Lamezia, celebrazioni 31esimo anniversario omicidio coniugi Aversa. Vescovo: "Sangue dei giusti sia seme di giustizia"

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Lamezia Terme - Una celebrazione scandita da squilli di tromba, in una Cattedrale gremita di divise eppure immersa nel più assoluto silenzio, ha ricordato alla città il 31esimo anniversario dalla tragica scomparsa del Sovrintendente di polizia Salvatore Aversa e della moglie Lucia Precenzano, trucidati dalla ‘ndrangheta in una via centralissima che oggi porta il loro nome. Un agguato consumato mentre Lamezia si trovava ancora “in un clima di festa”, come è stato ricordato in introduzione dalla rappresentante delle Forze di Polizia, Anna Pucci, che ha ripercorso brevemente la vita del Sovrintendente. Nato a Castrolibero nel 1931 da famiglia contadina, già all’età di 19 anni Aversa esprime il desiderio di arruolarsi nelle Forze dell’Ordine e frequenta la scuola di polizia a Trieste. Dopo il matrimonio con Lucia e la nascita della terza figlia Giulia, trovandosi ancora in servizio al nord ottiene il trasferimento a Nicastro, e diventa subito “un punto di riferimento per la parte sana della cittadinanza”, distinguendosi per il “forte senso dello Stato e della giustizia, e le straordinarie capacità investigative”. Pur rimanendo estremamente schivo e riservato, la sua fama cresce, e il suo impegno, soprattutto nel campo dei rapimenti a scopo estorsivo, finisce per costargli la vita.

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E proprio sul finale tragico eppure vivificante della sua vicenda umana si concentra l’omelia del vescovo Parisi, a presiedere la celebrazione alla presenza dei figli delle vittime e delle autorità civili, militari, giudiziarie. “Aveva pensato, Salvatore Aversa, di dover arrivare al massimo sacrificio, ‘usque ad effusionem sanguinis’?” esordisce Parisi. “Purtroppo, è qualcosa che può accadere quando si sceglie di lavorare in un contesto sociale e culture dal quale è necessario estirpare piante malvagie che lo infestano. Accade soprattutto se con la propria azione si riesce a incidere profondamente, a cambiare una mentalità”. Quindi il riferimento alla Scrittura, la I Lettera di San Giovanni apostolo, nella quale si legge che “Chi non pratica la Giustizia non è da Dio, e nemmeno chi non ama il fratello”, e il richiamo ad un concetto di giustizia che “non sia pedissequa osservanza della norma, ma la interpreti sulla base della legge dell’Amore, pur senza violarla. Quando un uomo muore è sempre una sconfitta, certo”, conclude Parisi, “ma può essere anche una pista d’apertura verso una vittoria possibile. Aversa ha reso nuovamente fertile il terreno di questa città, con la cura, il lavoro di trasformazione della mentalità, la ha riumanizzata. La sua morte è stata seme di speranza nuova, traduzione della giustizia nell’Amore. Perché come il sangue dei martiri genera nuovi cristiani, il sangue dei giusti è seme di giustizia”.

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A concludere la celebrazione, dopo un momento di silenzio per i caduti nell’adempimento del dovere e la Preghiera del poliziotto, il discorso del Vicario del Questore di Catanzaro Renato Panvino, che non ha mancato di sottolineare come la morte di Aversa sia “una ferita ancora aperta per tutti”, ricordandolo come “pioniere dell’investigazione, capace di capire ciò che nessuno aveva ancora capito, ovvero che la criminalità organizzata parte dalla manovalanza e finisce alla mafia imprenditrice. La sua morte è stata un attacco frontale allo Stato, come quella di sua moglie Lucia, che lottava attraverso la cultura, per diffondere la mentalità della legalità”. L’anniversario si è concluso come sempre con la cerimonia di deposizione di una corona di fiori presso la stele in ricordo dei coniugi Aversa alla presenza delle autorità.

Giulia De Sensi

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