
Roma - "Non lasciare ombre attorno alla morte di Denise Cosco, la figlia della testimone di giustizia Lea Garofalo che pagò con la vita la scelta di ribellarsi alla 'ndrangheta". Gli inquirenti sono al lavoro per ricostruire con esattezza quello che è accaduto domenica scorsa nell'abitazione di Ariccia, alle porte di Roma, da cui la trentacinquenne si sarebbe lanciata nel vuoto. Nessuna lettera, nessun messaggio. Un volo di alcuni metri che si è rivelato fatale per Denise, deceduta in ospedale dopo quattro giorni. La Procura di Velletri, dopo un sopralluogo a cui hanno preso parte i carabinieri, ha posto sotto sequestro l'abitazione e un secondo cellulare che verrà analizzato assieme a un altro della donna.
L'obiettivo è ricostruire i suoi ultimi contatti. Anche in casa verranno effettuati ulteriori rilievi. I pm - che procedono contro ignoti - all'inizio della prossima settimana ascolteranno, inoltre, il compagno di Denise che era l'unico presente nell'appartamento al momento della tragedia. Come da prassi il fascicolo è stato aperto per istigazione al suicidio. Una fattispecie che rende possibile una serie di accertamenti oltre all'autopsia che è stata svolta venerdì.
La vita di Denise è stata inevitabilmente segnata dalla vicenda della madre
Lea Garofalo aveva deciso di sfidare la 'ndrangheta collaborando con i magistrati e per questo uccisa nel 2009. A toglierle la vita l'ex compagno e padre di Denise, Carlo Cosco, con altri complici della cosca calabrese. Il marito aveva organizzato un piano convincendola a lasciare il programma di protezione a cui era sottoposta assieme alla figlia allora adolescente.
Lea venne attirata a Milano con un inganno e li ammazzata, bruciata e fatta pezzi non lontano da Monza. Anche con l'aiuto di Don Luigi Ciotti e della nuova 'famiglia' rappresentata da Libera, Denise è riuscita a reagire. Ai funerali della mamma, organizzati da Palazzo Marino nel 2013 in piazza Beccaria, lei c'era. Li ha seguiti dietro una finestra, senza esporsi, ma con un altoparlante ha celebrato ancora una volta la "forza" della madre Lea, che lei aveva raccolto e fatto sua.
"Se è successo tutto questo - aveva detto - è solo per il mio bene e non smetterò mai di ringraziarti". È rimasta sotto protezione fino al 2018, poi ha cambiato nome, identità, ha ottenuto un lavoro, ha vissuto in una località segreta, con un bimbo che oggi ha quasi 4 anni, sempre sotto la tutela del Servizio centrale di protezione della polizia. A ricordarla è stato oggi il presidente dell'Anm Giuseppe Tango che, aprendo la riunione del Comitato direttivo centrale dell'Associazione nazionale dei magistrati, ha parlato di una "vicenda dolorosa" che "impone riflessioni profonde su temi che negli ultimi anni non hanno forse ricevuto la giusta attenzione: le sofferenze che attraversano i testimoni di giustizia e gli ulteriori possibili strumenti di sostegno".
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