
Lamezia Terme - È possibile far passare la buona informazione anche dai social? Anche quando si tratta di veicolare messaggi che riguardano il mondo religioso, la Chiesa, la comunicazione pastorale? Se ne è discusso a Lamezia in un momento formativo importante, patrocinato dall’UCSI (Unione Cattolica della Stampa Italiana), dalla FISC (Federazione Italiana dei Settimanali Cattolici), dalla Diocesi di Lamezia Terme e accreditato dall’Ordine dei Giornalisti della Calabria.
L’evento, moderato dal direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali della Diocesi Saveria Maria Gigliotti e affidato per la parte logistica al vicedirettore Salvatore D’Elia, ha avuto come relatori Vincenzo Corrado, giornalista e direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Italiana, don Valerio Chiavaro, presidente UCSI Calabria, Monsignor Serafino Parisi, vescovo di Lamezia Terme e delegato della Conferenza Episcopale Calabra alle Comunicazioni Sociali, Giuseppe Soluri, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Calabria. “Viviamo in un tempo diverso dagli altri” ha esordito Corrado citando Papa Francesco, che nel discorso alla Curia Romana del 2019, ha definito quella che stiamo attraversando “non un’epoca di cambiamenti, ma un cambiamento di epoca”. Ma la trasformazione del contesto può essere per tutti una sfida che porta con sé delle opportunità. E bisogna accettarla, anche a partire dai numeri: su una popolazione di 8 miliardi di persone, nel 2022 sono 5,44 miliardi ad usare il cellulare (il 68%), 5,16 miliardi sono connessi ad internet e 4,76 miliardi sono utenti dei social media, e passano in rete 6 ore e 37 minuti al giorno. Due gli atteggiamenti più comuni, diffusi soprattutto fra chi non è nativo digitale: la paura della novità, che impedisce la relazione con il mondo che cambia, e l’adesione acritica di chi vuole partecipare a tutti i costi, ma finisce per smarrire il senso di ciò che fa. L’antidoto? “È la conoscenza radicata in una formazione permanente: un giornalista non deve mai tradire il significato della parola informazione, anche e soprattutto quando è sui social: deve studiarli e capirli”, sottolinea Corrado. Anche perché oggi – come confermato da tutti i relatori, se pure sotto punti di vista diversi – non c’è differenza fra la vita on-line e la vita off-line: sui social e nei nostri telefonini c’è la nostra vita e quella dei nostri figli, ma sugli stessi mezzi circolano fake news, messaggi da interpretare, spesso veicolati da linguaggi capaci di impoverire indirettamente lo stesso tessuto sociale. “Essenziale sui social è mantenere coerenza con la propria identità” continua Corrado, “la coerenza del nostro comportamento, quella fra i vari tipi di informazioni che diamo su noi stessi nei vari contesti, e che determinano i nostri rapporti di fiducia con gli altri. Altrimenti si tradisce ciò che siamo, anche a livello professionale. Poi la deontologia delle relazioni che viviamo sui media, che deve rispecchiare la nostra etica di giornalisti. E infine la conoscenza, che deve portarci a non scivolare mai in una falsificazione della realtà”.
Questi tre principi, declinati anche in una serie di verbi usati dal Papa nella “Evangelii Gaudium”, dove si parla della Chiesa in uscita, sono contenuti in un “decalogo della rete” proposto da Corrado, che è fra l’altro autore di un libro dal titolo “Social media, uso e abuso: una comunicazione dal cuore Cristiano”, dove l’argomento viene approfondito ulteriormente. Tratta della possibilità di una comunicazione pastorale l’intervento di Monsignor Parisi, a partire dal fatto che “la nostra è una fede incarnata, e l’incarnazione ci lega alla storia, implica un approccio critico alla realtà e un intervento all’interno della società”. Quindi la percezione del “rischio che corriamo oggi, di immergerci nella realtà solo se la vediamo riflessa e ritrasmessa in uno schermo, in un cellulare, in un qualche apparato: vogliamo la certificazione di esserci, o di esserci stati, attraverso una registrazione di immagini e suoni. Che idea ho di realtà, se sono abituato a viverla in un device?” Da qui la conclusione della difficoltà sostanziale di condurre il messaggio pastorale, che si basa sulla relazione vera con il pastore, attraverso i social. Concorda con questa visione di pastorale don Chiavaro, che giunge però a conclusioni diverse, provando ad eliminare una serie di dicotomie: fra spazio e tempo e fra vecchio e nuovo, all’insegna della “categoria del compimento, secondo cui per chi ama tutto può concorrere al bene”. Propone inoltre di “smettere di chiederci cosa sta accadendo: perché è già accaduto. E dopotutto anche la Resurrezione è un evento metastorico, un atto in cui l’assenza diventa presenza”. Rimarca gli aspetti deontologici relativi alla comunicazione social l’intervento di Soluri, che sottolinea gli “obblighi del giornalista, da rispettare in qualsiasi situazione e contesto, e la necessità di agire in rete senza dimenticare mai la nostra identità professionale”. Il rischio altrimenti è molto alto: che si perda o si rovini la figura del giornalista di professione, in un’epoca dove chiunque si sente autorizzato a diffondere informazioni di ogni tipo, ma dove “occorre differenziarsi promuovendo sempre un’informazione verificata e corretta”.
Giulia De Sensi
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