
La Calabria <<sfasciume pendulo>> non solo dal punto di vista geologico ma anche insediativo sembra ancora resistere, abbarbicata agli ultimi anziani che tengono vive le flebili radici di un passato purtroppo troppo lontano e sfumato. Il popolo <<di mezzo>>, quello fatto di giovani, si è dimezzato (non è certamente un gioco di parole), mentre resiste pervicacemente soltanto una classe dirigente – al governo degli enti – preoccupata di sperimentare una sorta di autarchia, fondata sull’autosufficienza economica personale risucchiando le poche risorse territoriali ancora disponibili. Del resto questa è l’unica classe a resistere insieme a quella delle consorterie complici. Quella operaia (e soprattutto contadina) di fatto si è da tempo liquefatta per responsabilità gravi delle istituzioni che, impunemente, guidano ai vari livelli le politiche e i processi sociali ed economici.
Di contro, una realtà regionale connotata da abitati senza scuole attive, senza l’ombra seppur lontana di un medico, composta da comunità sempre più piccole (finanche la popolazione scolastica regionale si è ridotta di circa 4.500 unità) che affrontano una sfida esistenziale quotidiana. All’orizzonte non si intravede nessun segnale positivo, se non l’ossimoro della <<trappola dello sviluppo>> enunciata dal Rapporto Svimez 2025 e creata artificialmente dalle illusioni della pioggia inutile (e dannosa) del Pnrr: in realtà opere pubbliche che producono occupazione momentanea ma non benessere, che generano lavoro ma che non sono riuscite a trattenere i laureati. Un trend non nuovo, noto sin dal dopoguerra, e poi via via incrementato dalla malattia dell’<<incentivo>> (da quelli edilizi ai fondi di coesione) e oggi soprattutto dal Pnrr, senza la forza di incidere sulla struttura produttiva e senza la capacità di produrre sbocchi positivi durevoli.
Oggi di fatto l’occupazione avviene soprattutto nei comparti a bassa specializzazione (turismo e ristorazione) che producono risultati occupazionali brevi e, nel contempo, esiti distruttivi sull’edilizia antica, con ristrutturazioni “a effetto bomboniera” (Tropea ne è un esempio) per la corsa agli affitti brevi, e con rare eccezioni positive sulla costa ionica (Gerace rappresenta uno dei rari esempi di pratica corretta di conservazione di un centro storico). Il bilancio negativo è stigmatizzato nella Relazione sulla coesione economica, sociale e territoriale della Commissione europea, che ha rilevato che all’attesa riduzione dei divari tra nord e sud, tra città e aree interne corrisponde invece l’aumento delle disparità, concludendo che l’Italia e soprattutto la Calabria si trovano in quella che è eufemisticamente denominata <<trappola dello sviluppo>>.
Non certamente ricca di prospettive positive. Lo stesso “Piano per l’economia sociale” per contrastare la fragilità dei territori attraverso la costituzione di imprese sociali erogatrici di servizi, sembra l’anticamera iperbarica dei centri interni della Calabria di badanti e non certamente di una regione in grado di autogestirsi. Appare paradossale affidare la permanenza in vita della Calabria all’esistenza degli ultimi anziani – attaccati alla bombola di ossigeno delle pensioni sociali – che ormai costituiscono la maggioranza improduttiva e a un nuovo modello di assistenzialismo, somministrato attraverso l’istituzione di scimmiottamenti della Cassa (o Bara?) del Mezzogiorno. E Lamezia, in questo contesto, si propone con il suo Pnrr, con i suoi vuoti a perdere urbanistici e territoriali e con quanto lo ha preceduto, come l’esempio più concreto delle più stridenti contraddizioni: una realtà completamente urbanizzata e irrecuperabile, e con una campagna vilipesa e aggredita dalle consorterie di varia natura, senza peraltro essere città.
Che fare? Scegliere la forma passiva della ribellione (l’astensionismo) o trasformare le parole in azione nel senso spinoziano? O forse trovare rifugio cercando – come scriveva Italo Calvino – nell’inferno (della Calabria e di Lamezia) quello che inferno non è, assecondando la deriva?
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