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di Francesco Sacco

Lamezia Terme – Passammo l’estate su una spiaggia solitaria. Un tempo, forse, di certo non da un anno a questa parte. Da quando il Color Fest ha messo le sue radici sul lungomare “Falcone-Borsellino”, per la precisione, trasformandolo, per tre giorni, nell’epicentro indie di tutto il Meridione. Era già successo l’anno scorso con i vari Shame, Murder Capital, Lucio Corsi, Joan Thiele e tanti altri, è successo di nuovo in una quattordicesima edizione sempre più rivolta verso l’estero, obiettivo mai nascosto dalla stessa organizzazione. Da qui la scelta di un’altra line-up in perfetto equilibrio tra il meglio del panorama alternativo nazionale e internazionale, inserito in una location mozzafiato sfruttata a 360 gradi. Persino al mattino, con il gran ritorno di Cosmo, forse la novità più suggestiva di quest’edizione, al di là dei concerti al tramonto vista mare, in pineta o delle tante partnership e attività collaterali implementate ulteriormente quest’anno. Punto fermo, però, resta la musica. Musica sempre più eterogenea, ambiziosa e raffinata, a partire dall’headliner della prima giornata, Apparat, protagonista di un set immersivo tra elettronica e ambient, arricchito da chitarre, archi, pianoforte e fiati.

Più orientato al clubbing e alla disco chic il live di Sebastien Tellier, tra i massimi esponenti del French Touch, le cui sofisticazioni electro, sposate a quell’indole da chansonnier tenebroso, si sono rivelate la colonna sonora ideale dell’eclissi del 12 agosto, in particolare durante l’omaggio conclusivo all’amico Kavinsky con “Nightcall”. A proposito di Shame, i Deadletter, mattatori del Day III, si sono poi confermati perfetta incarnazione dell’ala più oltranzista del post punk contemporaneo, dando vita a un set torrenziale, privo di fronzoli e fedele, sia a livello sonoro sia di attitudine, al sacro fuoco della nuova ondata britannica. Ma si tratta soltanto del volto cosmopolita di un’edizione in grado di tener viva la fiamma indipendente anche nei consueti slot dedicati alla scena italiana, forse i più coinvolgenti in assoluto. Emblematici, in tal senso, proprio il partecipatissimo tour de force di Cosmo, autentico spartiacque della tre giorni (e forse dell’intera storia) del Color, o il live degli Zen Circus, senza dimenticare la versione intima, al tramonto, di Dimartino, preludio all’atteso set “figlio della tempesta”, tra folk e urban, de La Niña, stavolta più legata del solito alla tradizione partenopea. Questo e tanto altro nell’ultimo appuntamento di un festival divenuto un punto di riferimento nazionale, nato dalla lungimiranza (e, perché no, dalla follia) di chi ha creduto nelle potenzialità inespresse di una terra poco abituata alle luci della ribalta (almeno nella sua accezione positiva).

Uno su tutti: Mirko Perri, direttore artistico della manifestazione sin dagli albori, incontrato da Il Lametino a un paio di settimane di distanza dall’ultima grande festa, parafrasando lo stesso Cosmo, targata Color. Quanto basta per metabolizzare quanto accaduto in quelle calde giornate di metà agosto e guardare già al futuro.

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Si è da poco conclusa la quattordicesima edizione del Color Fest. Un’altra edizione dai numeri importanti, capace di attirare migliaia di spettatori da ogni dove. Riusciamo a tracciare un bilancio, a bocce ferme, o devi ancora metabolizzare quanto successo in quei tre giorni?

Sì, è stata un’altra edizione di successo, dai numeri importanti, che ha portato anche una gran bella novità, quella del concerto al mattino di Cosmo, andato sold out praticamente subito. Siamo molto felici di come sia andata, stiamo proseguendo sulla strada giusta, cosa affatto scontata, infatti siamo già al lavoro per la prossima edizione, che sarà, anche nel 2027, l’11, 12 e 13 agosto. 

Tra l’altro, in conferenza stampa, hai definito quest’edizione uno snodo cruciale per il futuro del Color, in particolare per il grande investimento, circa mezzo milione di euro, sostenuto esclusivamente dalla vostra associazione, senza finanziamenti pubblici. Penso sia la dimostrazione che, anche in Calabria, è possibile creare eventi di un certo rilievo contando soltanto sulle proprie forze, no?

Vero, il finanziamento pubblico quest'anno non c'è stato ed è stato molto faticoso. Siamo stati bravi a metter però da parte un bel gruzzoletto negli anni, nella consapevolezza potesse arrivare, un giorno, un'edizione senza finanziamenti pubblici. Per poter crescere, però, penso siano fondamentali, infatti, per il futuro, ci auguriamo di poter nuovamente accedere a finanziamenti pubblici, ma non per guadagnare e metterci i soldi in tasca, semmai per far crescere ancora di più il festival, magari allungando i giorni o proponendo un'offerta ancora più alta. Questa la mia speranza per il futuro, anche perché parliamo di un festival diventato, non a detta nostra ma a detta di testate anche nazionali, un po' un fiore all'occhiello della regione.

Alla fine, date le circostanze, penso sia stata una bella scommessa, anche dal punto di vista artistico, per un’edizione particolarmente ambiziosa e raffinata (l’elettronica di Apparat e Tellier, il ritorno, dopo soli due anni, di Cosmo, seppur per un set inedito al mattino). Come avete costruito la line-up quest’anno?

Sì, penso fosse una line-up molto raffinata e ricercata, come hai detto tu, e questo credo rappresenti un altro salto in avanti per un festival che ha dimostrato di non aver necessariamente bisogno di nomi eccessivamente pop per fare determinati numeri. Numeri che comunque ci interessano, per rendere l’evento più bello e vissuto. Anche per la prossima edizione, però, c’è la volontà di spostarsi un po’ di più sugli internazionali, lasciando sempre degli slot agli italiani dedicati alle nuove scoperte o magari a band storiche alle prese con un nuovo progetto o un nuovo album. Dietro c’è tanto lavoro, tanta fatica, tanti ascolti, ma crediamo sia questa la strada seguire: un festival che sia sempre più esclusivo ma allo stesso tempo inclusivo. 

Tra l’altro, si trattava della seconda edizione sul lungomare “Falcone-Borsellino”, che credo sia diventato, grazie anche alla Riviera dei Tramonti, un valore aggiunto nel rendere il Color non solo un semplice festival, ma un’esperienza immersiva…

Beh, sì, in effetti sosteniamo da ormai due anni che la location sia uno degli headliner del festival. Sicuramente, l’esperienza è diventata completamente diversa rispetto al passato. Avere il mare a pochi metri, una pineta così bella, al fresco, avere dei lidi vicino, essere ben collegati ad aeroporto e stazione, quindi la comodità dei servizi: sono tutti valori aggiunti. La nostra location, tra l’altro, è amatissima anche dagli artisti che ospitiamo, perché non capita tutti i giorni di suonare al tramonto, con lo Stromboli alle proprie spalle. Insomma, siamo felicissimi di tutti questi feedback e crediamo che il Color, in qualche modo, abbia trovato la sua casa. Speriamo di rimanere lì ancora per qualche anno. 

A proposito di valori aggiunti, quanto sono importanti, per la crescita del Color, le partnership con altre realtà del territorio, anche di varia natura (Sistema Bibliotecario Lametino, Festival del Lamento, Be Alternative negli anni passati e via dicendo)?

Le collaborazioni stanno diventando molto centrali all’interno dell’ecosistema Color e speriamo di ampliarle sempre più. Quest’anno, abbiamo visto Gulìa Urbana dipingere i muri del Lungomare con artisti arrivati da tutta Italia, l’angolo del lamento con i ragazzi del Festival del Lamento, l’area market, il Running Club di Lamezia, che si è occupato di alcune attività, le lezioni di yoga con altre associazioni e via dicendo. Insomma, Color vuole essere il centro di una Calabria culturale che per tre giorni può esprimersi lungo la Riviera dei Tramonti. Questo è certamente un altro valore aggiunto, anche perché credo che appoggiarsi ad altre sensibilità, ad altre anime, ad altre persone che nel loro campo dimostrano di essere dei professionisti di livello sia il futuro del festival. 

So che è difficile, ma volendo citare il Nick Hornby di “Alta Fedeltà”, riusciresti a stilare una Top Five di queste quattordici edizioni o almeno a indicare quella che ha rappresentato un punto di svolta per il Color?

Difficilissimo, non difficile. Ogni edizione è come se fosse un figlio e ai figli si vuol bene allo stesso modo. Dovessi, però, indicare delle edizioni simbolo per svariate circostanze, sceglierei innanzitutto la prima, perché ha rappresentato l’anno della nostra nascita, delle difficoltà, del mettersi in gioco. Anche la decima, poiché dieci anni di vita, per un festival, penso siano tanta roba; la quattordicesima, ossia quella appena conclusa, che considero l’edizione della maturità e della connessione forte con la nostra location; l’edizione del 2020, quella post Covid, perché, nonostante tutto, siamo riusciti a farla e, infine, la prossima. Sì, la quindici, perché crediamo fermamente che la più bella debba ancora venire. 

Cosa dovremo aspettarci in futuro?

L’intenzione è quella di avere una direzione artistica sempre in grado di stupire il pubblico, un allestimento ancor più bello dell’area festival, delle nuove attività che si svilupperanno intorno al Color e tanto altro. Abbiamo già in testa due o tre idee molto forti che nei prossimi mesi verranno fuori. In realtà, potrebbero esserci delle sorprese anche durante l’inverno e la speranza è quella di poterle concretizzare. 

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FOTO DI ANDREA VESCI

 

 

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