Lamezia, violenza su donne e ‘ndrangheta nell’incontro del Pm Manzini con i giovani: “Non chiudete gli occhi di fronte a chi subisce”

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Lamezia Terme - Chitarre, canto, letture, video e tanti giovani pronti ad ascoltare la testimonianza viva del Sostituto Procuratore di Catanzaro Marisa Manzini, che ha parlato del suo ultimo libro in una giornata, il 25 novembre, che non avrebbe potuto essere più significativa. Si parla infatti moltissimo di violenza di genere nel volume “Donne custodi, donne combattenti”, di cui Manzini ha discusso con la giornalista Luigina Pileggi rispondendo alle molte domande dei ragazzi intervenuti, provenienti da tutti i gruppi scout della zona del Reventino, dall’Azione Cattolica, dalla Pastorale Giovanile.

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“Desidero ricordare, all’inizio di questa serata così importante”, ha sottolineato il Procuratore, “ciò che in questo momento sta succedendo in Iran, dove le donne combattono insieme agli uomini, in una rivoluzione per i diritti civili. Voglio ricordare non solo Mahsa Amini, ma anche Saman Abbas, uccisa perché rivendicava la propria libertà di amare”. La discussione poi si sposta in Italia, dove i numeri dei femminicidi oggi sono alle stelle, e “su 292 persone uccise 118 sono donne”. Ed è proprio la volontà di dare una testimonianza che possa servire a prevenire la violenza e il crimine a spingere Marisa Manzini a scrivere: non una banale velleità scrittoria ma “il desiderio di arrivare alle coscienze prima di ritrovarsi da magistrato penale di fronte al crimine già compiuto”. L’autrice Manzini lo fa descrivendo una realtà che vede nella ‘ndrangheta fondamentalmente due tipi di donne: le custodi dei disvalori criminali, che hanno il compito di trasmetterli alla prole per perpetuare l’organizzazione, e le combattenti, che si ribellano, per salvare quegli stessi figli e offrire loro un futuro diverso.

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Fra le prime Romana Mancuso e Giuseppina Iacopetta, “donne violente con un ruolo significativo nell’organizzazione, ma comunque sottoposte al potere maschile, perché la ‘ndrangheta è un’organizzazione fortemente maschilista, dove vige il patriarcato”. Poi le altre, “ancora troppo poche, ma in numero crescente grazie al web, che lascia intravedere la possibilità di una vita diversa fuori dalla famiglia, di un mondo dove la gente ama la vita e la rispetta”. Numerose e variegate le domande emerse, anche in rapporto al ruolo di Manzini all’interno del Dipartimento per l’analisi del fenomeno mafioso della Pontificia Accademia Mariana di Città del Vaticano, che si occupa fra l’altro della strumentalizzazione dei simboli religiosi da parte della ‘ndrangheta. “L’organizzazione è da sempre alla ricerca di consensi” dice Manzini, “e utilizza termini come “Battesimo” per sancire “l’entrata in famiglia” di un nuovo membro, e immagini della Vergine, degli Arcangeli e dei Santi. Ma la Chiesa ha ormai deliberato una condanna definitiva nei confronti della ‘ndrangheta e di queste pratiche”. Dopo il racconto ai giovani della propria esperienza con i suoi momenti salienti, come lo scontro frontale con il boss Pantaleone Mancuso discusso nel primo libro, il Procuratore ha incoraggiato le nuove generazioni a “cercare di cambiare le cose” e a “fare attenzione, perché da una famiglia mafiosa una volta entrati non si esce, se non da morti o da collaboratori di giustizia”. “Comunque non siate indifferenti”, ha concluso ricordando il ruolo della scuola e delle agenzie educative, “Non chiudete mai gli occhi di fronte a chi subisce”. Tra i promotori dell'evento anche il Soroptimist club di Lamezia e Civico Trame.

Giulia De Sensi

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