Lamezia, prima messa in Cattedrale del neosacerdote 27enne don Francesco Barberio

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Lamezia Terme - Ѐ stato accolto da applausi ripetuti l’ingresso in Cattedrale di don Francesco Barberio, neosacerdote 27enne ordinato a Roma il 29 aprile con altri dieci giovani confratelli, che per la prima volta ha presieduto a Lamezia, sua città natale, una messa da presbitero.

La liturgia, cui era presente una delegazione romana, accolta dai saluti del parroco don Carlo Cittadino, è stata concelebrata dal padre spirituale di don Barberio, don Renzo Chiesa, e dal parroco della chiesa romana di San Leone I, don Michele Caiafa, dove don Barberio presterà servizio. A tenere l’omelia, incentrata sul Vangelo di Giovanni, il Vicerettore del Pontificio Seminario Romano Maggiore, don Paolo D’Argenio. “Gesù aveva descritto la resurrezione ancor prima che gli apostoli ci credessero, parlando loro di una dimora preparato per ciascuno di noi. Aveva voluto dire: non lasciate che la croce vi turbi perché io vado a prepararvi un posto, una dimora a porte aperte, perché la Misericordia del Signore è grande. In realtà non è così importante dove ma con chi si sta: se cerchiamo la presenza di Gesù il gioco è fatto. Infatti, mentre ci aspetta nella dimora che ha preparato, lui viene ad abitare dentro di noi. Anche tu, Francesco, hai una vocazione che ti ha portato a trovare un’altra dimora a Roma dove il Signore ti ha chiamato, e ne avrai probabilmente molte altre: che tu possa abitare tutte le dimore che il Signore ti ha preparato, di luogo in luogo, ma sentendoti sempre a casa. Non smettere mai cercarlo e di farlo dimorare dentro di te”. Qui un richiamo alle fragilità umane proprie di tutti, “ma care al Signore più delle norte dimostrazioni di forza” e l’invito ad affidarsi a Maria “il sostegno degli apostoli”, e di “non aver paura di rivolgerti anche alla tua mamma che è in Cielo, e che ti ha accompagnato fino a qui”. Presente alla celebrazione anche il Vescovo Parisi, insegnante di Ebraico di don Barberio al Seminario di Catanzaro, che ha voluto rivolgergli un augurio. “Ti auguro, come gli apostoli, di dedicarti alla preghiera e all’annuncio della Parola, guardando alle necessità del popolo di Dio, con spirito di servizio, facendo offerta della tua vita, lasciando entrare il Verbo nella carne e nella storia dell’umanità, perché possa rinascere con la forza del Vangelo. Vorrei che tu fossi tenero e fecondo, tanto da suscitare le stesse domande che Gesù suscitò negli apostoli, e che gli diedero la possibilità di rispondere: Io sono la Via, la Verità e la Vita. Che tu possa raccogliere tutte le domande dell’umanità che colgono il senso dell’esistenza, che è Cristo: suscitare le domande e poi far parlare il Signore, che infatti risponde a Filippo: Chi ha visto me ha visto il Padre. Che attraverso di te gli altri possano scoprire il volto tenero e misericordioso del Padre, dentro la concretezza del Figlio che si dona”.

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Un discorso maturo, denso di gioia e di rendimento di Grazia quello finale di don Francesco Barberio, che si è definito “un frutto di questa terra, un vostro figlio. Una terra che tendiamo a considerare sterile, così come abbiamo paura che siano sterili le nostre realtà sociali ed ecclesiali. Ognuno di noi chiede insistentemente di essere generativo, perché altrimenti si muore: non c’è futuro. Oggi rendiamo grazie a Dio per aver reso questa terra feconda. Ma io non sono qui a causa di un mio merito, ma solo per volontà di Dio. E desidero ringraziare alcune realtà che hanno reso questo possibile”. Tantissimi i ringraziamenti profusi da don Barberio: al Gruppo Scout Lamezia 1, frequentato da adolescente; agli ospiti romani, particolarmente al suo formatore del seminario don D’Argenio, al padre spirituale don Chiesa e al parroco don Caiafa, con cui collabora “facendo squadra” in una parrocchia che numerose presenze operose di suore e fedeli “rendono casa”; ai compagni di scuola e di seminario; a Monsignor Cantafora “per la paternità con la quale mi ha accolto”, a Monsignor Schillaci “per la presenza gentile”, a Monsignor Parisi, “il mio insegnante” e a tutti i confratelli sacerdoti lametini; infine alla famiglia , particolarmente alla nonna,  e “a tutti coloro che non sono qui precisamente per me, ma che si legano all’esperienza che ha radice fra i letti del Ciaccio, dove una perdita che poteva essere sterile è stata feconda”, con un riferimento alle persone vicine alla figura materna, scomparsa prematuramente, in particolare alle comunità di Castiglione, Falerna e di Vena, e all’ACMO (Associazione Calabrese Malati Oncologici).

Giulia De Sensi

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