
Pedivigliano - Chiedono asilo politico i migranti sfuggiti alle dittature dei loro Paesi. I più vogliono andare in Francia e Germania. Alcuni sperano di ricongiungersi con i propri familiari. Come funziona una struttura di ospitalità. La missione civile e quella della Chiesa. Sono venticinque: ventuno nigeriani, tutti di religione cattolica; due togolesi e due papuani (provenienti dalla Papua Nuova Guinea), tutti musulmani (da qualche giorno in Ramadam, osservanza del digiuno per un mese). Tra questi, due giovani donne, entrambe nigeriane, una di 16, l’altra di 21 anni. Gli ospiti del Centro di accoglienza immigrati (“Villa Barbiero”) di Pedivigliano, quello di pioù recente allestimento, sono reduci dallo sbarco avvenuto agli inizi di giugno nel porto di Reggio Calabria. Sono fuggiti da regimi dittatoriali e da persecuzioni politiche. La loro odissea è iniziata da circa due anni, ossia da quando si sono visti costretti ad espatriare. Un’infinita serie di peripezie li ha portati in Libia, in un grande campo di concentramento, da dove, strapagando per la disperazione, hanno trovato il modo di avventurarsi su un barcone e approdare in Italia. Adesso, i più tra loro sperano di raggiungere la Francia e la Germania, in qualche caso per ricongiungimenti familiari. Storie drammatiche di profughi, che mai avrebbero voluto abbandonare la loro terra. Qui, tutti hanno già formalizzato le loro richieste di asilo politico, facendosi identificare con lo stampo delle impronte digitali senza resistenza alcuna. La struttura che li ospita è molto accogliente, un edificio scolastico dismesso, adattato alle esigenze di una casa di riposo per anziani, con sette stanze, ciascuna con bagno, più altri ampi locali (cucina, mensa e lavanderia) e uno spazioso cortile.
L’insediamento è gestito da un’impresa specializzata nel settore, incaricata dalla prefettura a seguito di bando pubblico. Il personale, coordinato direttamente dal titolare, Angelo Barbiero, cura con apprezzabile scrupolo la propria missione. Tra gli addetti, un ex detenuto, che svolge le proprie mansioni di cucina con inappuntabile applicazione. Ogni mattina Barbiero accompagna le due nigeriane in un supermercato a Piano Lago per la spesa. Cosa mangiano? Il menu è molto vario. Tra i piatti preferiti: riso con spaghetti spezzettati, un uovo bollito con pezzi di carne, con fagioli o lenticchie, il tutto al sugo di pomodoro; polenta bergamasca; pesce surgelato; insalata di pomodori con cipolla; peperoncino a volontà in ogni piatto; per frutta, banane, mele e albicocche; dolci calabresi (di cui sono particolarmente ghiotti). Per il Ramadam i quattro musulmani si limitano ad una tazza di caffè o di latte, ad una fetta di pane e alla sola cena. Tutti hanno chiesto di poter lavorare. Togolesi e papuani, che parlano il francese, sono muratori. Tra gli altri, che parlano l’inglese, ci sono un tecnico informatico, un meccanico, quattro lavamacchine, quattro addetti alle pompe funebri. C’è qualche singolare richiesta: televisore al plasma con cuffie; iphone; capi di vestiario di marca (i marchi li hanno rilevati da quelli che sono stati loro donati dalla generosità dei pediviglianesi). Quando qualche istanza non viene soddisfatta, il loro “capo”, che fa da portavoce (una sorta di sindacalista), detta al gruppo le modalità di un qualcosa che somiglia molto ad uno sciopero bianco. In questi casi, Barbiero cerca di fare opera di persuasione. Ai minimi accenni di insofferenza intervengono i carabinieri “con assoluta prontezza” dalla vicina stazione di Scigliano e dalla compagnia di Rogliano. Ogni aspetto religioso è curato da don Anthony, parroco di Figline Vegliaturo, un sacerdote di origini indiane con spiccata sensibilità missionaria. L’insediamento è, di tanto in tanto, frequentato dal coro parrocchiale di Figline, da giovani volontari di Pedivigliano e di Scigliano. Gli ospiti, ai quali la gestione ha donato una chitarra, prediligono cantare e ballare. Giocano a calcio. Hanno già disputato (e vinto) un paio di partite a calcetto con una squadra del posto. A ciascuno di loro viene erogato un euro e mezzo al giorno. Ma di più chiedono soprattutto sigarette. La difficoltà è proprio questa: far capire loro le ristrettezze tra le quali l’impegno pubblico è costretto a muoversi.
Luigi Michele Perri
© RIPRODUZIONE RISERVATA