
Nelle note seguenti si cercherà di indicare gli aspetti più significativi dei mutamenti politici verificatisi nella Regione in seguito al cambio della maggioranza parlamentare alla Camera dei Deputai, si ricordi che nel Regno d’Italia il Senato era di nomina reggia e non eletto. Inizialmente si delineerà una sintesi dei successi conseguiti dalla Destra Storica e contestualmente se ne evidenzieranno i limiti nell’affrontare e nel tentare di risolvere i problemi più gravi ed atavici della società italiana di allora che erano rimasti irrisolti da secoli. Nel brano successivo si ha una breve ma significativa sintesi della situazione politica del periodo storico preso in esame: “La Destra aveva sempre la tendenza a dissolversi in gruppi regionali. Un elemento dissidente era costituito dalla <<permanente>> piemontese, che si era staccata dopo il trasferimento della capitale da Torino a Firenze e che non aveva mai dato da allora in poi più di un appoggio assai tiepido. Un altro gruppo ribelle, più numeroso e più scontento, era rappresentato da quei gruppi meridionali delusi del continuo aumento del carico tributario e dagli scarsi benefici economici che l’unificazione aveva portato al Mezzogiorno. Un gruppo toscano guidato dal Peruzzi ebbe un ulteriore motivo d’insoddisfazione in seguito al trasporto della capitale a Roma, e chiedeva compensi per i molti speculatori fiorentini che ne erano stati danneggiati […] Nonostante tutte queste recriminazioni, gli statisti della Destra, la cui permanenza al potere stava ora volgendo al termine, avevano stabilito un luminoso esempio di patriottismo e di abilità politica […] La Destra aveva al suo attivo numerose realizzazioni: l’annessione di Venezia e di Roma aveva completato l’unificazione del regno; la rivoluzione agricola e industriale aveva avuto inizio; nel giro di quindici anni le entrate erano state triplicate e nel 1876 fu finalmente raggiunto il pareggio formale del bilancio. In contrasto con queste realizzazioni deve porsi il fatto che il paese sosteneva il più pesante onere tributario in Europa, un onere che d’altra parte ci si preoccupava poco di far andare a beneficio del benessere economico generale.
La maggior parte dei beni demaniali ed ecclesiastici erano ormai venduti, e ciononostante si era accumulato un ingente debito pubblico che distoglieva somme sempre maggiori dall’industria e dalle opere di trasformazione fondiaria […] Nel 1875 Depretis, che era succeduto a Rattazzi come capo della Sinistra costituzionale, espose un programma accentuatamente riformatore in un famoso discorso tenuto a Stradella [Comune in Provincia di Pavia, N.d.R. ] Fra le altre cose egli proclamò di essere in favore dell’istruzione elementare obbligatoria e gratuita, dell’estensione del suffragio, della decentralizzazione amministrativa e di maggiori autonomie locali” (Denis Mack Smith, Storia D’Italia dal 1861 al 1969, Euroclub su licenza della Casa Editrice Laterza, Roma –Bari, 1979, pp. 155-162). Nel passo seguente vengono evidenziate le differenze apportate nella vita politica calabrese dal cambiamento della maggioranza parlamentare dalla Destra Storica alla Sinistra: “La legge elettorale, al contrario dei plebisciti ai quali erano stati ammessi, sulla base di liste compilate generalmente sugli stati d’anime delle parrocchie, i cittadini maschi con 21 anni d’età e con il godimento dei diritti civili, stabiliva, viceversa, che per esercitare il diritto di voto bisognava avere i seguenti requisiti: essere cittadino italiano, di sesso maschile, avere compiuto i 25 anni d’età, sapere leggere e scrivere e pagare imposte dirette per somme varianti secondo l’attività esercitata e secondo le regioni. Rimasta in vigore fino al 1882, essa, nel consentire solo alla ricca e media borghesia di partecipare alla vita politica, favoriva, infatti, determinate classi sociali, attenendosi così ad una pura e semplice difesa dei privilegi delle diverse gradazioni esistenti nel partito liberale. In seguito a questa legge che privilegiava l’elemento censitario [In altri termini: il reddito, N. d. R.] e le capacità individuali, circoscrivendo entro limiti angusti l’area del consenso nel paese e penalizzando le minoranze a beneficio dello schieramento costituzionale, il numero degli elettori in tutta Italia era, nel 1861, di 418.696, pari all’1,9% della popolazione. In Calabria su una popolazione di 1.140.396 abitanti, godevano del diritto di prendere parte alle elezioni 21.434 cittadini. La percentuale dell’elettorato calabrese, rispetto alla popolazione, (1,9%) risultava uguale alla media nazionale, quasi a testimoniare che la ricchezza era pressoché uniforme in tutto il paese [...] La nuova riforma del suffragio allargato [ Fu approvata nel 1882, N.d.R.] con collegi plurinominali, venuta alla luce dopo estenuanti trattative e battaglie parlamentari, riducendo i requisiti di censo e quadruplicando il numero degli aventi diritto al voto, anche se la maggioranza dei cittadini era esclusa dalla vita politica attiva, allargava la partecipazione a nuove classi sociali, le quali, giovandosi della maggiore tolleranza loro concessa, ebbero la possibilità di presentare alcune candidature come gruppo di opposizione. Con l’introduzione del suffragio allargato su base censitaria e l’adozione del sistema maggioritario, gli elettori in tutta Italia aumentarono a 2.017,829 e in Calabria passarono a 69.642, cioè il 5,4% contro il 6,9% in campo nazionale […] Ma all’ampliamento del numero dei votanti faceva seguito anche la modifica dei termini della lotta politica. Essa, infatti, tendeva, d’ora in poi, a risolversi non più tra le diverse fazioni dei gruppi liberali che ormai avevano perso per la pratica del trasformismo ogni connotazione ideale, ma soprattutto nello scontro con altre formazioni politiche d’ispirazione radicale e socialista” (Giuseppe Masi, La Calabria nell’Età Liberale in ‘Storia della Calabria Moderna e Contemporanea - Il Lungo Periodo ’- a cura di Augusto Placanica, Gangemi Editore, Roma- Reggio C., 1992, pp. 584-585). Lo svolgimento della vita politica regionale in stretta relazione con l’amministrazione amministrativa è ben delineato nel testo seguente: “L’avvento della Sinistra al potere, preparato dal risultato delle elezioni del ’74, che videro la regione votare massicciamente per i candidati dell’opposizione (7.064 voti contro i 2.554 dei governativi), e salutato con speranzoso giubilo, deluse ben presto le aspettative dei calabresi.
Impaludatesi nelle pratiche trasformistiche, che quotidianamente smentivano una bipartiticità puramente formale, la deputazione calabra, in uno con sindaci ed amministratori locali da essa rigidamente controllati, rivelò emblematicamente, al di là delle differenze di etichetta, quella sostanziale “omogeneità sociale” che sarà poi colta dal Gramsci nelle solitarie meditazioni del carcere. La stasi della società calabrese si protrasse così per anni: la sola azione del governo, in tutto questo tempo, riguardò la creazione di infrastrutture. L’impegno fu notevole soprattutto nel settore delle comunicazioni. Ma, se le due ferrovie [ Rispettivamente la tirrenica e la ionica, N. d. R. ], congiungenti Reggio Calabria con Napoli e Taranto, furono apprestate in tempi relativamente brevi, per le “complementari” e per i raccordi trasversali , si arriverà fino ai primi decenni del nuovo secolo, quando finalmente apparve superata l’ottica limitata ed angusta, denunciata nel ’92 da un deputato dell’opposizione, che pretendeva imputare “ alle spese ferroviarie il disguido attuale delle finanze italiane”. Per il resto, la presenza statale era avvertita principalmente per il tramite dei prefetti, “longa manus” e periferica articolazione del governo centrale […] Le cose cambieranno, com’è noto, a partire dal parziale allargamento del suffragio conseguente alla riforma elettorale del ’82 , quando la sfera dei controlli si allargò a sua volta a macchia d’olio, per divenire aperte ingerenze in materia di elezioni. Da allora in poi le prefetture saranno sempre più scopertamente impegnate a favorire con ogni mezzo l’affermazione dei candidati governativi e, a livello locale, dei consiglieri più proni ed acquiescenti. Tutto ciò avverrà con l’apporto determinante di quel classico organo di mediazione del consenso che saranno , praticamente fino alla crisi dello stato liberale, i proprietari terrieri, formanti un’unica indistinta “galassia” con quel che rimaneva della vecchia aristocrazia di ascendenza feudale, e quel ceto di “ galantuomini ”, costituito da professionisti a connotazione prevalentemente forense, del resto organicamente legato ai possidenti, di cui difendevano gli interessi: sono quelli che Augusto Placanica ha definito i due “spessori” della società calabrese moderna, solidalmente impegnati a tenere a freno la massa del popolo, nella duplice articolazione del contadiname e del proletariato urbano” (Francesco Volpe, La Calabria nell’Età Liberale, in ‘Storia della Calabria Moderna e Contemporanea – Il Lungo Periodo’- a cura di Augusto Placanica, Gangemi Editore, Roma- Reggio Cal., 1992, pp. 605-606). Da quanto sopra esposto si può inferire che nella Regione durante i governi della Sinistra ci furono sì un allargamento del suffragio elettorale e una visione più moderna dello Stato, ad esempio la costruzione della rete ferroviaria, ma rimase quasi immutata la secolare struttura della società profondamente divisa tra diversi ceti.
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