
Lamezia Terme - “Si dilati, carissimi fratelli e sorelle, sempre di più il nostro cuore, esulti di gioia perché risplenda nella nostra povera umanità la mirabile luce di Cristo”. Questa la sollecitazione del vescovo, Giuseppe Schillaci, nel corso dell’omelia durante la concelebrazione eucaristica dell’Epifania, officiata in cattedrale la sera del sei gennaio scorso e durante a quale ha anche invitato i fedeli a rivedere “la nostra vita alla luce di questo dono, splendido, perché anche la nostra vita possa diventare e farsi dono dinanzi alla splendida luce”.
Per il Pastore della Chiesa lametina, “il mistero dell’incarnazione che stiamo celebrando in questi giorni di Natale, che si chiuderanno domenica prossima con la festa del battesimo del Signore, ci consegna una grande verità. Una verità che dobbiamo fare sempre più nostra: il figlio di Dio con la sua incarnazione (sono parole del Concilio Vaticano II) si è unito in un certo modo ad ogni uomo. Basterebbe questo – ha proseguito - per contemplare il mistero dell’incarnazione che ci dice questa verità. E, quindi, quando incontro ogni uomo devo pensare che incontro questo mistero. Gesù, il messia, non è destinato solo al popolo di Israele, non è destinato solo ad alcuni o a pochi privilegiati, ma a tutti. Allora, in questa manifestazione del Signore contempliamola questa universalità e la contempliamo non nello spazio o nel lusso dei palazzi del potere ma nell’umiltà e nella povertà di una mangiatoia”.
E gli stessi magi che si mettono in cammino, “si mettono in ricerca di questa verità” che è “una ricerca disinteressata, senza nessuno scopo particolare’’. Ma, mentre loro cercano, c’è “qualcuno che resta fermo: un re, un uomo che vive di potere che, però, ha paura. Perché Erode teme il Signore che viene – ha chiesto Schillaci - ? Teme perché c’è un altro re”. C’è “un re altro, cioè un re che non è venuto per dominare per controllare, non è venuto per esercitare il potere sugli altri. È venuto, invece, a servire. È venuto semplicemente a salvare l’uomo dalla pretesa di cercare di esercitare qualsiasi forma di potere sull’altro, indicandoci questa strada che è la strada dell’umiltà, dell’obbedienza, dell’amore generoso, gratuito, disinteressato. La ricerca dei Magi è finalizzata a tutto questo: il loro cammino, la loro ricerca approda all’adorazione”.
I magi, quindi, “riconoscono il Signore. E quando si riconosce il Signore – ha fatto notare il Vescovo - ci si prostra. Hanno portato dei doni dinanzi al dono per eccellenza ed il Signore non desidera altro: desidera il nostro desiderio. Il Signore ha sete di questa sete di Dio, questa sete di umanità. Quella sete che non si estingue mai se non in lui. Nessuno può pensare di sentirsi un arrivato nella fede”.
“A volte – ha concluso il Vescovo - penso a noi sacerdoti, vescovi, siamo arrivati e, quindi, ci sediamo e non ci si muove più mentre chi vive la fede è in cammino sempre ed è un cammino sempre nuovo” e “chi crede è animato da questo grande desiderio: incontrare il Signore, incontrarlo sempre perché incontrare il Signore significa incontrare il significato profondo della propria vita” in quanto “quando si incontra il Signore siamo sempre chiamati a vita nuova”.
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