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Lamezia Terme - Per una volta, non è l’Associazione Archeologica a raccontare il territorio lametino facendo “parlare” reperti frutto di indagini accurate quanto faticose: ma è essa stessa a essere oggetto di racconto, protagonista di una narrazione corale ed affettuosa. È quanto è avvenuto lo scorso 9 giugno, nel corso del convegno “Prospettive della ricerca archeologica nel comprensorio lametino: 45 anni di indagini, studi e risultati” nel complesso del San Domenico, davanti a un pubblico numeroso e interessato, da parte degli esperti del settore e dei rappresentanti delle amministrazioni che si sono succedute nel corso degli anni, concordi sulla necessità di valorizzare il patrimonio storico benché di opinioni politiche differenti se non opposte.

E’ una narrazione che si sviluppa tra passato, presente e futuro: guai ad appiattirsi sul presente, ammonisce il dottor Roberto Spadea nella sua introduzione. In tempi di mutazioni così profonde è necessario ancorarsi al passato, per non smarrire la propria identità. Del passato dell’Associazione Archeologica, nata nel 1972, e delle istanze di cui si fa ancora oggi portatrice sul territorio, si dicono ascoltatori attenti sia l’attuale sindaco di Lamezia Terme, avvocato Paolo Mascaro, nell’auspicio che anche grazie ai risultati positivi della ricerca archeologica Lamezia Terme possa diventare una città di eccellenza, sia la direttrice del Polo Museale Angela Acordon, che sottolinea come l’inserimento del Museo lametino nel Polo sia un evento foriero di crescita non solo culturale ma anche turistica ed economica.

Sappiamo quanto l’iniziativa dell’Associazione sia stata fondamentale per la nascita del museo Archeologico: è ciò che ricorda la senatrice Doris Lo Moro, che divenne primo cittadino negli anni ’90, in un momento in  cui a Lamezia si avvertiva un grande desiderio di rinascita, dopo un periodo burrascoso; ci fu allora la scoperta  di realtà che brillavano di luce propria, e tra queste spiccava la presenza dell’Associazione Archeologica, che poneva all’ordine del giorno la necessità di un luogo dove raccogliere i frutti delle numerose ricerche svolte dalla professoressa Vincenzina Siviglia Purri insieme ai suoi studenti e ad altri volontari , oltreché delle collezioni private: maturò allora la decisione di fondare il Museo nella sua prima sede, quella di via Garibaldi. L’evento clou di questa prima fase fu certamente la Mostra dedicata al cosiddetto “Tesoro di Sant’Eufemia” resa possibile da un prestito del British Museum di Londra, della cui richiesta si fece portatrice la dottoressa Elena Lattanzi, all’epoca Sovrintendente ai Beni archeologici. L’evento costò all’amministrazione un notevole sforzo dal punto di vista organizzativo e finanziario, ripagato dall’enorme successo dell’iniziativa.

Un altro momento importante fu, come ricorda in suo messaggio l’avvocato Pasqualino Scaramuzzino, l’approvazione del progetto “Sinus Lametinus”, opera del compianto Natale Proto, assessore alla Cultura durante la sua breve consiliatura, il cui recepimento rese possibile l’avvio di una politica dei Beni Culturali, con il restauro di una serie di Monumenti, tra cui il complesso di San Domenico. Fu poi sotto la consiliatura di Gianni Speranza che il Museo fu trasferito nella sua sede attuale, anche per l’impegno profuso dall’assessore Giovanna De Sensi, e che furono resi fruibili beni come l’Abbazia Benedettina e il Castello normanno.

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Il racconto entra nel vivo quando prende la parola il dottor Roberto Spadea, che ricorda quando, negli anni ‘70, iniziò una ricerca sull’antico sito di Terina, di cui non si conosceva ancora l’esatta ubicazione. Suo punto di riferimento a Lamezia era all’epoca Dario Leone, che aveva compiuto importanti ricerche nel sito preistorico di Casella di Maida. Spadea conobbe la professoressa Siviglia nel 1974, quando cominciò a seguire gli scavi nel sito di Pian delle Vigne, nel territorio di Falerna: fu allora che cominciarono a stabilirsi dei legami molto stretti con la professoressa , i suoi studenti e gli altri volontari, e nacque un rapporto autentico destinato a durare nel tempo. Dalle parole di Spadea, come da quelle di tutti gli altri relatori, esce un ritratto a tutto tondo di Vincenzina Siviglia Purri, donna di temperamento molto forte, ma dotata di “cuore e intelligenza” di grande spirito di abnegazione e di attenzione ai segni.  Da questa esperienza unica, portata avanti con grande ottimismo, sgorgò una conoscenza sempre più approfondita del territorio che portò al raggiungimento di diverse tappe, come la compilazione di una mappa del comprensorio lametino e poi alla scoperta più grande: il sito di Terina, nella località Iardini di Renda, i cui scavi iniziarono nel 1997; indagine che fu poi coronata dal ritrovamento di una lamina di bronzo recante la citazione di un magistrato, il prytanis, che diede la certezza sulla reale corrispondenza del sito. Una serie di successi che portò, come già detto, alla nascita del Museo, alla firma di una Convenzione con il sindaco Lo Moro e a un riconoscimento tra i più ambiti, il premio del Presidente della Repubblica nel 2003. Il racconto appassionato di Spadea viene poi continuato e se possibile ampliato dalla dottoressa Elena Lattanzi, Sovrintendente ai Beni archeologici dal 1881 al 2005, che ritiene- sono le sue stesse parole – un privilegio aver collaborato con l’Associazione lametina, e con la professoressa Siviglia, ispettrice onoraria delle Belle Arti fin dal 1974. La Lattanzi prosegue poi sottolineando la collaborazione ininterrotta tra la Sovrintendenza, l’Associazione e le amministrazioni che si sono succedute, le attività didattiche svolte nel Museo e l’aggiornamento continuo dei soci. E poi ancora ricorda la partecipazione corale della famiglia Purri, in particolare di  Rocco e Nicola; (non bisogna dimenticare che Rocco Purri ha riprodotto nel suo laboratorio le ceramiche del Neolitico che sono state in mostra anche al Museo Pigorini di Roma), e poi ancora la collaborazione con Lucio Leone, figlio di Dario, con l’artista Antonio Saladino, e perfino una cena in cui le signore furono invitate a ispirarsi alle ricette di Apicio. Tocca infine agli ultimi interventi delineare il futuro che si prospetta per la ricerca archeologica, in una regione in cui l’ottanta per cento dei beni culturali appartiene all’epoca classica. L’attuale direttore del Museo Gregorio Aversa si augura che attraverso gli strumenti posti in essere dalla Riforma Franceschini –che separa la tutela dalla valorizzazione- si possa far vivere la struttura museale, che deve essere legata al territorio e non limitarsi a una funzione di pura collezione. Rocco Purri prospetta le attività in cui l’Associazione è impegnata- a cominciare dalla tomba del III secolo a. C. in via di restauro, accennando poi   alla necessità di proseguire gli scavi coinvolgendo studenti e giovani laureati, alle visite guidate, alle attività nella biblioteca formata dalla stessa Associazione.  La dottoressa Iannelli, Responsabile di zona nel comprensorio di Vibo Valentia, nel concludere il convegno auspica che si guardi sempre avanti nello spirito di collaborazione che si è registrato finora, che i musei non siano delle monadi rinchiuse in se stesse ma agiscano sempre in sinergia con le istituzioni, e che realtà come l’Associazione archeologica lametina continuino a svolgere la loro preziosa funzione di legame. Non è mancato, da parte dei relatori, un richiamo alla necessità di rivolgersi ai giovani creando anche in questo campo nuove opportunità di lavoro e impedire così l’esodo dalla nostra regione.

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