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Soveria Mannelli - Un finale di grande spessore culturale per Il Festival del Lamento di Soveria Mannelli che si è concluso con la Lectio Magistralis dell'antropologo e docente Unical Vito Teti, in una gremita piazza Bonini, dove la frase-emblema della IV edizione, "Al peggio non c'è mai fine", suona davvero come un ossimoro ironico, di fronte a ciò che gli organizzatori, anno dopo anno, sono riusciti a costruire. "Abbiamo scelto questa volta di cambiare location per ragioni logistiche" spiega il responsabile Gaetano Moraca facendo un primo bilancio, "e ci siamo spostati da quella storica e caratteristica delle passate edizioni che, pur legandosi perfettamente al nostro sentire, non ci conteneva più, né aveva vie di fuga che ci consentissero di lavorare in sicurezza. Difatti il Festival ha di anno in anno, e di serata in serata, sempre più pubblico: questo ci onora, e ci ripaga di tutto il lavoro che svolgiamo come associazione durante l'inverno dal punto di vista organizzativo, anche con la partecipazione a bandi e finanziamenti, per continuare a rendere il Festival del Lamento un evento gratuito, perché crediamo che la cultura debba essere accessibile a tutti".

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Un concetto molto caro anche all'antropologo Vito Teti, che ha condotto il pubblico in un lungo excursus storico sulle origini culturali dello stereotipo che fa dei calabresi "un popolo melanconico, cupo, ombroso, dedito a protrarre il lutto, a vestire di nero, e dunque alle lamentazioni. Ma anche - altra faccia della medaglia - alla creatività, alla poesia, alla genialità". Una tipizzazione che risale al tardo Medioevo, consolidatasi poi nel '500, e sempre di più andando avanti, con autori come Barrio, Niceforo, Lombroso, fino ad assumere quasi connotati razziali, ben rappresentati dalla maschera di Giangurgolo, caricatura cinquecentesca dell'uomo meridionale, ingordo, sedizioso e cupo, che imprigiona in una forma di stigma un intero popolo.

A contribuire anche i racconti dei viaggiatori europei del Grand Tour, che vedono nelle rovine lasciate dai terremoti, nella popolazione ridotta alla fame che piange i suoi morti, quella melanconia tanto bramata dalle correnti culturali del tempo, dimostrando che spesso certe suggestioni "stanno negli occhi di chi guarda". Teti non nega affatto tuttavia la componente melanconica nell'ethos del popolo calabrese,  in cui si scorge "una matrice greco-bizantina da valorizzare: anche il lutto rappresenta un'elaborazione collettiva della morte, assente in altre culture dove invece si muore soli. Il lamento, come il carnevale, era un momento in cui chiunque poteva esprimersi, e dire la verità: anche contro il potere costituito. Dunque, aveva e ha un valore politico. Così come la Restanza, che non è semplicemente restare per sempre dove si è, con le mani in mano, ma prendersi la responsabilità di ciò che resta, redimere la nostalgia, trasformare il pianto in un canto di testimonianza".

Giulia De Sensi

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