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di Giuseppe Maviglia 

Lamezia Terme – “Servire e ascoltare”. Sono i cardini della missione pastorale del nuovo vescovo Giuseppe Schillaci. Il presule siciliano succede a monsignor Cantafora, che ha guidato la Diocesi lametina per quindici anni. Su Schillaci, da subito entrato nel cuore della gente, sono state riposte grandi aspettative, probabilmente per il suo stile improntato all’informalità: nonostante il breve arco temporale, comunque non si esime dall’affrontare le forti problematiche locali. Non solo. Il vescovo ricorda anche la figura del padre e di altri che hanno segnato profondamente la sua esistenza. E, rivolgendosi ai giovani, cita, a sorpresa, autori come De Andrè, Pasolini, Battisti e Bob Dylan.

La gente ha riposto grandi aspettative in lei da subito. Che novità vorrebbe introdurre rispetto al passato? 

“È ancora presto. Però, il primo atteggiamento con cui mi sono posto, intanto, è quello che ho espresso nel motto: servire. E questo è per me un atteggiamento fondamentale, che penso di poter assumere anche con l'aiuto del Signore, perché da solo non sarei capace di farlo. Il secondo aspetto, che ho potuto esprimere già è l’ascolto. D’altronde, sono arrivato da poco. Ed è prematuro dire quali novità introdurre in questa realtà. Una realtà che anzitutto bisogna conoscere, per amarla e servirla sempre di più”.

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Cosa l’ha colpita di più della città e dei lametini appena arrivato?

“Questa grande aspettativa. L'entusiasmo, il calore della gente. È come se mi conoscessero da tanto tempo. E tutto questo mi colpisce, mi travolge e mi commuove tanto”. 

Ricorso storico: l’hanno accostata alla figura di monsignor Moietta. Completerà l’opera incompiuta del vescovo dopo oltre cinquant’anni?

“Intanto in una persona si inserisce una storia. Certamente è una Chiesa che ha una sua storia, con queste belle figure. Io sto cominciando a conoscere un po’ la figura di monsignor Moietta, anche perché qualcuno me ne ha parlato subito dopo la mia elezione. Ma non ci sono stati solo i lametini. Me ne parlò anche un mio confratello. Siamo quasi coetanei, ordinati nello stesso anno. Lui è stato ordinato per la Chiesa di Casale Monferrato. E monsignor Moietta veniva da Casale Monferrato. E la prima cosa che mi ha detto è “guarda che a Lamezia c'è stata questa bella figura di vescovo. Mi ha invitato a conoscerla. Io spero quindi di poter conoscere questa bella figura di vescovo e inserirmi in questa tradizione”.

Altro ricorso storico: lei arriva in un momento in cui la città è commissariata, proprio come avvenne per il suo predecessore monsignor Cantafora.

“È chiaro che c'è un compito che la società civile deve sempre più avere, che è quello di una reale partecipazione, cioè farsi carico della cosa pubblica con un'attenzione sempre più rilevante alla legalità, e mettere in luce i bisogni concreti della gente. Ma questo parte da un sentire, che deve essere sempre più comune. È chiaro che ci sono i politici, ma c'è anche tutta la partecipazione di un popolo. Tutti siamo chiamati a contribuire nel nostro piccolo, perché la moralizzazione nasce proprio da tutti insieme. È chiaro che chi è preposto a una funzione pubblica deve poter dare l'esempio. Ma ognuno di noi deve poter contribuire”.

Magari cominciando proprio dai giovani… Lanci un appello ai ragazzi di Lamezia.

“Io ho già avuto modo di lanciare questo appello e lo ribadisco: impegnatevi nella realtà che vi appartiene nel miglior modo possibile. De Andrè, Pasolini, Battisti, Bob Dylan. Questi grandi autori dicono ai giovani: tirate fuori il meglio da voi stessi, perché ognuno è una ricchezza. Ogni essere umano è una potenzialità. E in questo senso va il messaggio di Papa Francesco: non si deve scartare nessuno, perché ogni essere umano è unico e irripetibile. Naturalmente, aiutiamo questi giovani a non andare via, a poter rimanere ed amare questo territorio e quindi dare un bel contributo, perché certamente i giovani studiano, si preparano, però devono avere le possibilità concrete di rimanere, altrimenti è chiaro che li perdiamo. E se perdiamo i giovani, perdiamo il futuro”. 

Lamezia soffre particolarmente in questo periodo. Tra le tante questioni, c’è quella dei roghi tossici dal campo rom di Scordovillo. È a conoscenza di questa problematica?

“Comincio anche qui a conoscere. Non ci sono ancora andato, ma spero di farlo quanto prima per vedere questa realtà. Certo, sono problematiche non indifferenti. Anche qui bisognerebbe, per quanto è possibile, da parte di tutti favorire l'integrazione. Non si possono ghettizzare. I ghetti non servono a nessuno, significano già emarginazione e noi non possiamo emarginare. Una società esiste non per emarginare, ma per creare rapporti, far circolare relazioni che siano per quanto possibile serene, positive e propositive. Una società si realizza nella misura in cui veramente c'è questa circolarità positiva”.

Quale messaggio di speranza vuole dare ai lametini in questa terra che ha fame di lavoro?

“Il messaggio che in questo momento mi sento di lanciare è che ciascuno di noi faccia del proprio meglio in quello che è chiamato a realizzare nel proprio settore. Se ognuno di noi fa bene il proprio lavoro, credo che si metterà in circolo questa positività, che tornerà a vantaggio di tutti. Cioè dobbiamo sempre di più acquisire questa mentalità del bene comune e anche qui a volte noi pensiamo che è compito del politico. Certamente, ma è compito di ogni lametino che vive in questo territorio pensare in questi termini. Il messaggio di speranza è: non chiudiamoci noi stessi. È un pericolo; una tentazione, un rifugio. Affrontiamola questa realtà. Non lasciamoci vincere dalle paure che, per carità ci sono, siamo esseri umani, però vinciamo la paura con l’impegno, con il bene e con l'amore”. 

La figura di suo padre è ricorrente nelle sue omelie e negli incontri. Qual è l’eredità morale che le ha lasciato?

“Mio padre mi ha lasciato tanti valori: l’onestà, la dedizione, il sacrificio, l’impegno sociale disinteressato e la famiglia. Non ricordo mai, per esempio , un momento in cui mio padre era assente dal pranzo. Ricordo sempre la famiglia riunita. Mio papà era una figura presente. Ha lavorato, si è speso, si è sacrificato per il bene della famiglia e non solo. Un padre che in maniera disinteressata ha anche vissuto l'impegno sociale, l'impegno politico; ricordo la passione con cui li ha vissuti fino alla fine. Ricordo le nostre discussioni, anche appassionate, non sempre sulla stessa linea. Verso l'ultimo periodo concordavamo su tanti punti”.

Ci sono altre figure significative nella sua vita? 

“Potrei parlare di tante persone, nella mia infanzia, nella mia adolescenza, nel periodo degli studi, prima di Filosofia all’Università di Catania, poi nella mia formazione a Roma. Nel periodo vissuto nella Capitale, mi torna in mente la figura del mio maestro di filosofia all'Università Gregoriana: il padre gesuita O’ Farrell, da cui veramente ho imparato non solo da un punto di vista intellettuale un metodo su come studiare, ma ha appreso dalla sua testimonianza. Da lui ho imparato anche un certo stile. Ricordo che appena ordinato sacerdote andai a trovarlo. Con lui non parlavo soltanto di argomenti filosofici, ma anche della mia vita, così, con molta semplicità. Il mio maestro si è messo in ginocchio davanti a me, e mi ha detto: benedicimi. Quella volta rimasi letteralmente paralizzato per il mio maestro che si era messo in ginocchio davanti a me. Un po’ come la figura bellissima nel Vangelo di Gesù in ginocchio davanti a Pietro e gli altri discepoli. E poi Pietro gli dice: ma tu lavi i piedi a me? Mai! Tu sei il Maestro; tu sei il Signore. Ma potrei veramente parlare di moltissime altre persone che mi hanno dato tanto. Potrei parlare degli studenti: ho insegnato per trent’anni anni allo Studio teologico San Paolo. Ho fatto per nove anni il vicepreside, quindi ho conosciuto tanti studenti e da loro imparato tanto”. 

Il 6 luglio è stata una giornata storica. Segno che nell’aria qualcosa sta cambiando. Ma le grandi cose si realizzano in sinergia. Il suo clero è pronto a costruire con lei una nuova primavera a Lamezia?

“E questo, come diceva una canzone di Battisti, “lo scopriremo solo vivendo”. Se il Signore ci darà la forza e la salute, vedremo insieme di camminare. Il clero deve camminare insieme, così come la chiesa. Ma non pensiamo alla chiesa costituita da vescovo, preti e suore. La Chiesa è un cammino di popolo, quindi è una sensibilità che deve crescere insieme. È quello che Papa Francesco ci dice: questa sinodalità, cioè camminare insieme. Noi dobbiamo saper camminare insieme. Non è facile. Dobbiamo imparare; lo impareremo”.

Lamezia è una città in cui c’è una forte presenza della criminalità. E se monsignor Schillaci dicesse ai mafiosi convertitevi e cambiate vita?

Certamente. È la famosa espressione di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi. È vero: pensare al giudizio di Dio è importante. Dobbiamo saper vivere, non con la paura, con la spada di Damocle sulla testa, ma è un appello alla coscienza di ciascuno. Però io dico anche: convertitevi. Che significa: convertiamoci, perché io non posso dire agli altri convertitevi, se io per primo non mi converto; se non prendo seriamente questo appello, cioè quello della conversione, che non può essere rivolto agli altri se non interpella in primo luogo la mia persona e quindi in questo senso anche il nostro essere Chiesa. L’appello alla conversione deve implicare anzitutto un'esistenza. E un’esistenza che intraprendere strade malavitose, devianze, non può essere un’esistenza realizzata. Quindi, dobbiamo aiutare anche queste persone a capire che la vera vita si realizza in altro: nel bene. E il bene per noi è il Vangelo, è Gesù Cristo. L’esemplarità, per noi cristiani, si chiama Gesù Cristo. Poco fa ha parlato della lavanda dei piedi: Gesù in ginocchio che serve. È l’umiltà di Dio. Questa è l’esemplarità: maggiore umiltà, meno arroganza”. 

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