
Lamezia Terme – La casa era ancora addobbata con i fiori del giorno del matrimonio quando si consumò la tragedia nel centro di Lamezia. Era il 13 agosto 1973. Il ricordo di quel dramma è ancora vivo nella memoria dei familiari e di quanti conoscevano quella sfortunata donna: uccisa a coltellate dall’uomo che aveva spostato solo due settimane prima. La casa, dove il suo piccolo di appena 4 anni dormiva in un angolo del letto matrimoniale, fu data alle fiamme. Il suo pianto aveva attirato i poliziotti giunti sul posto che, con coraggio, lo salvarono. Ma, dopo cinque giorni di agonia, è morto nell’ospedale di Messina, dove era stato trasferito dal pronto soccorso lametino a causa delle gravi ustioni sul suo corpicino. “Uccise la moglie e bruciò il figlioletto della donna” è uno dei tanti titoli sulle pagine di cronaca dell’epoca per un dramma che colpì tutta la comunità. A 50 anni di distanza i familiari ricordano Rosa Fazzari, morta a 39 anni e il suo piccoletto Leonardo, avuto quando era nubile. La vita di una donna, madre, moglie e zia stroncata dalla “gelosia morbosa” di quell’uomo che, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti dell’epoca, era uscito dal carcere da poco per un precedente omicidio che aveva commesso e si trovava in libertà vigilata. L’omicida avrebbe poi tentato di suicidarsi ma fu fermato dai poliziotti e arrestato per il duplice delitto ai danni della moglie e del figliastro.
“È ancora vivo il ricordo di mia zia e il mio piccolo cuginetto morti per mano di un folle assassino”, racconta una nipote. Una storia che ha segnato non solo i familiari ma anche vicini, conoscenti e i tanti lametini che appresero del dramma. I familiari ricordano che all’epoca organizzarono anche una raccolta fondi per il trasferimento della salma del piccolo Leonardo per essere seppellito accanto alla sua mamma. Un gesto di solidarietà e vicinanza che ancora oggi commuove. I genitori - raccontano i parenti - per mantenere vivo il ricordo, in occasione della nascita e della morte, si riunivano in preghiera e riflessione per tramandare quella dolorosa e triste vicenda alle generazioni future, per non dimenticare. Una storia, questa, che “ha segnato profondamente la famiglia della donna che ha avuto una vita abbastanza dura”. Un delitto che sarebbe scaturito dalla gelosia. L’uomo dal carcere finì in un centro di salute mentale e fu poi trovato morto nella sua abitazione, dove viveva da solo.
Un femminicidio, quindi, consumato quando ancora il termine non esisteva. Solo nel 2019, si arrivò al provvedimento che più ha inciso nel contrasto alla violenza di genere: la legge n. 69 del 2019 (c.d. Codice rosso), che ha rafforzato le tutele processuali delle vittime di reati violenti, con particolare riferimento ai reati in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere. Una tragedia avvenuta 50 anni fa e che ancora oggi si ripete nei drammi di tante altre donne, vittime di amori malati. Ricordare una storia che ha scosso la città e che oggi vuole essere da monito e riflessione per sostenere e aiutare altre vittime “invisibili” di violenza domestica. Questo l’intento dei familiari che mantengono vivo giorno dopo giorno il ricordo e il coraggio di Rosa e del suo piccolo Leonardo.
Ramona Villella
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