Luigi De Magistris presenta "Fuori dal Sistema" a Pianopoli: “Coerenza e impegno antidoto per rigenerare lo Stato”

de-magistris87c99dd_38f67.jpg

Pianopoli – Ѐ stato ospite dell’Associazione “Terra di Calabria”, presso i locali del Bar Sport di Pianopoli, Luigi De Magistris, politico e magistrato italiano, noto per le sue battaglie civili e per l’impegno che lo ha portato a vivere una vita decisamente controcorrente. Una vita raccontata in un libro, presentato in un incontro condotto dall’avvocato Amedeo Colacino, e introdotto dai saluti di Sandro Gallo, presidente di “Terra di Calabria”, una realtà associativa che opera da 23 anni come ente di promozione sociale, con un totale di 18.000 soci all’attivo, e che dal 2015 ha aperto uno sportello informativo per fornire assistenza legale e servizi di Caf e Patronato a persone in difficoltà. “Il nostro obiettivo”, spiegano Gallo e Colacino, “è ora di avviare un percorso culturale, che preveda la promozione di libri con un impatto sul territorio, ospitando anche presentazioni di opere di autori locali”. Un percorso cominciato in grande con Luigi De Magistris, che spiega così le istanze alla base del suo lavoro, non solo come autore ma anche come uomo delle Istituzioni.

Cosa l’ha spinta a lasciare in questo libro una traccia tangibile del suo percorso, e qual è il valore sociale, culturale e politico che potrebbe avere?

"In questo libro c’è il bilancio di un pezzo importante della mia vita, con tratti autobiografici e umani. C’è il racconto di oltre 30 anni di vita istituzionale passati in prima linea, e di quanto sia duro e difficile rimanere fedeli sempre alle Istituzioni, continuare a perseguire il bene comune, contrastando una rete di persone che utilizzano invece le Istituzioni stesse per perseguire interessi personali, anche con finalità criminali. Era importante testimoniarlo".

demagistrisf703e0f_2af28.jpg

Nell’Italia di oggi cosa può significare per un uomo pubblico muoversi “Fuori dal Sistema”, e cosa può comportare?

"Diventi un punto di riferimento per la gente, e dunque occorre restare coerenti e credibili. Il rischio è che si viene isolati dal Sistema, e poi si viene colpiti: non con proiettili veri e tritolo, ma con il proiettile istituzionale della carta da bollo. Poi dipende anche dal ruolo che rivesti: da Magistrato è diverso che da sindaco. Nel primo caso l’attacco ha funzionato, sono stato bloccato. Nel secondo ho potuto cercare il coinvolgimento della gente, e si è creata una grande sollevazione popolare che ha fermato l’attacco. Il Sistema non tollera gli “irregolari”: li deve distruggere, ed è dura. Lo fa con azioni politiche, istituzionali, mediatiche, con accerchiamenti personali. Le mafie negli ultimi 30 anni, in questo contesto, si sono mimetizzate".

Nel corso della sua carriera lei ha subito numerosi attacchi, cosa le ha dato la forza di rimanere sempre fedele a sé stesso?

"Innanzitutto gli ideali. L’amore per la giustizia, il senso del dovere mi hanno portato a fare cose che sapevo avrebbero generato una situazione difficile – facendole come le ho fatte. Soprattutto in zone come le nostre – Calabria, Campania – in ruoli come Pubblico Ministero o sindaco, se vuoi essere fuori dal Sistema devi essere coerente. Certo, ha un prezzo, ma si dimostra agli altri che non ha prezzo non avere prezzo".

Lei ha dichiarato in un precedente intervento pubblico che “Le massomafie o, come si dice oggi, “borghesie mafiose”, sono infiltrate a pieno titolo nelle Istituzioni e perfino nella Magistratura. E non sono mele marce: sono un frutteto”. Quale pensa potrebbe essere oggi il sistema per bloccare il proliferare di un’aberrazione che diventa la regola, in particolare in un territorio difficile come la Calabria?

"C’è bisogno d’impegno. Perché il Sistema non è qualcosa che si pulisce o si rigenera da solo: ci vuole un antidoto. Occorre inserire persone oneste, indipendenti, che abbiano il coraggio e le capacità, e che vadano a ricoprire ruoli importanti, nella Magistratura, nella politica, nelle Istituzioni, nel giornalismo. C’è bisogno di sangue nuovo, perché c’è in circolo tanto sangue infetto. Lo Stato non si vuol far processare: c’è un meccanismo di protezione nel Sistema che tende ad espellere quelli che dovrebbero essere gli elementi “normali” e che invece vengono considerati sovversivi. I criminali non sparano più perché non conviene: la violenza scuote le coscienze, provoca reazioni. Uno stato di quiescenza apparente invece conviene: è il motivo per cui oggi si ha l’impressione che combattere la mafia non sia una priorità per il paese".

Giulia De Sensi

© RIPRODUZIONE RISERVATA