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di Virna Ciriaco.

Lamezia Terme - Sono passati ben sei anni da quel 18 marzo 2011.  Di cosa stiamo parlando? Semplice. Del decreto di sgombero del campo Rom. Una questione mai risolta quella di località Scordovillo. Una situazione problematica da sempre “scomoda”, la “patata bollente” nonché “croce e delizia” (in termini, quest’ultima, di voti elettorali) della politica lametina. Qualsiasi amministrazione, negli ultimi 40 anni, ha dovuto fare i conti con la problematica dell’accampamento e dei relativi fumi. I titoli dei giornali, scorrendo a ritroso, si equivalgono quasi sempre per argomenti, frasi di circostanza di questo o quel politico di turno ma, di concreto, poco si è fatto. Se non quando, tra maggio e giugno 2011, s’iniziò a spostare qualche unità Rom dalla baraccopoli, con relativo smantellamento dei container. Sembrava, all’epoca, che qualcosa, dopo il decreto di sgombero dell’allora procuratore Vitello, si stesse muovendo davvero. Non più solo parole per rassicurare i cittadini. Infatti, in quel periodo, ci furono proteste sia a Ginepri che a San Pietro Lametino, dove alcune di queste unità furono collocate.

A tali manifestazioni si aggiunsero quelle dei residenti in via della Vittoria perché alcune famiglie, nell’ordine di due, dovevano prender possesso di uno stabile confiscato. Sembrava che lo sgombero fosse incanalato verso una soluzione definitiva. Invece, dopo questo primo periodo di sgomberi non ne seguirono in concreto molti altri. Di sgombero si ritorna a parlare solo nel 2015, quando alcune persone senza casa, o in attesa di assegnazione di casa popolare, occuparono i 28 alloggi in una palazzina di contrada Carrà, sorta grazie a finanziamenti ministeriali, su un bene confiscato alla cosca Torcasio.

Questa struttura doveva infatti essere destinata alle famiglie Rom presenti nel campo, alleggerendo, di fatto, il numero degli occupanti a Scordovillo che si aggira ancora intorno alle 400 unità. Poi, però, tutto sembra essere tornato nell’oblio, nel silenzio. Non ci sono stati, a memoria, altri trasferimenti. Tutto questo tralasciando, ovviamente, i proclami delle scorse elezioni comunali del 2015, in cui nel programma dell’attuale Sindaco campeggiava, tra i punti programmatici pubblicati anche dalla nostra testata, lo “smantellamento” progressivo di Scordovillo nel giro di sei mesi.

Dopo le elezioni, però, i fumi sono ripresi ad avvolgere, con la solita nube densa e tossica, la città, fino ad oggi. Il sindaco Mascaro, nel 2015 ha sporto prima querela e poi chiesto l’intervento dell’esercito per garantire la sicurezza. Per il resto, la situazione è rimasta invariata. Chi abita dalle parti del campo continua, ciclicamente, a dover subire passivamente il fumo tossico emanato dal rogo di rifiuti e copertoni, a due passi da ospedale e scuole. Eppure esiste un decreto di sgombero della Procura di Lamezia da parte dell’allora procuratore Vitello che giace lì, nell’indifferenza, quasi a voler far finta che non esista, o forse sperando in una “prescrizione” passati ormai sei anni. Tanti convegni, tanti progetti, anche di riqualificazione, non hanno condotto a nulla.

E già, perché la politica lametina è così. Da una parte, quando arrivano le elezioni, si sfodera l’ammaliante carta dello smantellamento di Scordovillo e, per i candidati più “temerari”, s’ipotizzano progetti di riqualificazione con meraviglie da libro dei sogni che poi naufragano irrimediabilmente una volta passate le elezioni. Purtroppo la cronaca giudiziaria, da sempre, parla di ben altro: durante le elezioni è già emerso, infatti, come i voti dei Rom possano servire a questo o quel politicante di turno per continuare a galleggiare e “far danni al territorio”. Nel mezzo, consigli comunali “aperti” sulla tematica “Scordovillo”, ed i relativi ciclici fumi. Come se parlar di cose risapute da parte dei politici locali possa condurre a qualche soluzione, o più semplicemente ad un alleggerimento della “coscienza elettorale”. Consigli comunali “aperti” che servono solo a gettare fumo (è proprio il caso di dirlo) negli occhi dei residenti in quella zona e della cittadinanza tutta. Giusto per far vedere che, ogni tanto, tra una seduta sul bilancio e una commemorazione, c’è interesse per la tematica. Ma non basta. Non più. Non è possibile arrivare al 2017 e non attuare interamente il decreto di sgombero del 2011. Una barzelletta. E la gente, ormai, ne è consapevole. Ad ogni nuovo rogo si continuano a lanciare comunicati di circostanza, cambiando i toni a seconda dello schieramento politico, ma poco altro, di concreto, accade.

La politica lametina risulta essere sempre più debole ed inerme nel dare risposte concrete e fattive alla cittadinanza esasperata. Si pensa, forse, che sia sufficiente circuire la popolazione di solite false promesse durante le elezioni per poi, puntualmente, dimenticare gli impegni una volta accomodati beatamente in poltrona. Del resto, tale ragionamento può essere esteso a qualsiasi altra questione che richieda politici di spessore alla guida della città o rappresentanti realmente lungimiranti nelle istituzioni regionali e nazionali. Lo sanno ormai anche le pietre che, purtroppo, Lamezia non ha mai avuto politici realmente validi, salvo rarissime ed isolate eccezioni nel tempo.

E questo si evince anche nello specifico caso della mancata attuazione dello sgombero di Scordovillo a distanza di sei anni, passando dallo smantellamento della Sanità e tanto altro che è scivolato via senza una reale e concreta presa di posizione forte e fattiva da parte della politica di Lamezia, che andasse oltre il semplice convegno di protesta o consiglio comunale aperto pieno di parole, ma vuoto di progettualità ed atti concreti. È grazie a questa politica inetta e parolaia che Lamezia non ha più un suo ruolo centrale come dovrebbe avere la terza città della Calabria in termini di popolazione e seconda per superficie dopo Reggio Calabria.

Una vergogna la cui colpa ricade interamente su una classe politica, tutta, che ha sempre preso voti a destra e sinistra ma, egoisticamente, ha sempre poi pensato ai propri interessi al contrario dei politici presenti, ad esempio, a Cosenza e Catanzaro, che negli anni, nei diversi incarichi ricoperti sia a livello locale che nazionale, hanno sempre sostenuto fortemente (e concretamente) le istanze dei loro territori. Lamezia non è capace di tali forze politiche, probabilmente. Una politica egoista, e con una visione miope della cosa pubblica, ha condotto allo sfascio diversi settori, prima fonte di economia ed anche di qualche eccellenza.

Questa l’amara realtà, cui non servono eventuali repliche indignate. È finito il tempo dei convegni, dei bei consigli comunali “aperti” e sit-in di protesta. Servono politici veri, che sappiano finalmente andare oltre il proprio orticello e siano fautori di atti concreti a favore della popolazione tutta. Per una politica che sia tale, non solo a parole.

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