
Lamezia Terme - Una lunga carrellata di storie afferenti ad un’unica storia: quella vissuta dalla città di Lamezia Terme negli anni dal 2005 al 2015, quelli dell’amministrazione Speranza. La troviamo raccontata attraverso gli occhi del sindaco che l’ha attraversata in prima persona all’interno del libro “Una storia fuori dal Comune”, Rubbettino Editore. Il volume è stato discusso presso il Caffè Letterario “Sandro Gallo” di Pianopoli dall’autore Gianni Speranza, dal curatore Salvatore D’Elia, dal giovane studioso Giuseppe Antonio Bagnato – ex alunno di Speranza – in un incontro moderato dalla giornalista Maria Chiara Caruso, e introdotto dai saluti dello stesso organizzatore Sandro Gallo, presidente dell’associazione “Terra di Calabria” che promuove dal 2000 sul territorio il turismo sostenibile e la mutualità sociale, con la compartecipazione di 12 diversi comuni, della provincia di Catanzaro, dell’Unical, dell’Unione delle Camere di Commercio.
Nonostante la questione delle intimidazioni, con cui la storia si apre e si chiude, e che costringono Speranza per un certo periodo a vivere sotto scorta, l’autore ci tiene a chiarire in maniera preliminare il proprio stato d’animo. “Non mi sento un eroe, e nemmeno uno scrittore - dichiara - solo un insegnante che ha cercato di parlare alla sua comunità”. Un insegnante che a poche ore dalla sua elezione a sindaco riceve la visita degli agenti che gli notificano l’incendio del portone del palazzo comunale, e cui poco tempo dopo viene recapitata una busta contenente un proiettile e una frase intimidatoria; che nel 2012, a tre anni dalla fine del secondo mandato, diventa l’oggetto dell’intercettazione del boss di Cutro Grande-Aracri, che minaccia chiaramente di ucciderlo. Ma fra l’incipit e il finale ci sono tante, tantissime altre cose. Alcune dolorose, altre bellissime. Alla prima categoria appartiene il periodo sotto scorta che crea distanze involontarie nel rapporto diretto con la gente – di ogni colore politico – che lo ha scelto come rappresentante; la durissima situazione di un consiglio da gestire senza maggioranza; l’occupazione del comune da parte degli operai dell’enorme cava che sovrasta la città – oggetto, a causa della sua gestione, di numerosi interventi della magistratura – che lo ritengono responsabile di mettere a rischio il proprio posto di lavoro; il rogo ritorsivo della palazzina dei Godino, poi ricostruita.
La gioia fortunatamente regge benissimo il piatto della bilancia: con la visita di un Papa, Benedetto XVI, e di un Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che nel 2008 partecipa ai festeggiamenti per i 40 anni dalla fondazione della città; la creazione del Lungomare Falcone-Borsellino, i lavori all’Abbazia di Sant’Eufemia Vetere, agli scavi di Terina, al Bastione di Malta, l’apertura del Parco Mitoio, in una zona prima degradata, che pongono le basi da sviluppare per una rinascita della città. A metà strada fra il dolore e gioia, c’è però il coraggio di alcune decisioni, che va raccontato: la scelta felicissima dell’obbligo, per i componenti della giunta, alla dichiarazione scritta di “non appartenere alla Massoneria o ad altra associazione segreta”; lo scontro con l’allora presidente della Regione, relativo alla possibilità negata di proporre Pippo Callipo alla presidenza della Lamezia Europa; la non adesione al PD a favore di Sinistra Democratica; la posizione, da molti osteggiata, sulla questione della sistemazione alternativa della comunità ROM, e della sua integrazione, opposta ai termini dello “smantellamento del campo” tout court.
Ma soprattutto chi è stato giovane durante l’amministrazione Speranza – cosa ben raccontata da D’Elia, Bagnato e Caruso – ricorda il clima nuovo che si respirava in città, e la valorizzazione del “fattore umano”: la nascita di eventi come Trame, Color Fest, Demo Fest, che catalizzano e danno voce alla presenza giovanile, fortemente incentivata a esprimersi e ad animare il tessuto sociale. Un tessuto che guarendo comincia a respingere fuori la malattia che lo paralizza: quella della criminalità organizzata. Lo fa attraverso la voce dell’imprenditore Rocco Mangiardi, che punta il dito in Tribunale contro chi gli chiedeva il pizzo, dando una nuova direzione alla lotta contro le cosche che insanguinavano il lametino. Lo fa negando il suo denaro, quello che sarebbe servito a pagare i sicari, anche ad assoldare ragazzi tirati dentro per disperazione nelle maglie di una rete senza uscita. Accanto a lui l’amministrazione comunale si costituisce parte civile. Oggi Rocco Mangiardi, presente all’incontro con la sua testimonianza, è uno dei personaggi della storia raccontata nel libro di Gianni Speranza, che non si sottrae alla domanda finale di chi gli chiede se fra due anni sarebbe disposto a ricandidarsi alle comunali. “Parlarne ora è precoce, e sono cose che non si decidono singolarmente ma insieme. La cosa più naturale sarebbe sicuramente il ricambio generazionale, e farei una cosa del genere solo se davvero si rendesse necessario dare il mio aiuto. Ne riparleremo quando sarà il momento. Per ora spero solo che il futuro sia migliore, sia del passato che ho vissuto, che del presente”.
Giulia De Sensi
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