
Lamezia Terme - Un quadro preoccupante quello della dipendenza da gioco d’azzardo patologico sul territorio lametino. “Nel solo 2022 sono stati giocati a Lamezia 69 milioni di euro al gioco fisico – ovvero, alle slot machine – e 112 milioni di euro al gioco on line – fenomeno in continua crescita”, spiega Roberto Gatto, responsabile del Settore Dipendenze di Comunità Progetto Sud, “Si tratta di oltre 180 milioni, più o meno il corrispettivo dell’importo che la città è riuscita a intercettare in termini di fondi Pnrr. E Lamezia non rappresenta un’eccezione alla regola: in Calabria nello stesso anno sono stati giocati 5 miliardi di euro, in Italia 136 miliardi – e parliamo solo di gioco legale – e nonostante si parli di questo tema solo quando è coinvolto qualche personaggio famoso, si stima che i giocatori d’azzardo problematici sul territorio nazionale siano circa 500 milioni”. Lo delinea le cause un testimone che incontra ogni giorno il disagio psichico, le fragilità e i problemi – di natura affettiva, economica, sociale e lavorativa – tipici delle dipendenze, di cui questo tipo di problematica fa parte a tutti gli effetti: il dottor Michele Gabriele Rossi, psicoterapeuta e dirigente del reparto di Psichiatria del “Giovanni Paolo II”, un’U.O.C. che svolge servizio di diagnosi e cura delle patologie psichiatriche, con un bacino di utenza afferente da tutto il territorio.
Il ruolo del SerD
“Dopo la pandemia si sono accentuati i vuoti esistenziali che innescano il desiderio del gioco, e che sono alla base dell’impossibilità di smettere una volta che si cade nel vortice”, spiega Rossi, impegnato in un reparto lavora a stretto contatto con il SerD, dove viene avviato il percorso di cura e riabilitazione a lungo termine dei pazienti che presentano questo tipo di dipendenza. “Attualmente sono in cura stabile al SerD 8 pazienti con dipendenza da gioco” continua Rossi, “ma il problema è evidentemente più esteso, e riguarda persone di tutte le età – in maniera assolutamente indipendente dal livello d’istruzione, che spesso è alto – con un range che va dai giovanissimi agli anziani. Tende infatti spesso ad insorgere nei “passaggi epocali” della vita: quello dall’adolescenza all’età adulta, la pensione, la perdita del coniuge – specie la vedovanza femminile –, per fare qualche esempio. Momenti in cui si può sperimentare una forma profonda di solitudine, vissuta in genere principalmente dai soggetti fragili, con problematiche già presenti, che non hanno la forza e la resilienza per gestire il cambiamento. Il problema presenta infatti una forte comorbilità, ovvero la compresenza di affezioni psichiatriche associate, soprattutto disturbi di personalità. Inevitabilmente gli effetti sono deflagranti sul contesto familiare, non in ultimo sul piano economico, cosa che di solito spinge queste persone o i loro congiunti a chiedere aiuto”. Ma per molto tempo il problema rimane sommerso, perché difficile da riconoscere da parte delle vittime stesse.
“Il problema numero uno che affrontiamo con le persone affette da dipendenza da gioco d’azzardo è che non tutti accettano che sia una malattia” chiarisce ancora Roberto Gatto, impegnato con la Comunità Fandango, realtà di Progetto Sud che gestisce un progetto di riabilitazione sia residenziale che semiresidenziale espressamente dedicato a questo specifico problema, e attivo da 3 anni, che lavora per scelta con piccoli numeri, ma con grande attenzione al percorso individuale di ciascun soggetto. Il progetto ha finora seguito la riabilitazione di circa 40 giocatori d’azzardo. “Attualmente abbiamo sia persone in accoglienza semiresidenziale, che residenziale” continua Gatto, “Quest’ultima forma di accoglienza, che serve a staccare la persona dall’ambiente d’insorgenza della dipendenza, si attua in casi acuti, e ha una durata che varia dai 3 ai 6 mesi. Dopo questo periodo di tempo si passa in semiresidenziale, dove si rimane per circa un anno, durante il quale si viene seguiti da un’equipe multidisciplinare, composta da psicologi, educatori, formatori e anche uno psichiatra, per i casi complessi ma non solo: in realtà, è vero che praticamente tutti hanno dei disturbi psichici associati. Il nostro primo obiettivo è comunque la presa di coscienza del problema, che è difficile soprattutto per un motivo: in Italia il gioco è legale. Non si rischia la prigione come nel caso del consumo di sostanze stupefacenti, e questo non fa che incentivare le persone a giocare. Ѐ difficile pensare che un giorno le leggi vietino completamente il gioco d’azzardo, ed è altrettanto difficile – più che in altre dipendenze – che una persona uscita dal tunnel nel futuro interrompa del tutto i contatti con il gioco, eliminandolo completamente dalla sua vita. Il nostro scopo è aiutare questi soggetti a gestire il problema, e a dominare gli impulsi, in modo che questa droga non diventi mai più il centro della loro vita”.
Giulia De Sensi
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