
di Francesco Sacco
Cosenza – “Un uomo è perso senza la sua storia e io non voglio dimenticare”. Una storia partita da lontano, da Firenze per la precisione, negli anni ’80 culla di un nuovo modo di interpretare le istanze post punk e new wave esplose sul finire del decennio precedente, in particolare tra Stati Uniti e Regno Unito. Una sorta di rinascimento musicale guidato da un pugno di band capaci di segnare in modo indelebile la storia della musica italiana, alcune rileggendo, in chiave cantautorale, il gelido esistenzialismo à la Joy Division (Diaframma), altre strizzando l’occhio alle sonorità più elettroniche e proto-industrial di Sheffield (Neon). Vi era poi una terza via, tra post punk e suggestioni mediterranee, a conti fatti l’unica in grado di resistere alla prova del tempo, seppur piegandosi a compromessi via via sempre più discutibili e distanti dai vagiti di inizio carriera. Perché, se si parla di new wave fiorentina, impossibile prescindere anzitutto dai Litfiba, all’epoca non ancora contaminati da quelle velleità dapprima hard rock e poi sguaiatamente pop che se da un lato ne hanno consacrato il nome a livello mainstream, dall’altro sono andate un po’ a offuscare le vette raggiunte dall’imprescindibile “trilogia del potere”.
Trilogia che, quarant’anni fa, trovava forse la sua massima espressione in “17 Re”, autentico manifesto di una proposta personale e a tratti visionaria, celebrato, per l’occasione, dalla reunion di quella storica line-up (a eccezione del batterista Ringo De Palma, scomparso nel ’90 e ora sostituito da Luca Martelli) e da un lungo tour approdato anche a Cosenza, all’Arena Rendano, grazie alla partnership tra Be Alternative e L’Altro Teatro. Un tour per ricordare chi erano realmente i Litfiba, ma soprattutto per contestualizzare nel presente un album ancor oggi attuale. Cambia il contesto sociopolitico, cambiano i nomi, ma le dinamiche restano le medesime.

A sottolinearlo, in primis, Piero Pelù, alle prese con una sorta di “comizio” scandito da diversi temi (guerre, ambiente, nucleare, algoritmi e chi più ne ha più ne metta) volti a introdurre ogni singola canzone di un disco “che parla di vittime del potere, qualsiasi tipo di potere, esercitato dagli uomini”. Uomini come Trump, Netanyahu, Vannacci, Meloni, Crosetto, La Russa, Berlusconi, Bossi, persino Giovanni Paolo II e il generale Cadorna, tirato in ballo a proposito dell’ammutinamento della Brigata Catanzaro prima di uno dei brani più intensi della serata: “Apapaia”, tra i tanti capolavori di un lavoro fortemente politicizzato, come d’altronde gli stessi Litfiba. Nulla di cui stupirsi, insomma. Ciò che colpisce, semmai, soprattutto dopo la svolta muscolare post “El Diablo”, è la resa sonora di una band assolutamente fedele al mood di quarant’anni fa, a partire dal guitar work di Ghigo Renzulli, mai sopra le righe ma sempre al servizio di canzoni affatto contaminate da un approccio mutato più volte nel corso del tempo.

Pochi dubbi, invece, sulle tastiere di Antonio Aiazzi e il basso di Gianni Maroccolo, vero cuore pulsante, in piena tradizione post punk, di brani come “Vendetta”, “Sulla Terra” (al grido di “Palestina libera”), “Univers”, “Pierrot e La Luna”, “Re del Silenzio” e “Gira nel mio cerchio”, tra i principali highlights della serata. Archiviato il set dedicato a “17 Re”, più simile a un rituale collettivo che a un semplice concerto, spazio a encores sempre orientati verso la fase artisticamente più rilevante della band: “Il Vento”, la magnetica “Istanbul”, “Santiago” (a proposito di Giovanni Paolo II), “Eroi Nel Vento” (dedicata a De Palma), “La Preda” e il tripudio finale di “Tex” (ispirata dal massacro dei pellerossa, altra occasione per “perculare” Trump) seguita da “Cangaceiro”. È questo “l’ultimo valzer” - o “Tango”, in questo caso - di un live tiratissimo e particolarmente sentito, non l’ennesimo passaggio di una mera operazione nostalgica ma un vero atto di resistenza assolutamente dovuto in tempi quanto mai oscuri. Proprio come gli anni ’80 dei Litfiba. D’altronde, come diceva qualcuno, “this machine kills fascists”, no?
(Tutte le foto sono di Aldo Torchia)
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