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Lamezia Terme - Sta ormai per partire una delle iniziative più attese nel panorama estivo del comprensorio del Lametino e del Reventino: il “Festival delle erranze e della filoxenia”, promosso e ideato dall’avvocato Francesco Bevilacqua e organizzato da un gruppo di associazioni di Platania, Carlopoli, Motta Santa Lucia, Conflenti e Lamezia Terme.

Saltato il primo appuntamento a Lamezia, si proseguirà nel weekend con la due giorni a Platania con il percorso “Alla scoperta dei segreti perduti delle fate. Sulle tracce di antichi stupori”. Giornalista e scrittore, nonché grande appassionato di antropologia e letteratura di viaggio, Bevilacqua ci racconta in anteprima questa nuova sfida alla riscoperta del nostro territorio. 

Come nasce l’idea di organizzare un Festival delle erranze e della filoxenia? E cosa porta di nuovo quest’iniziativa?

“L’idea nasce dall’esigenza delle associazioni territoriali del Reventino di creare un momento comunitario e comprensoriale di riscoperta dell’identità dei luoghi, della cultura locale, delle bellezze naturali, in un’ottica di rigenerazione dei paesi che gradualmente si spopolano. La differenza rispetto ad altri Festival è che questa appunto è la prima esperienza di tipo comprensoriale, che vuole unire tutti i paesi che gravitano nell’area del Reventino – Platania, Conflenti, Motta Santa Lucia, Serrastretta, Carlopoli, e prossimamente si spera anche Decollatura e Soveria Mannelli. Ma vuole coinvolgere pure la stessa Lamezia Terme, in quanto il suo territorio arriva anche fino a toccare zone alte, montagnose – come le frazioni di Telara, Acquafredda, e Acquadauzano, sopra Sambiase. E poi perché vi è sempre stata una sorta di osmosi fra l’area pianeggiante di Lamezia e la zona montuosa alle sue spalle: territorio del Reventino e piana lametina sono sempre state due realtà collegate e si vorrebbe far rivivere questo collegamento. Le associazioni hanno manifestato a me questa esigenza e io ho dato a loro il tema del Festival”.

A cosa si deve la scelta di parlare di “erranze e filoxenia”?

“Si tratta di due termini speculari che si richiamano ad un modo di fare classico dell’ospitalità dei nostri luoghi, riassumibile nel semplice slogan che ho coniato per il festival: “se gli abitanti diventano erranti, gli erranti si fanno abitanti”. Ciò significa che se i paesi si spopolano dei loro residenti perché la gente emigra, si chiudono i servizi primari, non si è capaci di inventare occasioni di lavoro, allora saranno gli erranti, cioè chi viene da fuori – i “turisti buoni”, non distruttivi e non consumistici – a farsi abitanti, e ad interpretare il viaggio e il turismo in una chiave sostenibile: per conoscere la cultura del posto, riscoprire i luoghi, affezionarsi alle comunità e al suo  territorio, aiutare la gente a capire che i loro paesi, la loro cultura, le loro risorse naturali non hanno solo un prezzo ma anche una dignità e un valore”.

Quali letture hanno propiziato l’idea del Festival delle erranze e della Filoxenia?

“Si tratta principalmente di due libri, che saranno presentati nel corso dello stesso Festival. Il primo è quello di Patrizia Giancotti, “Filoxenia”, edito da Rubbettino. Si tratta di una ricerca antropologica e fotografica fatta nella comunità grecanica d’Aspromonte. Il libro spiega come, secondo la tradizione greca antica, il forestiero che bussa alla tua porta potrebbe essere un dio sotto mentite spoglie. Dunque se tu non lo accogli ti potresti macchiare di un peccato contro gli dei. La cosa importante è che per i Greci chi era accolto aveva il dovere di rispettare colui che lo accoglieva. Accoglienza e rispetto reciproco: un insegnamento quanto mai attuale. Il secondo libro, di cui sono autore io stesso, è “Le fantasticherie del camminatore errante”, edito sempre da Rubbettino, sull’esperienza del camminare come forma di conoscenza, come preghiera e come riscoperta delle identità locali. Perché quella che io propugno è un’erranza (contrapposta alle forme consumistiche del turismo e degli sport pedestri) non a lungo raggio ma a corto raggio, nei nostri luoghi, nei luoghi attorno ai nostri paesi: per fare in modo di riconnettere il legame reciso fra le comunità locali e il loro territorio. Non si tratta di un saggio ma di una narrazione, un lavoro di letteratura odeporica, in cui io stesso racconto i miei viaggi, cammini ed erranze in Calabria”.

Giulia De Sensi

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