
Lamezia Terme – “C’è qualcosa di profondamente sgradevole nelle continue dimissioni di assessori e figure apicali delle società comunali dell’amministrazione di Lamezia Terme. Il primo aspetto riguarda l’impossibilità di conoscere dalla loro voce le vere motivazioni, quasi si fosse in presenza di membri di un CdA di una società quotata in borsa in cui vige l’obbligo della riservatezza. E’ bene chiarire che ci troviamo di fronte ad amministratori (se pure ex) di un governo cittadino per i quali “dare conto” non solo è un dovere civico e politico connaturato alla loro funzione ma addirittura un obbligo. Un dovere senza i quali i principi di trasparenza, responsabilità, coinvolgimento dei cittadini, diventano puro esercizio verbale che i comportamenti reali si incaricano di fare scadere nella banalità e nell’irrilevanza, come se la gestione della cosa pubblica fosse appannaggio di una cerchia ristretta di persone e la comunità una claque da reclutare periodicamente.
"Su dimissioni è calato un silenzio innaturale"
Il secondo aspetto è che assessori e presidenti ricavano la loro funzione e legittimità direttamente ed esclusivamente dalla scelta e dalla nomina sindacale. Per questo le loro vicende non possono che chiamare in causa anche la figura apicale dell’amministrazione. Che su queste vicende invece cali un silenzio innaturale, quasi ci trovassimo di fronte ad un normale ricambio, è purtroppo indicativo dello stato della politica cittadina. Per l’ennesima volta la città si trova di fronte ad una condizione anormale in cui il meglio che ci si possa augurare è di evitare il peggio. Fu così per la vicenda del dissesto, continua oggi con la commissione d’accesso in cui alla gravità della situazione si risponde con una semplificazione assoluta.
I misteri nel governo della città
Tale semplificazione sulle vicende comunali è stata costruita durante l’ultima campagna elettorale amministrativa, appannaggio un po’ di tutti gli schieramenti, quando è stato introdotto un linguaggio fatto di fine delle ideologie, delle appartenenze, delle distinzioni di campo tra destra e sinistra, libera nei linguaggi, nelle responsabilità, nelle contraddizioni. La riduzione del discorso politico alla scelta basica tra uomini della provvidenza per la città, quella estrema semplificazione che così bene si coglieva negli infiammati discorsi, si è imbizzarrita, presenta il conto di fronte alla complessità dei problemi e rischia di disarcionare il suo condottiero senza rimedio. Il primo grave errore è stato quello di non avere voluto dichiarare il dissesto di fronte a conti che non tornano e si aggravano anno dopo anno. In questo campo esistono cose che si chiamano misteri nel governo della città.
Il primo è come è possibile governare un ente con una somma di residui attivi propri che negli ultimi tre consuntivi (2013-2015) è stata rispettivamente del 130%, 150% e 70% per un totale di 164 milioni di euro. Il secondo è come faccia una città ad offrire un pacchetto di appena decenti servizi ai propri cittadini con una rigidità strutturale dei conti che è arrivata anche al 68%. Il terzo è come sia possibile finanziare le spese di gestione solo attraverso le entrate correnti, evitando quindi di ricorrere all'indebitamento, dato che gli equilibri di parte corrente solo nel 2015 sono tornati positivi facendo registrare un misero 113%.
Dissesto e sindrome dell'eredità
Con il dissesto si tirava una linea: da un lato la nuova amministrazione, senza debiti, con tagli, blocco del turnover, tasse aumentate, zero investimenti, che poi è quello che c’è già adesso. Ma soprattutto senza scuse per poter dimostrare quanto valeva e senza quel gioco oramai spocchioso e ripetitivo che allontana le responsabilità e che contraddistingue tutta la Calabria: la sindrome dell’eredità. Di là la bad company, il comune fallito con tutti i suoi debiti e una commissione di nomina ministeriale che la gestiva. Si è scelto la strada del disancoramento alla storia reale alla città che probabilmente è costata la rinuncia di più di un assessore, si è gonfiata l’onda delle promesse mancate e la luna di miele è improvvisamente finita.
L’altro grave elemento è la crisi perdurante della Multiservizi in cui non si intravede un punto d'arrivo, un traguardo che vada oltre la sopravvivenza che ridia un ruolo gestionale avanzato ad una società che è stata indicata nel passato come un modello. Anche qui le dimissioni del presidente della società fanno intravedere conflitti, mancanza di idee, scelte improvvisate, sciocche ostilità burocratiche quasi ci trovassimo di fronte a due entità separate e non invece ad un unico corpo il cui malessere dell’uno è destinato a trascinare a fondo l’altro.
Politica incapace di avere ambizione e visioni
Al vertice di tutto ciò il vero deficit della città che è quello politico, incapace di dare un significato più generale alle azioni che si compiono, di trasformare le difficoltà in opportunità, di avere ambizione e visione al di là dei desiderata di qualche ras locale già attento a strizzare l’occhio alle prossime competizioni elettorali. Intanto la crisi che la città vive non è un passaggio neutro, perché agisce, modifica strutture, comunità, istituzioni, persino diritti. Con in più il disagio di sapere con certezza che a quelle ultime elezioni amministrative c’è stata una città che ha vinto e una che ha perso sotto l’apparente coperta rassicurante della partecipazione democratica, delle regole rispettate, della civiltà politica, dell'accettazione della vittoria come della sconfitta. Ma dietro l’angolo del muro rimane un potere la cui forza sta nel levare prevedibilità e certezze alla vita politica e sociale. Tragicamente sottovalutato”.
Claudio Cavaliere
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