Lamezia, storia di Nunzia Coppedè paladina di diritti: "I giovani imparino a lottare"

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Lamezia Terme - Non è una storia semplice, e nemmeno facile da raccontare. Ma Nunzia Coppedè ha una delicatezza particolare e sa trovare le parole giuste per tutto, senza mai smettere di chiamare le cose col loro nome. Sa parlare di femminilità negata, di riscatto e di lotta per i diritti, specialmente per un diritto che pochi conoscono: quello di donarsi agli altri, di donare sé stessi per una causa. La sua ultima battaglia, l'ha realizzata qualche settimana fa, quando - in occasione delle votazioni per le politiche del 25 settembre - inizialmente a Lamezia le era stato negato il diritto al voto anche in ragione della sua disabilità. Quando guarda indietro, senza spogliarsi del suo temperamento da guerriera, sa parlare anche di “Istituzione totale”, una locuzione terribile e pure sconosciuta ai più, che ha a che fare con luoghi dai quali non si esce, e dove si può rimanere confinati per anni – 15 nel suo caso, al Cottolengo – quando la società decide che non gli servi, che devi essere solo “assistito”. Ma la vita poi dimostra che non è così.  

“In realtà ho capito la possibilità e la necessità sociale di superare la disabilità solo da adulta, quando sono uscita da lì” racconta francamente. Nunzia ne esce quasi per caso, attraverso un indirizzo trovato sul retro di una rivista, quello di un prete che gestisce una comunità. È la comunità di Capodarco, che darà poi vita ad altre realtà sparse su tutto il territorio nazionale, fra cui Progetto Sud, di cui Coppedè è cofondatrice. "A Capodarco tutti venivamo da situazioni di emarginazione, in famiglia o in istituto”, racconta, “ma non eravamo più trattati come persone da accudire. Là ho capito che non è possibile pensare di poter fare qualcosa per gli altri se ti convincono che non puoi fare niente nemmeno per te stessa. In 2 anni e mezzo ho preso la terza media, perché l’Istituto aveva interrotto i miei studi. Poi ho seguito un corso da ceramista, in modo da essere capace di provvedere a me stessa”.

In quel periodo Capodarco cresce, accoglie volontari, i primi obiettori di coscienza. Molti vengono dal Sud, in particolare un gruppo nutrito di scout arriva dal quartiere Bella di Lamezia Terme. È allora che Nunzia – nativa di Tivoli e toscana di origine – decide di partire con don Giacomo Panizza, un giovane prete lombardo, per creare da quelle parti qualcosa di nuovo. “Ho scelto io di venire in Calabria”, dice, “perché volevo entrare da protagonista in un progetto che partisse da zero, per la prima volta”. Progetto Sud inizialmente crea laboratori per il rame e l’ottone, si fanno cornici e serigrafie: “Vivevamo con i soldi provenienti da ciò che realizzavamo da soli con le nostre mani, facendo leva sull’idea del lavoro come riscatto”. A Lamezia Nunzia entra in un collettivo femminista, dove capisce di avere fino a quel momento obliterato la propria femminilità, soprattutto negli anni passati in istituto. “Non mi sentivo pienamente donna, perché l’Istituzione totale e la mentalità popolare avevano inciso anche su quello. Ti portano a pensare che se sei disabile non sei né uomo né donna: sei un’altra cosa. Ma a quel punto ho cominciato a pensare con la mia testa. Se non lavori su te stessa non puoi essere capace di aiutare anche gli altri”.

Intanto la città comincia ad accorgersi dell’esistenza della comunità e tanta gente viene a bussare per chiedere come affrontare, per i propri figli, il problema della disabilità: “In genere, facevano domande pratiche: come fare richiesta per una carrozzina, per le scarpe ortopediche, per l‘assegno d’accompagnamento. È stato allora che ho proposto a don Giacomo di creare a Lamezia il primo sportello informativo sulla disabilità. Ricordo che c’era la fila”. Nunzia studia le leggi, e si applica anima e corpo al progetto. Oggi lo sportello esiste ancora, è cambiata la sede e anche la domanda, che per gran parte si è informatizzata e riguarda soprattutto gli ambiti scuola/lavoro. Per rispondere meglio, valorizzando i nuovi mezzi di comunicazione, la comunità ha attivato delle reti, di famiglie e di associazioni. Oggi Nunzia è presidente e fondatrice di Fish Calabria (Federazione per il superamento dell’handicap) che ne comprende 36, e cofondatrice della Fish nazionale. È inoltre Segretaria e membro del Consiglio del Forum del Terzo Settore Calabria, ed ha un ruolo importante in FQTS (Formazione Quadri Terzo Settore): “Tutto questo ci permette di avere un peso politico, una rappresentanza ai tavoli dove si scrivono le leggi. Perché sostanzialmente non bisogna mollare la presa, altrimenti ogni conquista rischia di svanire nel nulla. Oggi c’è bisogno di giovani che continuino a lottare”, conclude, “che si impegnino nel sociale. Perché le cose in Calabria possano migliorare, non solo per i disabili ma anche per tutti gli altri”.

Giulia De Sensi

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