
Rogliano - "Ci sono libri che si leggono. E poi ci sono libri che, prima ancora di aprirli, sembrano avere un suono. Quello delle campane. Le campane di un paese che chiamavano alla Messa, annunciavano una festa, accompagnavano un funerale, rompevano il silenzio delle campagne e arrivavano fino alle case più lontane. Ognuno sapeva riconoscerle". E forse è proprio da quel suono che bisogna partire per entrare nel nuovo libro del giornalista roglianese Fiore Sansalone, “Tra campane e radici – L’anima devota di Rogliano e del Savuto”, pubblicato da Atlantide – Centro studi nazionale per le arti e la letteratura.
Un volume che inaugura la collana dedicata alle tradizioni popolari “SAVUTO: Terre, Storie e Tradizioni”. Ma, dichiarano in una nota: "chiamarlo semplicemente libro sulle tradizioni sarebbe riduttivo. Perché qui dentro c'è un pezzo di Calabria che rischia di andarsene insieme agli ultimi che ancora la ricordano. Ci sono le donne con il rosario tra le mani. Gli uomini che si toglievano il cappello quando passava il Santissimo. Le coperte più belle tirate fuori dai cassetti e sistemate sui balconi per il Corpus Domini. I bambini dietro alla banda. I mortaretti. Le statue portate a spalla. E poi quelle piccole luci davanti alle cone votive. Bastava un lumino. Non servivano grandi cose. Era una religiosità semplice, quasi domestica, che non rimaneva chiusa dentro le chiese. La fede abitava nelle case. Camminava nei vicoli. Entrava nelle stalle. Seguiva i contadini nei campi. Si sedeva accanto al letto di un malato e, la sera, si raccoglieva nei cortili dove qualcuno cominciava il rosario e gli altri rispondevano. Sansalone prova a raccogliere proprio questo mondo. Lo fa attraversando Rogliano e poi Grimaldi, Marzi, Carpanzano, Mangone, Belsito, Maione, Pittarella, Coraci, Aiello Calabro, Scigliano, Pedivigliano e altre comunità del territorio. Paesi diversi, devozioni diverse, ma una stessa maniera di rivolgersi al cielo. Perché un tempo si pregava per tutto. Per la pioggia che non arrivava. Per la grandine che poteva distruggere mesi di lavoro. Per il raccolto. Per gli animali. Per un figlio ammalato. Per quello partito lontano. E qui il racconto diventa inevitabilmente racconto di uomini e donne. C'è la fòcara di San Giuseppe, con il paese attorno al fuoco e l'inverno che sembra bruciare insieme alla legna. Ci sono le cone, piccoli santuari di strada davanti ai quali magari ci si fermava soltanto pochi secondi: un segno della croce e via. C'è Sant'Antonio, con il pane votivo, gli animali e il mondo dei campi. C'è il Corpus Domini, quando era un intero paese a farsi processione. E c'è San Giovanni, con quella notte sospesa tra fede e antichi segni popolari: l'acqua profumata, le erbe, l'albume, i sogni delle ragazze. Poi c'è Santa Maria nostra de Cuti. E forse già quel “nostra” dice tutto. Perché una Madonna poteva essere molto più di una statua. Poteva significare il rione, la famiglia, l'infanzia. Poteva essere il punto verso il quale tornare dopo anni trascorsi altrove. Dire Santa Maria nostra significava quasi dire: questa è casa mia, questa è la mia gente. E ancora la Madonna delle Grazie, con i voti, le promesse, le processioni e le offerte degli emigrati. Già, gli emigrati. Forse sono loro una delle presenze più struggenti di queste pagine. Uomini e donne partiti con poco. Una valigia, qualche fotografia, un indirizzo scritto su un foglio. E spesso, nel portafoglio, l'immaginetta di una Madonna o di un santo del paese. Potevano attraversare l'Italia, l'Europa, perfino l'oceano. Ma certe distanze non bastavano. Arrivava il giorno della festa e il pensiero tornava lì. Alle campane. Alla processione. Alla strada di casa. E magari da lontano partiva un'offerta, una promessa, una preghiera. Un filo invisibile tra chi era rimasto e chi se n'era andato. È anche per questo che Tra campane e radici non parla soltanto di religiosità. Racconta la civiltà contadina del Savuto, la sua durezza e la sua dignità. Le mani rovinate dal lavoro. Il peso dell'aratro. La paura di perdere tutto per un temporale. Il pane che non era mai scontato. La festa attesa per mesi perché rappresentava una delle poche occasioni nelle quali fermarsi, vestirsi bene, incontrarsi. La festa, allora, non era soltanto divertimento. Era comunità".
Ed è forse qui che il libro di Sansalone smette di parlare soltanto di ieri e comincia a interrogare noi. Perché "molte di quelle campagne sono cambiate. Le stalle si sono svuotate. Tante porte rimangono chiuse. I figli e i nipoti vivono altrove. Alcune preghiere non le conosce quasi più nessuno e certe parole dialettali rischiano di sopravvivere soltanto nella memoria degli anziani. E allora scriverle diventa importante. Non per dire che prima fosse tutto migliore. Non per trasformare il passato in una cartolina. Ma semplicemente per non perderlo senza nemmeno accorgercene. Lo stesso Sansalone affida il volume a chi non c'è più ma continua a vivere nelle preghiere, nei racconti, nelle fotografie ingiallite e nel suono delle campane. E soprattutto alla gente semplice del mondo contadino: uomini e donne che hanno lavorato la terra con mani dure, custodendo la fede senza proclami. Persone che spesso non hanno lasciato patrimoni. Hanno lasciato qualcosa di diverso. Esempi. Radici. Dignità".
C'è una frase nella dedica che, da sola, potrebbe raccontare l'intero libro: “A chi ha avuto poco, ma ci ha lasciato tutto.” Ed eccolo, forse, "il senso più profondo di queste pagine. Raccogliere quel “tutto” prima che diventi silenzio. Perché può scomparire una fòcara. Può chiudersi una casa. Può perdersi una preghiera dialettale. Può non esserci più la nonna che sapeva raccontare perché quella candela veniva accesa proprio quella sera. Ma finché qualcuno domanda, ascolta e scrive, quel mondo non è completamente perduto. Resta una fotografia. Resta una parola. Resta una storia raccontata a un nipote. Resta, magari, una piccola luce davanti a una cona. E restano le campane. Quelle che, anche quando siamo lontani, hanno uno strano modo di ricordarci da dove veniamo".
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