
Catanzaro – “La tregua è finita: da sabato 1 settembre e per oltre cinque mesi, uccelli e mammiferi presenti sul territorio calabrese, per sopravvivere, dovranno vedersela con un esercito di decine di migliaia di persone armate che li braccheranno e li insidieranno dall’alba la tramonto, per cinque giorni alla settimana (bracconieri a parte) per fucilarli ‘per sport’”. Così in una nota, intervengono dal Wwf Calabria in vista dell’imminente inizio della caccia. “Come al solito la Regione Calabria - proseguono - quanto mai desiderosa di conquistarsi le simpatie dei cacciatori, non si è risparmiata e ha concesso tutto quello che poteva essere concesso, come ad esempio: L’apertura anticipata al 1 settembre, anziché quella alla terza domenica del mese. La chiusura posticipata al 10 febbraio piuttosto che quella consueta al 31 gennaio. I giorni a scelta, con cinque giorni di caccia aperta per settimana, anziché tre giorni fissi. L’inclusione nel calendario venatorio di alcune specie a rischio, piuttosto che la loro salvaguardia. Date di apertura e chiusura a diverse specie in palese contrasto con le linee guida per la stesura dei calendari venatori redatto dall’ISPRA. Anzi, di fronte al parere discorde espresso proprio dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale su molti punti del calendario venatorio, e all’iniziativa dello stesso Ministero dell’Ambiente per tutelare la Tortora, la Regione ha fatto proprie non le osservazioni dell’ente scientifico deputato per legge ad esprimere pareri in materia faunistico venatoria o del Ministero, ma quelle delle associazioni venatorie, come se gli uffici di Germaneto fossero una specie di segreteria delle stesse. Insomma un bel “cadeau” alle doppiette anche per quest’anno, e poco importa se la vigilanza venatoria è praticamente inesistente in tutta le Regione e il bracconaggio locale e “importato” è destinato a imperversare. Alla tutela della famosa “biodiversità della Calabria” basteranno i dépliant pubblicitari, le aule dei convegni e le dichiarazioni altisonanti dei politici di turno”.
Tutti i numeri del cinghiale
In merito alla questione cinghiali affermano: “Un piano di abbattimento che si rispetti dovrebbe partire da una stima il più possibile attendibile della densità di cinghiali presenti (capi/unità territoriale), dalla definizione della densità-obiettivo da raggiungere o, eventualmente, della completa eradicazione della specie dalle zone non vocate, adeguando il piano di anno in anno sulla base delle consistenze stimate e dei risultati conseguiti (andamento dei carnieri). Ebbene, in merito alla presenza del cinghiale (introdotto, ricordiamolo, dalle province con il plauso dei cacciatori a corto di pennuti da sparare e più interessati a più redditizi cosciotti e pappardelle), la Regione ha approvato due piani di abbattimento selettivo, uno per l’annualità 2016/17 e un altro per il 2018 (in corso!) che sono praticamente… identici. Per una specie che è la più mutevole dal punto di vista demografico, si fa un copia-incolla di un piano basato sui dati di quattro anni prima, e lo si ripropone per l’anno successivo. La prova? Il piano di abbattimento 2016/17 (registro dei Decreti dei Dirigenti della Regione n. 9419 del 4/8/2016) prevedeva l’abbattimento di 3375 cinghiali, che è esattamente lo stesso numero previsto per il 2018! (Decreto n.2780 del 3/4/2018). Risultato: su 3375 cinghiali che si dovevano uccidere nel periodo luglio 2016/luglio 2017, ne sono stati abbattuti 384, cioè poco più del 10%”.
“A questo punto la domanda (ri)sorge spontanea – evidenziano dal WWF - se, come sostiene la Regione, tutto è andato liscio come previsto, il numero dei cinghiali si è ridotto e i danni sono stati limitati, perché gli agricoltori continuano a lamentarsi? E se, viceversa, non tutto è andato per il verso previsto, perché si ripropone un anno dopo lo stesso piano fallimentare? Verrebbe dunque da pensare che, visto il numero preciso di cinghiali da eliminare (3375) calcolato per raggiungere una popolazione “accettabile”, la Regione abbia anche calcolato il numero di cinghiali in circolazione, ma in tal caso ognuno è libero di “dare i numeri” (20.000, 100.000, un milione? Vince chi la spara più grossa). E qui scopriamo altre sorprese: prendendo come dato di riferimento il numero dei cinghiali abbattuti in tutta la regione dalle 560 squadre di cinghialai per l’anno 2013/14, pari a 13.500 capi, scopriamo che nel giro di tre anni (stagione 2016/17) il numero si è più che dimezzato (6.059 capi abbattuti)! Se dunque dovessimo fare riferimento alle variazioni annuali dei carnieri, verrebbe da dire che il cinghiale …è in diminuzione! O forse la colpa è della psicosi della tubercolosi che ha indotto molti a crescersi un porcellino domestico pur di avere salsicce e soppressate più “tranquille”? Sia come sia, la stessa Regione Calabria, sulla base dei prelievi effettuati, ha calcolato una densità minima di circa 4,8 cinghiali ogni cento ettari, che è di poco inferiore alla media europea che è di 5 capi /100 ettari (cfr. Linee guida ministeriali per la gestione del cinghiale 2003); per non parlare della densità calcolata da Franco Perco (cacciatore) per gli ambienti mediterranei (da 2-4 a 5-10 (fino a 25) capi per 100 ettari) (cfr. Ungulati, Lorenzini Edit.,1987). Da sottolineare inoltre che per due annate (2014/15 e 2015/16) né le Province, né gli ATC hanno fornito i dati sugli abbattimenti e quindi sull’andamento delle popolazioni. Ma tanto, a che serve? Ormai è un disco incantato, per cui al primo branco di cinghiali avvistato, fotografato e “postato” si continuerà a ripetere che i cinghiali sono in aumento, che siamo invasi dai cinghiali e che bisogna prendere provvedimenti a suon di fucilate, ma non con le catture nei “chiusini”, perché altrimenti il gioco finisce. La Regione continuerà ad accontentare sia i cacciatori, che, oltre a votare, versano ogni anno bei quattrini di tasse, per cui avranno i loro canonici tre mesi di caccia ( tranne a Gennaio, sennò si uccidono le scrofe incinte e viene meno la materia prima) sia i selettori che continueranno a fare il tiro a segno a caccia chiusa. Così ogni volta si farà credere agli agricoltori di aver risolto il problema” dichiara Pino Paolillo dal WWF Calabria.
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