Catanzaro - Pubblichiamo la nota del consigliere regionale Mauro D'Acri su caporalato e “Rete del lavoro agricolo di qualità" in vigore da settembre.
“Il lavoro nei campi richiede da sempre passione, impegno, fatica dedizione e profondo rispetto per quella terra dalla quale prendono vita prodotti irrinunciabili non foss’altro perché parliamo di cibo e dunque dell’essenziale ed insostituibile per ciascuno di noi. E’ un lavoro soggetto a molte variabili, alcune di tipo eminentemente economico, ed in un buona parte prevedibili, altre di tipo “naturale” e spessissimo imprevedibili come il clima, gli intensi fenomeni meteorologici, la diffusione di patologie fito-sanitarie. E’ oggi un lavoro che si fonda sempre di più sul delicato equilibrio tra uomo e natura, sul rapporto tra forza lavoro e superficie agricola, sulla relazione tra azienda che produce e consumatori attenti alla qualità, sul legame indissolubile tra l’agricoltore che investe tempo, denaro ed energie e quella terra che riserva frutti e raccolti. Ma in questo contesto – per nulla romanzato – trovano spazio forme, atteggiamenti e pratiche che ancor prima di essere vietate da norme contraddicono il significato stesso del lavoro agricolo. Una di queste pratiche è quella del cosiddetto “caporalato”, fenomeno che, anche in Calabria, ha radici profonde e difficili da sradicare; la nostra regione è allo stesso tempo fornitrice di manodopera (pensiamo alla raccolta delle fragole nel Metapontino o dell’uva nel Tarantino) ed utilizzatrice di forza lavoro, spesso senza garanzie adeguate e quasi sempre migranti. Caporali e lavoro nero appaiono in alcune importanti filiere agricole dove - a fronte di moltissime imprese sane e rispettose della legalità e dell’umanità - si sviluppano pratiche, che per fornitura di manodopera interessano soprattutto donne, che possiamo definire illegali ed inaccettabili. Orari di lavoro e paga variano a seconda del tipo di raccolta, ma la regola generale è quella di un impiego troppo faticoso e di un salario troppo ridotto; aiutano in questo senso le cifre".
"Nella raccolta delle fragole, ad esempio, si lavora per sette ore, in piena maturazione del prodotto si arriva anche a 10 ore; nei magazzini di confezionamento si sfiorano le 15 ore. Per la raccolta dell’uva ogni donna deve raccogliere una pedana pari a 8 quintali; se ci si impiega più tempo la paga resta uguale, con un salario reale calcolato a meno di 4 euro l'ora. Nella pratica del sottosalario generalizzato, a parità di mansioni con gli uomini, c'è un'ulteriore differenza retributiva: la paga provinciale dovrebbe essere di 54 euro ma all'uomo vanno in realtà 35 euro, alla donna poco più di 27 euro. La maggioranza delle imprese agricole è assolutamente sana ma questi fenomeni non vanno ne taciuti, ne sottovalutati. L'istituzione del reato di caporalato nel 2011 è stato un passo decisivo, ma occorre riflettere su alcune possibili novità utili per ridurre il fenomeno. In questo contesto la “Rete del lavoro agricolo di qualità”, voluta dal Ministro Martina, è, a mio avviso, uno strumento importante in quanto attraverso l’adesione alla stessa viene istituito un sistema pubblico di certificazione etica del lavoro. Il 'certificato di qualità' non sarà un semplice bollino di natura burocratica ma attesterà, sulla base delle verifiche puntuali e preventive effettuate a monte, l’esistenza di una rete di aziende virtuose. Più adesioni avrà la rete, che sarà operativa dal primo settembre con l’attuazione del decreto 91/2014, maggiori diventano le possibilità di orientare ed utilizzare in modo mirato le scarse risorse ispettive disponibili; meno controlli a tappeto e generali e più verifiche incisive Oggi abbiamo bisogno di dare forza a questa rete di “qualità etiche” anche attraverso un patto di responsabilità in grado di coinvolgere i produttori e le loro associazioni d'impresa, il mondo del lavoro e il sindacato, la grande distribuzione organizzata, le realtà dell'industria alimentare e le regioni. Per quanto ci riguarda, in Calabria, penso sia utile l’introduzione, tra i criteri di selezione per l’ accesso ai fondi del Piano di Sviluppo Rurale, di sistemi volti all’incentivazione delle aziende che aderiscono alla "Rete del lavoro di qualità". Si tratta di un primo segnale per contribuire a difendere la grande maggioranza di imprese che operano nella legalità dalla concorrenza sleale di una minoranza che, calpestando la dignità del lavoro, lucra sui bisogni delle persone per aumentare il proprio reddito".
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