
di Filippo Veltri.
Lamezia Terme - Un anno fa di questi tempi, giugno 2015, dopo oltre un decennio di governo ininterrotto, la sinistra perdeva la guida del Comune di Lamezia Terme. Tonfo clamoroso, segno del disastro locale del Pd (si disse) ma dentro un quadro che (si disse ancora) vedeva l’ex comunista Mario Oliverio saldamente seduto alla guida della Regione, dopo aver stravinto le elezioni nel 2014.
Un anno dopo il quadro è, però, esattamente l’opposto: dato che i numeri sono numeri e i fatti sono fatti è bene, per questo, riepilogare in poche battute lo stato dell’arte del Pd calabrese all’esito del ballottaggio di domenica 19 giugno. In un anno – cioè da quel giugno 2015 a giugno 2016 – sono stati persi i comuni non solo di Lamezia Terme, ma poi Vibo Valentia, Gioia Tauro, Cosenza e per ultimo Crotone e Ciro’ Marina. Più altre decine di piccoli e medi centri.
Solo per restare a quest’ultima elezione del 2016 il Pd vince sul filo di lana solo a Rossano, dove era però alleato con Forza Italia (cioè con il potentissimo consigliere regionale Giuseppe Graziano, che è coordinatore nella provincia di Cosenza del partito di Berlusconi).
In più: la diaspora dentro il partito di Renzi non è facilmente riassumibile visto che in decine di centri i candidati che si richiamavano al Pd erano in contrapposizione tra di loro e quindi stabilire chi ha perso o vinto è impossibile.
Durissimo il colpo subito a Crotone, sia per la storia che per l’attualità, visto che il sindaco uscente era il Presidente in carica del Pd regionale e il sindaco subentrante è espressione dell’area Enzo- Flora Sculco, cioè uno dei tanti spezzoni di trasmigranti che nel 2014 appoggiò Oliverio verso la corsa alla Presidenza della Regione (dopo avere appoggiato prima Scopelliti e prima Loiero). Cioè: un altro colpo tutto interno.
Questi, dunque, i fatti nudi e crudi e ci limitiamo all’essenziale. Ora, vedere questo partito lanciarsi verso il nulla in Calabria fa male, perché lì ci sono ancora – e non sappiamo ancora per quanto – energie che aspettano di misurarsi, ansie di vero rinnovamento, giovani che ci credono ancora. Sarà strano ma è così… Solo che perdere un altro minuto non è più possibile. Vedere dirigenti altolocati che festeggiano con tanto di fotografie vittorie risicatissime in piccoli comuni della regione rende ancor più paradossale e amaro il quadro e rende urgente, anzi urgentissima, un colpo d’ala. È vero che ci sono nodi politici nazionali da sciogliere ma è altrettanto indubbio che lo stato del Pd calabrese è ormai intollerabile. Il Partito in quanto tale – cioè comunità e luogo di discussione – non esiste (anzi: non è mai esistito); è gestito da gruppi e gruppettini che si fanno la lotta ormai anche senza pudore alcuno, finendo con schierare – come detto - candidati diversi nei Comuni; gli organismi del Pd sono surrogati da incontri e interventi romani, vista l’incapacità di prendere in Calabria qualsiasi decisione. Perfino i segretari di tre delle 5 federazioni sono incompatibili e abusivi, in carica provvisoriamente da sempre. A Vibo è già scoppiata la rivolta, a Catanzaro divampano le polemiche.
Anche qui ci limitiamo all’essenziale. Il lanciafiamme invocato da Matteo Renzi non serve a nulla se si limita ad una pura opera di facciata e di mera sostituzione di personale politico, visto che da queste latitudini anche il confronto renziani-antirenziani non ha senso visto che tutti si sono dichiarati renziani (un altro incredibile caso di trasformismo). Il cancro che sta uccidendo il Pd è che continua ad essere una confederazione di gruppi organizzati con piccoli stati maggiori e interessi particolari, dove ognuno continua a stare con se stesso e pensa solo ai suoi interessi, preferendo lasciare la situazione così com’è, con il segretario regionale che si cuoce da solo sulla graticola.
Tutto ciò è causa ed effetto insieme della situazione alla Regione e Mario Oliverio oggi si trova a fare i conti con una regione dove quattro delle cinque città capoluogo sono in mano ai suoi avversari: Catanzaro, Cosenza, Crotone, Vibo. Servirebbe quindi non solo una riflessione ma un intervento forte e chiarificatore.
© RIPRODUZIONE RISERVATA