il poeta, noto non solo per liriche proprie ma per aver diffuso e amplificato la conoscenza storica della raccolta di Franco Costabile “Via degli ulivi” sulla quale ha condotto studi destinati a vivificare la memoria collettiva. Un viaggio attraverso il tempo che ricorda, come giustamente sottolineato dal critico dell’arte Silvio Gatto, la sua opera di collagista mirata a ricostruire immagini in nuovi contesti spaziotemporali. L’incontro si chiude proprio nella visione delle sue immagini, simbolo di una traccia indelebile, adesso di una memoria in più.
Giulia De Sensi

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