
Lamezia Terme - Un documento straordinario e altamente formativo che scava nella storia di un luogo dimenticato, in una vicenda dalle mille sfaccettature che è giusto conoscere e il ricordare. Parliamo della pellicola di Cristian Calabretta, giovane regista cosentino, oggi residente a Roma, che racconta finalmente, dopo approfondite e non semplici ricerche, le vicissitudini del campo di concentramento fascista di Ferramonti di Tarsia, il più grande d’Italia. Il Campo fu attivo dal 1940 al 1943, quando in settembre fu liberato dall’arrivo delle truppe britanniche alleate. Il documentario è stato proiettato nella sala conferenze dell’Istituto IPSAAR “Einaudi” di Lamezia Terme grazie all’iniziativa del professor Giovanni Orlando Muraca e della dirigente Rossana Costantino, ad introduzione di un viaggio d’istruzione, richiesto dagli stessi ragazzi, che li porterà a visitare prossimamente ciò che resta dell’enorme realtà di Ferramonti. Il campo viene costruito in una zona paludosa non ancora completamente bonificata nel 1939, da Eugenio Parrini, un soggetto dal percorso ambiguo che gestiva, secondo quanto emerge dalle carte, una società di importazione di pecorino dalla Sardegna. Entrato in amicizia con i gerarchi fascisti, Parrini si trasforma in imprenditore edile, costruisce la Calabro-Lucana e converte le baracche per gli operai della bonifica di Ferramonti in alloggi per gli ebrei, soprattutto stranieri, che ad ondate successive vengono convogliati nel campo, guadagnando in totale 150 milioni di vecchie lire. Alla fine della guerra Parrini si avvicinerà alla Democrazia Cristiana trasformandosi in ricostruttore di Chiese bombardate, e tenterà di far sparire il suo passato fascista.
Le baracche da lui approntate a Ferramonti sono 92, ma sono alloggi di fortuna estremamente umidi, con materassi di pagliericcio popolati di cimici, stracci al posto delle lenzuola. La differenza fra la vita e la morte la fa il direttore del campo, Paolo Salvatore, servitore dello Stato molto lontano dal fanatismo fascista che, aggirando il controllo centrale e nonostante alcuni richiami, tratta i prigionieri con umanità. Destituito nel 1943 dopo aver malmenato un ufficiale fascista che aveva aggredito un anziano, viene costretto a riparare in Svizzera. Nonostante la sua figura positiva, nel campo, dove esiste un mercato – e anche un mercato nero, al quale non tutti possono accedere – si soffre la fame. I prigionieri prendono il chinino per salvarsi dalla malaria, ma hanno comunque la forza di socializzare, di giocare a calcio, di creare una scuola elementare per istruire i più piccoli, mentre i giovani prendono lezioni dai numerosi docenti e professionisti internati. A Ferramonti, a parte 4 persone uccise durante un bombardamento alleato, avvenuto per errore, nessuno morirà di morte violenta. “Non ci saranno forni ed esecuzioni” spiega il regista, “e la mancanza di una narrazione drammatica attorno al campo lo ha mantenuto a lungo lontano dalle cronache. Ma è invece importante sottolineare l’uso della cultura come strumento di sopravvivenza che si fece a Ferramonti, una cultura che ancora oggi è l’unica arma contro il revisionismo storico”.

Un punto di vista condiviso dalla dirigente, che ricorda “l’importanza di formare le nuove generazioni ai valori e ai principi, un fatto basilare per non commettere di nuovo gli stessi errori”. Numerose le testimonianze raccolte nel documentario, fra cui quella degli ebrei del “Pentcho”, un battello fluviale che da Bratislava si proponeva di raggiungere la Palestina e che naufragò su uno scoglio dell’Egeo con 514 persone a bordo – poteva contenerne 150 – successivamente internate a Ferramonti. “Queste persone” sottolinea il professor Muraca, “sono delle sculture sociali viventi, di fronte alle quali non si può negare l’evidenza. Ma è necessario creare una rete della memoria per mantenere viva la loro testimonianza”. Il documentario, autoprodotto fra il 2013 e i 2014 con il contributo del Museo della Shoà di Roma, e proiettato in anteprima nella capitale, anche alla Camera dei Deputati, è stato accolto in maniera molto positiva dalla Comunità Ebraica, e rappresenta un documento imprescindibile per la comprensione di una storia che è anche storia del nostro territorio, e ne merita l’attenzione.
Giulia De Sensi
© RIPRODUZIONE RISERVATA
