
Le dichiarazioni di questi ultimi giorni, che ruotano intorno alle strategie urbanistiche della città di Catanzaro, stimolano una breve riflessione in materia di governo del territorio. Appaiono assai condivisibili i principi di politica urbana che sta perseguendo il sindaco Fiorita, nel tentativo (oserei dire, disperato) di stabilire una sorta di osmosi tra il centro storico e la periferia di nuova formazione (Germaneto) rischiosamente accentratrice e che ha dato luogo a una sorta di grave ossimoro urbanistico.
Peraltro sono da tempo noti gli effetti su alcuni comuni dell’Istmo che hanno “beneficiato” negli ultimi anni di un incremento edilizio residenziale di contro a un progressivo svuotamento del centro storico di Catanzaro. Con il risultato di aumentare a dismisura il consumo di suolo e di generare modelli insediativi distruttori di territorio e di paesaggio. L’aspetto più grave è che nessuno, proprio nessuno, si è opposto o ha avvertito a suo tempo la necessità di trovare un punto di equilibrio e riconsiderare il valore della qualità ambientale, territoriale, urbana e paesaggistica dell’Istmo come possibili fattori di produzione di ricchezza durevole.
Gli stessi studi e piani ufficiali postumi (quale il Piano territoriale di coordinamento provinciale), pur contenendo aspetti positivi (peraltro di fatto negletti nelle applicazioni pratiche), si limitano asetticamente a una burocratica annotazione delle preesistenze edilizie (la Cittadella, il Polo sanitario e universitario). Il paradosso più eclatante è che, alle buone intenzioni di Fiorita, si affianca la posizione del rettore dell’Università Magna Grecia, favorevole al rafforzamento della presenza dell’Ateneo nel centro storico di Catanzaro, di contro a quella dei rappresentanti degli studenti, che in nome della “missione scientifica dell’Ateneo” rifiutano l’idea che gli studenti vengano “usati come strumento” per raggiungere obiettivi di politica urbana. Ciò, sembra, a difesa di una monoliticità della “Cittadella” universitaria, evidentemente destinata ad essere turrita e con vita propria, a somiglianza del pessimo esempio dell’autoreferenziale Cittadella regionale, atta a rappresentare una assai negativa rigidità gerarchica territoriale. A questo si aggiungono le congiunture urbanistiche e normative che bypassano l’amministrazione comunale definendo l’inesorabile destino di annientamento del centro storico catanzarese.
Tutto comunque ha dell’incredibile. Ma l’aspetto più drammatico che emerge da questa vicenda è il divario generazionale che dà l’esatta misura della distanza di idee e visioni, nonché dell’assenza dal vocabolario politico del concetto di “bene comune”, cosa che di fatto sembra separare i giovani dai reduci del centrosinistra. In poche parole – asciugate le “sardine” – bisogna prendere atto dell’irrisolvibilità della “questione” del centrosinistra nazionale e locale, che è ormai un dato di fatto anche alla luce di questa vicenda di provincia. Il centrosinistra appare sempre più orfano di una base elettorale capace di cogliere l’essenza dei valori del patrimonio territoriale che andrebbero creativamente rinnovati per il benessere collettivo, non certamente di una singola categoria sociale.
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