
Lamezia Terme - Stefania Tramonte ha 38 anni, ha occhi scuri e un sorriso timido. Dal 24 maggio 1991, data che segna la sua tragedia familiare, quel sorriso si è spezzato. Stefania, la seconda delle tre figlie di Francesco Tramonte, netturbino ucciso barbaramente per mano mafiosa insieme al collega Pasquale Cristiano, allora aveva soli 10 anni.
“Giocavo ancora con le bambole – racconta Stefania a Il Lametino.it – dal giorno dopo ero già adulta”. Una crescita bloccata da uno strappo su cui ancora oggi regna l’indifferenza. Ogni anno nel quartiere Miraglia, zona nord di Sambiase, si rinnova l’anniversario di morte, una cerimonia alla quale partecipano le istituzioni e qualche cittadino, in cui si poggia una corona di alloro sulla lapide che porta i nomi dei due netturbini. Poi si rientra a casa. Perché in tutti questi anni è mancato un vero interesse al caso Tramonte – Cristiano.
Stefania Tramonte nel giorno della commemorazione dell'omicidio
“Sono stanca delle solite parate”
“Sono stanca delle solite parate – spiega Stefania Tramonte, oggi madre di due bambini – vorrei sapere chi è il colpevole solo per evitare di stringergli la mano”. N’è convinta la figlia di Francesco Tramonte che, alle 5 del mattino di quel tragico anno, fu colpito da molteplici colpi sparati da un kalashnikov calibro 7,62, e secondo la quale “La politica di allora è stata in quale modo complice”.
Un trauma che Stefania ancora vive in maniera forte. Si evince dalle lacrime improvvise che scendono dai suoi occhi. Dalla voce tratteggiata. Un’assenza presente, la figura paterna, a cui le tre figlie erano particolarmente legate: Francesco era un uomo affettuoso, semplice, serio. Un compito assai difficile anche quello della madre di Stefania, ritrovatasi ad indossare il ‘nero’ in età molto giovane. Diversi però gli umori familiari. In alcuni casi, il dramma è stato sin da subito percepito come un tabù.
“Noi siamo state molto unite – dice ancora Stefania – Antonella (l’altra sorella, ndr) era piccolissima, aveva solo 3 anni e quindi abbiamo dovuto pensare a lei, dapprima facendole realizzare il funerale, poi tenendo vivo il ricordo di papà”.
Stefania ha uno sguardo profondo, sebbene trafitto da un dolore incessante, e quando parla del padre dà la sensazione di averlo ancora accanto. Ci sono diverse fotografie attaccate sul frigorifero nella sua cucina e non passa giorno senza pensare a lui. “Mio padre è sempre presente – continua Stefania – anche mio figlio di 7 anni lo conosce bene”.
Uno dei delitti di matrice mafiosa più feroci, quello dei due netturbini Tramonte e Cristiano. “Furono La Repubblica e altri giornali nazionali, due giorni dopo il duplice omicidio, a mettere tutto subito nero su bianco, – dice ancora Stefania – a chiarire che i due erano completamente estranei a contesti malavitosi”.

L’omicidio nel 1991, l’annus horribilis per Lamezia
Nel 1991, anno dello scioglimento del consiglio comunale di Lamezia Terme, la mafia colpiva due umili e onesti lavoratori, due uomini che si alzavano col buio al mattino per rendere pulita la città. Un delitto che atterrì l’opinione pubblica. Per la prima volta c’era la consapevolezza di una mafia pronta a colpire chiunque, anche degli innocenti, pur di soddisfare i propri interessi. In ballo ci sarebbe stata, infatti, la lotta fra clan per assicurarsi l’appalto della nettezza urbana. Un chiaro segnale al Comune? La raccolta dei rifiuti era stata affidata ad una ditta, ma quel giorno qualcosa andò storto. I due di turno furono sostituiti da Tramonte e Cristiano, dipendenti comunali che solitamente non utilizzavano macchinari e camion.
“A quanto pare uno dei due che era di turno quella mattina era assente perché la moglie incinta aveva le doglie – racconta Stefania – Quello che è certo è che mio padre e Pasquale Cristiano non dovevano trovarsi lì. Non si è voluto arrivare alla verità, gli elementi c’erano, non era complicato. Adesso dopo 27 anni sono morte molte persone che potevano fare luce sulla vicenda”.
Il luogo dell'omicidio nel quartiere Miraglia a Sambiase
Il processo e il mancato ricorso in appello
Riuscì a scampare all’agguato Eugenio Bonaddio, netturbino della ditta. Cominciò anche il processo, si identificò il possibile responsabile in Agostino Isabella che venne poi assolto. Bonaddio, tra l’altro, non riuscì a riconoscerlo.
Poi il mancato processo in Appello a causa di un ritardo nel ricorso da parte del pubblico ministero, ricorso che fu dichiarato inammissibile. Su questo elemento, i familiari delle vittime premono molto e in più occasioni hanno manifestato i loro dubbi.
“Non sono solo tre o quattro politici ad essere stati coinvolti – ripete ancora ferma Stefania – sono sicura che i nomi sono tanti. L’unico che stava riuscendo ad indagare era il Sovrintendente della Polizia di Stato Salvatore Aversa, il quale rivolgendosi a Vincenzo Cristiano, papà di Pasquale, che gridava a gran voce giustizia per il figlio, disse “Vincè ci siamo quasi”, ma poi anche Aversa venne assassinato”.

Ma oggi, chi è Stefania Tramonte? “Ci sono due persone che vivono in me – spiega addentrandosi nel suo dolore – C’è una Stefania finita il 24 maggio 1991 e c’è una Stefania che sopravvive per il resto della sua famiglia”.
Sente il dovere di restare vigile perché la verità non si è stancata di cercarla, e perché il suo dramma è testimonianza. Inoltre, sente forte l’esigenza di trasmettere ai propri figli legalità e giustizia. Ogni tanto ritorna alla sua ombra, le paure sono rimaste. Come il suo sentirsi sospesa, come il non volersi concedere pienamente, il non volersi affezionare, per la paura della perdita o di essere perdita per qualcuno.
“Ho sempre avuto paura che gli altri si affezionassero a me – racconta – e che potessero soffrire se un giorno io non ci fossi più stata”. Ma in merito al pensiero della morte Stefania è tranquilla, ed emerge un tratto interessante e controverso.
L’incontro con il Procuratore Gratteri e la possibilità di riaprire il caso
“Il pensiero della morte mi avvicina a lui – racconta – ma non ho paura, l’amore per i miei figli mi nutre continuamente”. Oltre alla famiglia c’è la fede, altro punto di riferimento importante. La speranza non è mai venuta meno. Per questo motivo i familiari di entrambi i due netturbini hanno chiesto qualche settimana fa di incontrare il Procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri.
Stefania, che in questo periodo dell’anno è sempre particolarmente scossa, ha raccolto tutte le carte e si è presentata all’incontro. “Gli elementi vecchi non servono più – afferma, ripetendo le parole di Gratteri – se riusciamo a lavorare insieme su nuovi elementi riapriremo subito il caso”.

“Viviamo l’ergastolo del dolore”
Stefania Tramonte si avvicina così a un nuovo 24 maggio con la determinazione di chi non si è mai arreso: “Viviamo l’ergastolo del dolore – dice avviandosi alla conclusione – voglio la verità, ma voglio che questa verità vada fino in fondo, non mi interessano solo i nomi dei mandanti, dei mafiosi, non mi interessa se vadano a finire in carcere, loro la vita ormai se la sono goduta in 27 anni, voglio però i nomi di tutti i politici che potevano sapere qualcosa”.
Valeria D'Agostino
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