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costantino_fittanteok.jpgLamezia Terme - Riceviamo e pubblichiamo la nota inviata da Costantino Fittante in merito ai comportamenti degli imprenditori nel processo Perseo. “Condivido i contenuti del comunicato dell’Associazione Antiracket Lamezia in merito alle reticenze degli imprenditori chiamati a testimoniare nel corso del processo “Perseo”. Siamo al paradosso: i carnefici si pentono, si autoaccusano, indicano gli atti delittuosi compiuti, le vittime, pur avendo denunciato, ritrattano, non ricordano, forse si sono espressi male. Un paradosso che però interroga e pone problemi all’anti ‘ndrangheta lametina. Interrogativi che diventano pesanti alla luce di come la cronaca giornalistica ed i titoli di alcuni quotidiani hanno commentato le reticenze degli imprenditori: u titolo a tutta pagina “Incassano rimborsi ma poi fanno scena muta”. Da cittadino mi sarà consentito di fare alcune considerazioni.

L’anti ‘ndrangheta lametina, dopo le operazioni “Perseo”, “Medusa” e con la costituzione di parte civile, non ha segnato in Città una presenza e una attività all’altezza dei nuovi scenari che le operazioni degli inquirenti hanno aperto. Si è registrato un abbassamento della guardia con la lunga assenza di una iniziativa pari se non superiore a quella svolta nei primi anni della sua vita. L’accorato appello degli inquirenti che sollecitava una maggiore e più incisiva collaborazione degli imprenditori singoli e organizzati, per liberare definitivamente la Città dal racket, non ha trovato una rispondenza adeguata soprattutto nel soggetto istituzionalmente preposto ad un ruolo di stimolo verso le imprese e di affiancamento degli organi inquirenti.

Anzi, la critica del Capo della Squadra Mobile, forse eccessivamente ingenerosa, è stata vissuta con fastidio anziché essere occasione per una puntuale riflessione su quali azioni mettere in campo e sulle nuove modalità del rapporto con tutti i soggetti chiamati a collaborare per l’importante opera di pulizia e di liberazione. E’ prevalsa nei fatti, forse inconsapevolmente, la convinzione che bastasse l’opera della Magistratura per fare pulizia.  Nel comunicato di ALA ci sono sottolineature importanti: “La realtà è che è molto alta la percentuale di attività economiche in città i cui interessi s’intrecciano con quelli delle cosche di ‘ndrangheta, traendone benefici di diverso genere”.  E’ senz’altro così. Ma allora l’azione dell’associazionismo anti ‘ndrangheta non poteva ne può ridursi agli sporadici comunicati o dichiarazione che fanno seguito ad interventi degli organi di polizia, ad un protagonismo, anche questo, raro nelle scuole o alla distribuzione di magliette e segna pagine, senza una costante e diffusa iniziativa di sensibilizzazione, di aggregazione e di qualificazione della propria attività, rivolta in termini ravvicinati agli operatori economici, ai professionisti, a quanti hanno ruoli e funzioni pubbliche.  Ci si è illusi che le operazioni citate avevano azzerato le cosche a “botte di manette e condanne”. E così non è. Questa convinzione segnala una grave semplificazione interpretativa del modo di essere della mafia. Tutta la letteratura in proposito dice che fatta fuori, con arresti e condanne, la testa di una cosca, entrano in campo le seconde o le terze file della stessa o che l’area territoriale liberata è preda di altri vecchi e nuovi gruppi che intendono allargare o radicarsi negli spazi divenuti disponibili.

E’ quello che è avvenuto a Lamezia. Condannato il capo cosca Giampà detto “u prufissuri”, le redini e il comando sono passati ad altri membri della “famiglia”. E sarebbe importante sapere a chi fa oggi capo il gruppo superstite, quali nuove leve si sono aggregate, verso quali interessi si muovono. E’ da augurarsi che l’impianto accusatorio del processo “Perseo” regga e che si pervenga alle necessarie esemplari condanne. Ma è indispensabile una riflessione che deve riguardare l’anti ‘ndrangheta lametina e anche, più in generale, meridionale. La impone quanto emerge nel processo “Perseo” e ciò che è avvenuto nei mesi scorsi in Sicilia, in Campania e in Calabria che ha minato la credibilità del tessuto associativo e segnalato problemi di trasparenza nell’esercizio delle  funzioni di molti soggetti che operano al suo interno. Ma su questo mi prefiggo di tornare più dettagliatamente”.   

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