
Platania - C’è chi parte e lascia un luogo alle proprie spalle. E c’è chi, a distanza di più di sessant’anni, continua a misurarsi con quel luogo, con ciò che gli ha dato e con ciò che può ancora costruire. È dentro questa distanza — tra Platania e Melbourne, tra la Calabria e l’Australia — che si trova la storia dell’avvocato Ferdinando Butera.
Una storia iniziata nel 1961, quando a 19 anni lasciò Platania insieme alla madre per raggiungere il resto della famiglia già emigrata in Australia, e arrivata oggi fino all’Università della Calabria, dove l'incontro con alcuni studenti stranieri ha riaperto una riflessione sul significato di quel viaggio. La vicenda dell'Unical è l'ultimo capitolo di un rapporto con la Calabria che non si è mai interrotto.
Per capire da dove nasce quel legame bisogna però tornare a quella partenza. Butera frequenta il quarto anno di ragioneria quando lascia Platania. Alle sue spalle c'è soprattutto una storia familiare: il padre era partito per l'Australia nel 1955 ed era morto pochi anni dopo, nel 1958; alcuni fratelli lo avevano già raggiunto. Lui e la madre sarebbero partiti per ultimi, per ricongiungersi al resto della famiglia.
Arrivato in Australia, Butera non immaginava ancora che quel Paese sarebbe diventato il luogo in cui avrebbe costruito gran parte della propria vita. “Non vedevo il futuro in Australia”, racconta a il Lametino. A 19 anni, però, si trova davanti a una domanda concreta: “una volta arrivato dall'altra parte del mondo, che cosa fare della propria vita?”. La risposta, per lui, passa dallo studio.
Butera individua nella formazione la possibilità concreta di costruirsi un futuro e comincia a lavorare mentre studia. Nel 1962 trova impiego in uno studio legale: è il primo passo di un percorso che lo porterà all'Università di Melbourne, dove conseguirà un Law Degree, un Master of Laws, un Master of Taxation e un Notarial Degree, fino all'ammissione alla professione forense. Non sarà un percorso lineare né semplice. Deve lavorare per sostenere la famiglia e, contemporaneamente, studiare. Ma quella che lui definisce una “fortuna” — la possibilità di lavorare con un orario che gli lasciava il pomeriggio libero — diventa l'occasione che decide di cogliere.
Quel legame con Platania, intanto, non si era interrotto. Nel 1972, subito dopo essere stato ammesso alla professione forense, Butera torna in Italia. Non era soltanto un viaggio: era il modo di tornare nel proprio paese con il titolo di studio appena conseguito e con quello che lui definisce “l'orgoglio di essere platanese”. Nel 1973 sceglie di sposarsi a Platania, nella chiesa di San Michele, un luogo profondamente legato alla sua storia personale. Accanto a lui c'è Cristina, sua moglie, con cui continua a condividere il legame con la Calabria. “Non è stata una coincidenza l’aver scelto di sposarmi qui. È parte della mia vita”, racconta.
Oggi, mentre parla con il Lametino del rapporto con il paese da cui è partito, dell'Australia e di quella Calabria che, dopo più di sessant'anni, continua a considerare parte della propria identità, Cristina è accanto a lui. Il rapporto con Platania, però, non rimane soltanto legato alla memoria. Nel tempo, racconta Butera, si è trasformato nella sensazione di avere un “grande debito” verso il paese da cui era partito. “Il fatto del mio attaccamento a Platania c'è sempre stato – rimarca –. Io sono sempre ritornato e ho cercato di dare qualcosa al mio paese”.
È dentro questo rapporto che va letta anche la sua attenzione verso la Calabria. L'incontro recente con l'Università della Calabria ha riportato in primo piano un tema che Butera sente particolarmente vicino: la condizione degli studenti stranieri che, come lui molti anni fa, si trovano a costruire il proprio futuro lontano dal paese d'origine. Vedere quegli studenti all'Università della Calabria ha riportato Butera, almeno per un momento, alla propria esperienza. “Mi sono sentito molto bene quando ho visto tutti quegli studenti stranieri là. È stato bello”.
Da quell'incontro è nata l'idea di sostenere chi, per difficoltà economiche o amministrative, rischia di non riuscire a completare il proprio percorso universitario. Un progetto ancora in costruzione, che Butera non presenta come qualcosa di già definito: “Ancora devo dire che non ho proprio definito quello che sarà il mio aiuto verso la Calabria e l'Università. Le idee ci sono, ho iniziato a pensare alla possibilità di creare uno strumento di sostegno, attraverso una donazione o un trust”. Il collegamento con la propria esperienza, però, è diretto: “Anch'io ero, diciamo, uno straniero, uno studente straniero in un altro Paese”.
Il collegamento con la propria esperienza, però, è diretto: “Anch'io ero, diciamo, uno straniero, uno studente straniero in un altro Paese”. Ed è proprio partendo da questa esperienza che Butera, da avvocato, rivolge un consiglio alla comunità calabrese: un appello a chiunque voglia destinare, attraverso il proprio testamento, una somma all’Università della Calabria, eventualmente indicando anche come utilizzarla, ad esempio per sostenere gli studenti. “Penso che ci sarebbe gente che risponderebbe”, osserva.
Dall'Australia, Butera ha continuato a guardare alla Calabria anche con gli occhi di chi ha conosciuto altri Paesi. E proprio la distanza, racconta, gli ha permesso di guardare alla sua terra con maggiore chiarezza. “Noi abbiamo dei grandi valori in Calabria perché facciamo parte di una cultura mediterranea che è bella”. Ma, allo stesso tempo, Butera vede una difficoltà nel riconoscere e valorizzare ciò che si ha. Dopo più di sessant'anni, la distanza non ha cancellato il legame con il luogo da cui è partito. Platania è rimasta nei ritorni, nella famiglia, nella chiesa di San Michele e in quel modo di definirsi ancora “platanese”. L'Australia, invece, è diventata il luogo in cui ha costruito il resto della sua vita: gli studi, la professione, la famiglia.
Due luoghi lontani, che Butera non racconta come alternativi. “Vedevo me stesso come quello che faceva parte del viaggio della mia vita, anziché una tappa”. È forse questa la chiave con cui, ancora oggi, guarda alla propria storia. E il rapporto con Platania, con il tempo, è diventato anche un senso di responsabilità. “È come se avessi un grande debito verso il paese da ripagare. Adesso mi rendo conto che quel debito è infinito”.
A.B.
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