
Lamezia Terme - La domanda è semplice: perché si costruiscono nuove case, nuovi edifici? Perché c’è una domanda dovrebbe essere la risposta più ovvia. E’ invece chiaro che il mercato immobiliare non risponde a questa ordinaria regola tanto che ci sono paesi, come Grecia, Spagna e Irlanda dove la cosiddetta “bolla immobiliare” - ossia un eccesso abnorme di offerta - è stata la miccia che ha provocato il temporaneo collasso delle rispettive economie considerato che dietro la costruzione di un fabbricato non ci sono solo i costruttori, ma banche, fondi, società di investimento, mercato finanziario e tant’altro.
Altra domanda che occorre farsi è: consumo di suolo e incremento demografico vanno di pari passo? Anche in questo caso la risposta è negativa se solo si guarda alle statistiche che riguardano il nostro Paese e la nostra regione in particolare. Non è un caso, dunque, che ogni volta che un Comune si appresta a varare piani di programmazione urbanistica, puntuali scoppiano le polemiche. E’ così a Lamezia Terme ed in altre città della regione.
Problemi di natura generali - quelli succintamente tracciati - si fondono con le specificità locali per dare vita a programmi da cui generalmente manca l’ingrediente fondamentale: la prospettiva, lo sguardo lungo, il progetto per il territorio, dove l’unica cosa visibile - per usare le parole di Settis - è lo spostamento del centro di interesse dal paesaggio all’urbanistica, all’edilizia e alla viabilità. Come se il paesaggio fosse solo vuoto e non già storia e le città italiane non avessero fondato la loro antica bellezza proprio nella secolare armonia con il paesaggio.
Né appaiono affidabili e condivisibili gli apporti degli urbanisti, persone spesso portate a ritenere che la loro attività si svolga nel centro della Mongolia anziché in aree da più secoli formate e spesso sformate dall’opera dell’uomo. E’ il caso della città lineare calabra senza nome nata sulla costa tirrenica, lunga forse un centinaio di chilometri, verso la quale periodicamente balbettiamo qualche spiegazione di fronte alle osservazioni di amici o conoscenti che vengono da fuori e che ci fanno osservare il disastro urbanistico che noi indigeni non riusciamo più a vedere. O quando ci facciamo piccoli piccoli sul divano di casa o sulla poltrona di qualche cinema quando le immagini rimandano le bruttezze inenarrabili che siamo riusciti a combinare in molte aree della Calabria, come nel film di Mollo, Il padre d’Italia. Così anche il dibattito sul PSC lametino non mi pare tenga nel dovuto conto alcuni fondamentali dati, o quanto meno di essi non si trova traccia.
I dati
Dal 1991 ad oggi la popolazione della città è cresciuta di circa 600 (seicento) abitanti, appena lo 0,8%. Nella cifra vanno però compresi gli stranieri residenti che hanno raggiunta il totale di oltre 5mila unità. Nello stesso periodo si sono realizzate oltre 2.600 nuove abitazioni (+10%) mentre le abitazioni non occupate sono arrivate al 18% del totale (una somma che vale oltre 4mila abitazioni). Complessivamente ci siamo fumati un quarto della SAT (superficie agricola totale, diminuita del 23% al 2010) e di esso si da conto nel rapporto Ispra 2017 che vede la città di Lamezia Terme - sia nel 2015 che nel 2016 - come secondo comune calabrese con maggiore consumo di suolo.
Consumo di suolo significa non solo allargare ulteriormente il perimetro entro il quale il Comune è tenuto a garantire i servizi che fatica enormemente a garantire già oggi. Significa anche che il suolo ha cambiato copertura o è stato impermeabilizzato e le sue funzioni sono perdute del tutto o in gran parte. Il consumo del suolo va inteso come costo ambientale, risultato da una diffusione indiscriminata delle tipologie artificiali del suo uso che porta al degrado delle funzioni ecosistemiche.
Perché è così difficile commisurare le ipotesi di programmazione urbanistica a quelle demografiche? Perché non impiegare come ulteriore criterio la presenza del non utilizzato per impedire, se non altro, che a un già eccesso di offerta si sommi altra offerta che non si capisce come potrà mai essere assorbita? Perché la tutela del paesaggio (di quel poco che ci resta) non viene valorizzata come ricchezza? In linea generale per le nostre istituzioni locali vale oramai il principio che “è più facile costruire una strada che organizzarne la manutenzione”, ed è difficile comprendere perché aprire nuova viabilità quando non si riesce a manutentare adeguatamente quella già esistente. O meglio si sa, lo sappiamo tutti noi, ed è veramente troppo pensare di far diventare qualcosa che manca di visione e d'ambizione uno strumento che sia a tutela di quel che resta del paesaggio e garantisca i diritti delle generazioni future.
Claudio Cavaliere
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