
Lamezia Terme, 14 marzo – Positiva la risposta di pubblico alla presentazione, al teatro Umberto di Lamezia, del libro di Mimmo Gangemi “Il giudice meschino” edito da Einaudi, tra i sei che concorreranno all’edizione 2010 del premio Bancarella. L’incontro, promosso dal nostro giornale e dall’associazione culturale la Lanterna, fondatrice del premio “Feudo di Maida”, ha visto la partecipazione sul palco dell’autore Gangemi, del direttore de Il Lametino Franco Papitto, del presidente dell’associazione La Lanterna Stefania Vasta Iuffrida e del procuratore della repubblica presso il tribunale di Lamezia Salvatore Vitello. A moderare l’incontro, il giornalista Franco Oliva. Il libro è stato lo spunto per diverse riflessioni che hanno prodotto un vero e proprio dibattito tra i relatori sul palco ed il pubblico presente. La storia di un giudice dapprima indolente che alla morte di un collega suo amico decide di non rimanere più a guardare, ma di fare quel che possibile per arrivare alla verità. Anche instaurando un rapporto di collaborazione ambigua con il boss don Mico. Gangemi, nelle sue riflessioni al teatro Umberto fa emergere il lato pessimista e rinunciatario del libro che ha suscitato diverse reazioni, tra cui quella del Procuratore il quale, proprio nella stessa mattinata, aveva dovuto fronteggiare il ritrovamento di una scritta ingiuriosa riguardante il presidente della sezione penale Giuseppe Spadaro.
Per il procuratore Salvatore Vitello: “ Il mafioso non può essere un modello. Questa è la cosa su cui bisogna interrogarsi laddove la collettività ha un basso tasso di legalità. Ed è inutile girarci intorno: a Lamezia c’è un bassissimo tasso di legalità. Allora la collettività deve interrogarsi sul perché accadano determinate cose”. Così il Procuratore fa un esempio citando un episodio accaduto realmente, proprio a due passi del teatro Umberto in cui sta parlando, interrogandosi sul “perché un giovane pensa di essere il terrore della città e ad una festa collettiva arriva in un determinato locale, lo chiude e sequestra tutte le persone dentro? Ma perché fa questo? Chi gli ha insegnato queste cose? Perché non siamo in grado di educarlo ad un modello alternativo migliore”. Poi, Vitello prende ad esempio il don Mico di Gangemi e lo rapporta a Lamezia spiegando come al boss mafioso “non interessa che Lamezia progredisca, che vada avanti anche attraverso la cultura. A lui interessa che si faccia affari e si arricchisca. Questa condizione è quella descritta nel libro”. Per Vitello “è questo ciò che dobbiamo combattere perché a don Mico che è qui in avanzata età non possiamo più spiegargli niente, ma ai nipoti di don Mico lo dobbiamo spiegare. Dobbiamo fare questo sforzo. Gli dobbiamo spiegare che quella è la strada che non porta a nulla. Chi lo deve fare? L’istituzione che è un insieme di organi che fanno lo Stato e che interagiscono tra di loro attraverso anche le espressioni migliori della società come la scuola,la politica, le quando parlo di questa intendo la buona politica perché altrimenti è un’altra cosa che è allo stesso livello della delinquenza. Noi di questo ci dobbiamo occupare per aiutarea noi stessi. Perché se riusciamo a vivere bene noi riusciremo a far vivere bene anche gli altri”. Poi il Procuratore cita un passo in cui l’autore “classifica” i magistrati come quelli “che sono magistrati nel sangue, quelli come Alberto Lenzi (il protagonista) esempio vivente dello scansafatiche che fotteva lo stipendio allo Stato e quelli che avevano scelto la strada del compromesso. E’ una fotografia”.
Poi, aggiunge come i problemi di cui Gangemi parla nel libro lo coinvolgano molto sul piano emotivo “perché mi interrogo molto sul problema del pessimismo, dell’ottimismo, sul fatto degli eroi. Ecco io devo dire la mia esperienza. Mi capita di avere paura ma ho una passione, una voglia di non accettare il sopruso e l’arroganza che riesco ad indignarmi in maniera tale da liberarmi di tutte le paure. Quando vedo il sopruso o l’arroganza, e qui si vede spesso, io non riesco ad accettarlo”. Per Vitello “le persone per bene, che qui sono la maggioranza, devono compattarsi e resistere altrimenti è la fine. Non mi rassegno, non solo perché faccio il procuratore della Repubblica qui, ma perché sono un meridionale incarnato nella mia terra. Io non mi posso rassegnare di vendere la mia terra ai delinquenti, all’arroganza e alla loro prepotenza”. Questo intervento, molto apprezzato da tutti gli intervenuti, ha suscitato ulteriori spunti sul libro e ciò che ha spinto l’autore gangemi ad affrontare l’argomento ‘ndrangheta in modo diverso, non con il piglio dell’inchiesta, ma del romanzo noir che non disdegna, però, di descrivere la sua terra ed il pensiero, condivisibile o meno, della sua gente.
Virna Ciriaco
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