
Ancora piste ciclabili per una città non certamente in pista, ma a piedi.
I bei disegni, il miscuglio alchemico degli accattivanti colori dei rendering e dei progetti contemporanei sono sempre più strumenti al servizio dell’illusionismo politico, e spesso paradossalmente tecnico.
È questo il caso, ad esempio, dei faraonici propositi del Pnrr di Lamezia, vero esercizio di stregoneria ragioneristica avviato da un commissario prefettizio (generato dallo Stato in un momento di vacatio dell’amministrazione ordinaria) e articolati in un gioco di carte (tecniche) su estesi ed indifferenti fogli bianchi (dimenticando che il territorio non è un luogo neutro) senza uno sguardo verso il rapporto costi/benefici. Un caso che riporta un po’ l’efficace quanto irriverente pantomima di Cetto La Qualunque, la cui gestualità nella presentazione dei suoi “creativi” progetti sintetizza l’essenza politica non solo di un pezzo di Calabria, ma di un’intera regione.
Non servono elenchi e cifre a raccontare il contrasto tra i desiderata del programma europeo e le soluzioni adottate. Tanto si sa come funziona; e, soprattutto nel momento politico favorevole, è la solita modalità burocratica a prevalere, che trasforma tutto in una questione di forma e non di contenuto. Nel senso che la valutazione dell’importanza è demandata al posizionamento dei loghi e all’estetica del packaging, a quasi asettiche quanto distaccate schede progettuali, al confezionamento della scatola colorata del progetto e non alla misurazione della reale efficacia degli scopi sociali attinenti alla specifica realtà territoriale. L’importante – secondo l’impostazione corrente – è prevedere un tot di marciapiedi e di pavimentazioni, un tot di ponti, tanti pali di pubblica illuminazione con una ben dosata spolverata verde (che non guasta mai, anche per assicurare l’estetica del progetto) e di immancabili piste ciclabili (ormai condimento indispensabile), per arrivare ad una cifra milionaria con una insufflata di concetti di sostenibilità, di green, di biodiversità e relativa mantecatura in nuovi “punti d’incontro”: così il menu è bell’e pronto. Peraltro secondo questa linea di azione, è più facile misurare la qualità basandosi sugli importi a cifra molto tonda: abile indicatore di una presunta straordinaria efficacia politico-amministrativa, capace di per sé a garantire il consenso dell’utile idiota elettore. Secondo questo gioco illusorio, più milioni assicurerebbero maggiore qualità, salvo poi accorgersi che i costi di manutenzione sono talmente tanti che le già dissestate casse comunali difficilmente potranno garantire una buona vita a questi ricchi progetti che una comunità povera non può sostenere. Non è più il tempo di Giorgio La Pira che nella “sua” Firenze faceva debito sano per scopi sociali.
In realtà non solo alla città, ma all’intera regione, sarebbe stato necessario cogliere la grande opportunità progettuale di rigenerazione sociale e di concreto contrasto allo spopolamento, e non la semplice proposizione di opere pubbliche ordinarie, di cui è pure in discussione l’utilità reale anche in rapporto al numero degli abitanti “serviti” (ci sono progetti che, paradossalmente, avrebbero potuto determinare effetti rigenerativi di felicità immediata trasformandoli in bonus sociali, per singolo cittadino, da duecentomila euro: cibo miracoloso quanto la manna, per trattenere giovani e famiglie).
La realtà prossima – fatta di molti progetti annunciati e peraltro non ultimati – lascia già intravedere il passaggio dagli entusiasmi iniziali e di allegra propaganda politica al realismo dell’incapacità di autogoverno del territorio totalmente dipendente (e condizionato) dalla finanza nazionale ed europea, nonché dal sempre più grave deficit demografico.
Comunque, tutto questo – mentre l’Istat prevede un crollo demografico regionale di ben trecentocinquantamila abitanti entro il 2050 – tende a favorire soltanto la ri-generazione, nel senso di consolidamento strutturale, della attuale classe dirigente, sempre più sproporzionata rispetto alla popolazione residente.
Così è (se vi pare).
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