
Lamezia Terme - Un inverno secco e una stagione calda precoce e con alte temperature alternate a piogge e vento: sembrano difficili le prospettive per la produzione agricola di quest’anno, anche sul nostro territorio. Lo conferma l’avvocato Mariacristina Mazzei, presidente della condotta Slow Food di Lamezia Terme, anticipando le direttive nazionali dell’organizzazioni rispetto al problema cogente dei cambiamenti climatici. “In generale, la crisi climatica in atto sta soprattutto compromettendo le produzioni e le colture intensive, sia erbacee che arboree”, spiega Mazzei, “ma anche le coltivazioni più rustiche e tradizionali, come l'ulivo e la vite che sono colture non irrigue, cioè coltivate in asciutto, come abbiamo visto negli ultimi anni, vengono colpite negativamente. In Calabria, abbiamo fondamentali comparti agricoli in ginocchio: accanto ai danni del settore olivicolo e vitivinicolo, si pensi al finocchio IGP di Crotone che è stato colpito gravemente dalla carenza idrica o ai castagneti che sono stati colpiti gravemente dagli incendi che hanno devastato le nostre aree interne”.
Mariacristina Mazzei, presidente della-condotta Slow Food di Lamezia Terme
Ma quanto il clima, a livello territoriale e non solo, sta incidendo sulla produzione? “A livello planetario”, continua la presidente, “è ormai acclarato che è in atto un cambiamento climatico considerevole che sta fortemente incidendo sulle produzioni agricole, strettamente legate agli andamenti climatici soprattutto in alcune fasi delicate come la fioritura e l'allegagione, che è la importantissima fase in cui dal fiore si forma il piccolo frutto. I ritorni di freddo e le gelate tardive spesso compromettono la produzione. Così come anche l'eccessivo caldo estivo, insieme alla mancanza di pioggia, compromettono interi raccolti. Nella nostra regione, al problema della mancanza di acqua si aggiunge il gravissimo fenomeno degli incendi, che stanno distruggendo interi ecosistemi”. Chiaramente tutto questo avrà dei risvolti sui prezzi di mercato dei prodotti.
“Stiamo assistendo da lungo periodo ad un aumento incontrollato dei prezzi, soprattutto all'ingrosso”, conferma Mazzei, “Ma, come già in olivicoltura, è un aumento dei prezzi che corrisponde a scarsità di prodotto e non purtroppo ad un aumento della qualità”. Evidente la necessità di prendere delle contromisure. “Sul piano scientifico” spiega Mazzei chiarendo gli obiettivi di Slow Food, “tra le varie contromisure su cui si sta lavorando per riuscire a garantire la continuità delle produzioni e risolvere i problemi determinati dalla crisi climatica, si sta ragionando di adottare nuove tecniche colturali e di ripristinare alcune tecniche colturali tradizionali. Ad esempio, si analizza la necessità di irrigare gli uliveti ed i vigneti, o di adottare tecniche di innovazione tecnologica, con monitoraggi tramite ad esempio i droni, proprio al fine di garantire quella che è la produzione di frutta e verdura, ma anche di cereali e colture erbacee. Si tratta però di tecniche che non sono sostenibili economicamente per i produttori; e ci si vedrà costretti, ad un certo punto, anche ad importare delle colture. Questo cambiamento climatico sta già comportando che si utilizzino nuove colture, come ad esempio quelle tropicali che, dall'avocado al mango all'annona alla papaya, in Sicilia ed ormai anche in Calabria vengono già coltivate".
"In linea generale, dunque, ci si affida al cambio delle coltivazioni e all'avvento delle innovazioni tecnologiche a supporto dell'agricoltore. Per noi di Slow Food, tuttavia, le contromisure in atto non sono sufficienti e siamo già troppo avanti per risolvere alcuni dei problemi causati dai cambiamenti climatici in corso, in ragione dei quali ci vorrà lungo tempo per tornare ad una condizione positiva. La via più breve ed efficace per risolvere le problematiche che la crisi climatica comporta sulla produzione di cibo è un'altra e parte dalla base, dal consumatore – che è co-produttore lui stesso – attraverso le sue scelte consapevoli. Bisogna che i consumatori co-produttori facciano una inversione di marcia e riducano il consumo alimentare, per evitare lo spreco di prodotto. Se pensiamo che la produzione di cibo, soprattutto intensiva, provoca da sola il 35% delle emissioni di co2 nell'atmosfera, è presto detto che riducendo il consumo di cibo pro capite, la crisi climatica ne trarrebbe beneficio diretto ed immediato. Il consumatore co-produttore deve modificare le sue scelte alimentari, scegliendo consapevolmente di nutrirsi con cibo proveniente da produzioni non intensive, a filiera corta, adatto alla stagione in corso, tipico della biodiversità locale più che possibile: i nostri prodotti territoriali, che si succedono secondo le stagioni, sono perfettamente adatti a garantire tutti i migliori nutrienti per il nostro organismo. Che si parta dalle scelte domestiche di ogni giorno nelle famiglie, per i bambini, comprando ciò che di meglio offre il mercato locale ed evitando la ipernutrizione e lo spreco di cibo nelle nostre case e nella nostra vita quotidiana. Questa è la prima e più efficace ricetta per risolvere la crisi climatica”.
Giulia De Sensi
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