Da Lamezia agli Stati Uniti: la storia di Ilaria Domenicano che oggi lavora alla ricerca di un vaccino anti-coronavirus

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Lamezia Terme - Sulla costa pacifica degli Stati Uniti, a 9 ore di differenza dall'Italia, una giovane lametina sta lavorando duramente, insieme ai suoi colleghi, per riuscire a trovare un vaccino anti-coronavirus. Si chiama Ilaria Domenicano, ha 32 anni ed è nata e cresciuta a Lamezia Terme. La sua passione per i numeri l’ha portata prima a Roma, dove si è laureata, e poi a Helsinki, Boston e New Haven. Nonostante la distanza non le è mai mancato l’appoggio della sua famiglia che l’ha sempre sostenuta e lasciata libera di inseguire i suoi sogni. Anche se per realizzarli è dovuta andare dall’altra parte del mondo. L’impegno per la ricerca e per la statistica non le bastavano. Ilaria guardava già oltre. Pensava a come la sua passione e le conoscenze accumulate negli anni di studio potessero essere applicate per migliorare la vita delle persone. Così, ha scoperto la biostatistica. In America ha trovato anche l’amore della sua vita e sogna di tornare in Europa e anche di intraprendere una collaborazione con l’Italia. È grata al suo Paese di origine per quello che le ha dato e invita gli italiani a riflettere sulla fortuna di avere un sistema sanitario pubblico. Ilaria ha raccontato a il Lametino.it la sua storia e i suoi progetti futuri. Importante anche la sua opinione sulla sanità, tema più che mai caldo in Italia e soprattutto in Calabria.

Qual è stato il tuo percorso di studi e come è nata la tua passione per i numeri?

“Mi è sempre piaciuta la matematica, fin da bambina. Mi sono iscritta al liceo Scientifico di Lamezia. All’università ho studiato Statistica ed Economia a ‘La Sapienza’ di Roma. Dopo aver concluso la Triennale ho continuato la Magistrale in Scienze statistiche e decisionali. Durante il periodo della specialistica ho vinto una borsa di studio e ho così approfondito il mio percorso di studi a Helsinki per sei mesi. Una volta tornata in Italia, mi sono laureata con il massimo dei voti e la lode. Vista la mia passione per la ricerca ho deciso di iscrivermi, sempre a Roma, a un dottorato. Durante questo periodo ho fatto un colloquio per continuare le mie ricerche in campo biostatistico con dei professori dell’Università di Harward di Boston. Fortunatamente è andato bene. Nel settembre 2015 sono partita per Boston. Questa è stata la mia prima esperienza negli Stati Uniti. Ero partita con l’idea di restare un annetto, invece, 5 anni dopo, sono ancora qui. Ho condotto la mia ricerca per circa due anni e mezzo nell’Istituto di ricerca e cura del cancro a Boston, il ‘Dana-Farber Cancer Institute’. Tornata in Italia ho poi discusso la mia tesi di Dottorato (presentando quello che è stato il mio lavoro condotto a Boston) per poi ripartire per gli Stati Uniti e lavorare all’Università di Yale dove sono tuttora e anche per il ‘dipartimento dei veterani’ del Governo degli Stati Uniti”.

In particolare, di cosa ti occupi?

“Mi occupo di sperimentazioni cliniche. In pratica uso la matematica e la statistica per determinare quale sia la terapia più adeguata al fine di curare una specifica patologia. In passato mi sono occupata di tumore polmonare, mentre attualmente con il ‘dipartimento dei veterani’ (persone che tornano dalla guerra) mi occupo di salute mentale e malattie come ansia, schizofrenia e depressione. Mi occupo sempre di oncologia anche se ora la mia ricerca si focalizza di più sul tumore al seno e dell’utero. Inoltre, visto che il ‘dipartimento dei veterani’ si occupa principalmente di uomini, io focalizzo gran parte della mia ricerca sui bisogni delle donne su quelle che sono le attività di screening e problematiche quali molestie o stupri durante la vita militare delle donne e come queste si collegano a quelle che sono poi le insorgenze di malattie mentali per queste donne veterane che tornano dalla guerra”.

Cosa ti ha spinta a studiare Biostatistica?

“Sono sempre stata interessata alla matematica e ai numeri. Quando ho deciso di studiare statistica è stata una scelta basata sui miei interessi, su quello che trovavo e trovo tutt’ora entusiasmante. Non ci si annoia mai, ogni giorno imparo qualcosa di diverso. Questa è stata la scelta di una studentessa di 20 anni. Crescendo, mi sono trovata a pensare se quello che facevo e quelli che erano i miei interessi e le mie capacità potessero essere applicate per migliorare la vita delle persone intorno a me. Se in qualche modo potessi avere un impatto positivo sulla società e come potevo trasferire le mie conoscenze e la mia passione per la statistica alla vita di tutti i giorni. E il mio interesse è ricaduto sull’ambito medico. Anche perché in famiglia ci sono stati vari episodi che mi hanno portata a dire: ‘cosa posso fare io in una situazione del genere?’. Ho sempre letto molto e quindi ho iniziato a fare le mie ricerche ed è così che ho scoperto l’esistenza della biostatistica: l’applicazione della statistica in campo medico. In quel momento ho deciso di completare statistica ed economia, laurearmi alla triennale e intraprendere poi un percorso di studi più orientato alla biostatistica”.

Dall’Università di Helsinki a Yale, quanto è stata importante la formazione all'estero nella tua carriera professionale?

“All’università italiana devo tanto. L’esperienza all’estero mi ha aiutato a capire quanto siano solide le basi fornite dall’università italiana. Non credo avrei potuto fare quello che faccio se non avessi avuto gli insegnamenti metodologici, teorici che mi sono stati dati in Italia. Questo gli va riconosciuto. A livello statistico, abbiamo un approccio metodologico, teorico dei problemi che qui sono un po’ trascurati. Dall’altra parte, quello che ho appreso ad Helsinki, Boston e anche qui a Yale, è un approccio molto più pratico alle cose. Quello che manca all’università italiana è soprattutto il concetto di multidisciplinarità. Qui c’è un problema e si vede la collaborazione di più persone, da più ambiti. Io mi trovo tutti i giorni a relazionarmi con Product manager, dottori e infermieri. È veramente un lavoro di gruppo. Mi rendo conto che per avere una sperimentazione clinica che funzioni bene quello che si deve fare è lavorare in gruppo: il prodotto finale non è quello del singolo ma di più forze che interagiscono. E questa cosa un po’ mi mancava ed è ciò che mi ha spinto, durante il dottorato, a cercare esperienze all’estero. In Italia ero io, con il mio computer, a lavorare da sola. La sperimentazione clinica era solo una vaga idea nella mia mente. Non mi ero mai relazionata con medici o con un gruppo di lavoro. All’estero mi sono formata da un punto di vista multidisciplinare e mi ha aiutata a capire quanto vale il lavoro delle persone intorno a noi. Nessuno dovrebbe reputare il proprio lavoro più importante di quello degli altri. Le cose funzionano soltanto se ognuno porta il proprio background e le proprie conosce, le condivide con gli altri e si lavora insieme”.

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Pensi mai di ritornare nel tuo Paese di origine e lavorare in Italia?

“Sì, ci penso tutti i giorni. Quando sono venuta a Boston ero partita con l’intenzione di restare un anno in America, imparare il più possibile, capire come funziona la ricerca e tornare in Italia per portare quello che avevo imparato. Che è quello che ho fatto poi ad Helsinki, arricchirmi e portare quello che ho imparato nel mio Paese.  Ma le cose non vanno mai come pianificate… mentre ero qui ho conosciuto quello che è oggi mio marito. Mi sono innamorata e i miei piani sono cambiati. Il nostro progetto è quello di tornare in Europa. Un po’ il compromesso tra il non poter tornare in Italia e allo stesso tempo il non stare troppo lontano dalla famiglia. Mio marito è cresciuto in America, non parla italiano per quanto io provi a fargli lezioni. O meglio, faccio più lezioni di dialetto calabrese che di italiano (ride ndr). Ma comunque sarebbe troppo difficile per noi trovare lavoro in Italia. Speriamo, quindi, di tornare in Europa, fra due o tre anni”.

Parliamo del Covid-19, come stai affrontando l'emergenza sanitaria in America? Com'è cambiata la tua vita, anche lavorativa, negli Stati Uniti durante il coronavirus?

“Sto lavorando da remoto, da casa. Non vado in ufficio da marzo. E, considerando i dati degli Stati Uniti, penso che sarà così per il resto dell’anno se non di più. Il mio lavoro si è triplicato. Insieme a tutte le sperimentazioni cliniche che stavamo conducendo prima, ci sono anche le nuove. Stiamo lavorando veramente duro per riuscire a trovare un vaccino, una cura per il coronavirus e ci sono tante sperimentazioni cliniche. Con i miei colleghi stiamo cercando di fare il possibile. Ma non ci dobbiamo dimenticare che ci sono tante altre persone affette da tante altre patologie e che purtroppo, nonostante ci sia il coronavirus, continuano ad averle e ad aspettare una cura. Quindi, ci sono queste due necessità allo stesso momento che in qualche modo devono essere soddisfatte. Dunque, insieme alla ricerca che sto conducendo per il coronavirus, c’è anche il lavoro precedente per far sì che tutte le risorse investite prima del virus non vadano sprecate. È difficile far sì che le sperimentazioni cliniche iniziate precedentemente continuino a essere attive o condotte in maniera etica. Questa è una grande sfida che stiamo affrontando e stiamo facendo il possibile affinché tutto continui a procedere per il meglio mantenendo gli standard che avevamo anche prima del coronavirus”.

Quali sono, a tuo avviso, i deficit della sanità in Italia?

“Ci tengo a sottolineare quanto siamo fortunati noi italiani ad avere un sistema sanitario pubblico. E molte volte tendiamo a darlo per scontato. Penso che la salute sia un diritto e che tutte le persone abbiano il diritto di avere assistenza sanitaria qualora ne necessitino. Il punto è che in realtà non è così scontato come noi pensiamo. Per esempio, negli Stati Uniti è privata. Tocca avere un’assicurazione sanitaria che arriva a costare tra i 700 e i 1000 dollari al mese. Senza, non hai accesso a nessun tipo di cura, assistenza o medicine. Se sei malato e non ti puoi permettere le cure, lo Stato non se ne fa carico. È assurdo pensare che se stai male e non hai l’assicurazione e ti serve un’ambulanza che da casa ti porti all’ospedale, solo questo servizio ti costa mille dollari. Inviterei a riflettere su quanto siamo fortunati ad avere un sistema sanitario che in un certo senso si prenda cura di noi. Da un punto di vista filosofico, etico e morale penso che la sanità italiana sia veramente un passo avanti a tutti. Lo stare male e andare direttamente in ospedale e sapere che non devi fare nient’altro è una fortuna che non tutti hanno. È chiaro anche che ci siano dei deficit. Io individuo due maggiori problemi nella sanità italiana. Il primo è il fatto che non ci siano abbastanza risorse e che molte volte quando si vuole tagliare sui costi, in Italia, si tende a farlo su istruzione e sanità. Ci troviamo a sovvenzionare un diritto pubblico con veramente una piccola porzione di risorse: economiche e di personale. Lo vedo ora con mio fratello, infermiere, che sta facendo doppi turni per riuscire a coprire le giornate in ospedale. Altro problema: quelle poche risorse che ci sono, vengono mal gestite. Penso manchi un piano di gestione delle risorse e di come queste debbano essere implementate”.

Qual è il rapporto con la tua terra, prevale la malinconia o l'orgoglio dell'emancipazione?

“La mia terra mi manca tutti i giorni. E me la porto con me: anche sulla tavola. Mi mancano i colori, i profumi, l’odore del mare, i vari paesaggi. Ma quando penso alla mia terra penso soprattutto alla mia famiglia. Loro sono molto orgogliosi di me e devo dire che se non fosse stato per loro questi piccoli traguardi raggiunti non sarebbero stati possibili. Penso che abbiano fatto e continuino a fare per me il possibile e l’impossibile. C’è una cosa che dico sempre, (dice con la voce rotta dall’emozione pensando alla sua famiglia ndr) una cosa in cui credo vivamente: in realtà è vero che io ci ho messo tutta la testa e l’impegno per lo studio ma sono fermamente convinta che il cuore ce l’hanno messo loro. Mi hanno sempre spronata. Hanno sempre fatto il possibile per far sì che io vivessi queste esperienze. Penso che il dono più grande che mi abbiano potuto fare, oltre a un supporto economico, è che mi hanno supportato da un punto di vista emotivo. Io sento mia mamma tutti i giorni e tra l'altro quando la chiamata non arriva all’orario prestabilito inizio pure a preoccuparmi e mi arrabbio se non mi chiama. Loro continuano a supportarmi a distanza. E poi mi hanno lasciata libera: nel momento in cui io avevo questa voglia di imparare per poter avere un impatto sulla società. Loro non mi hanno mai detto: no, stai a casa. Hanno sempre detto: va bene, facci sapere cosa ti serve”.

 Sogni per il futuro?

“A breve mi trasferirò in California per iniziare un nuovo lavoro. Lavorerò full time per il Governo degli Stati Uniti e salirò di grado come ricercatrice. Questo mi permetterà non solo di lavorare alle sperimentazioni cliniche (che sto facendo ora), ma anche di pianificare e gestire le sperimentazioni cliniche per il Governo. Svolgerò un ruolo più impegnativo ma credo anche che questo sia il momento giusto per lo step successivo e iniziare ad assumermi più responsabilità. Altro sogno che vorrei condividere con voi, quello di poter iniziare una collaborazione con delle persone in Italia. Lo troverei veramente gratificante e la vivrei come una vittoria. Perché l’Italia mia ha dato tanto.  Come ho detto prima, l’università italiana ha giocato un ruolo fondamentale in quella che è stata la mia carriera professionale. Sia per quello che ho imparato ma anche per le varie borse di studio vinte. È stato un modo in cui il governo italiano ha supportato quella che è stata la mia formazione. Tante persone hanno investito in me fin da subito e ci hanno creduto. Mi viene da pensare alla maestra di matematica delle elementari, Franca. Lì, è nata la mia passione. Lei trovava sempre nuove canzoncine, nuovi giochi con i numeri: vedeva in me l’entusiasmo e si sentiva in dovere di soddisfare la mia voglia di conoscenza. Ma penso anche ai miei professori all’università, in particolar modo alla mia Advisor nella tesi magistrale che ha speso ore e ore accanto a me a cercare di trasmettermi tutte le sue conoscenze. Nella mia terra ci sono tante persone che mi hanno supportata e che continuano a farlo anche ora e che in qualche modo stanno investendo in me. Ovviamente anche la mia famiglia. Poter iniziare una collaborazione con l’Italia sarebbe il tassello che manca e anche un modo per restituire, seppur in una piccola parte, quello che l’Italia mi ha dato nel corso degli anni”.

Ramona Villella

3Ilaria-Domenicano-alluniversita'-di-Yale-le-foto-sono-di-Giorgia-Schena.jpgIlaria Domenicano all'università di Yale (le foto sono di Giorgia Schena)

 

 

 

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